L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Intelletto e pathos

di Antonino Trotta

Pietro De Maria, ospite dell’Unione Musicale di Torino, raggiunge altre quattro tappe nel percorso dedicato alle sonate per pianoforte di Beethoven: grande entusiasmo in sala per l’esecuzione delle n.8 e n.30, in perfetto equilibrio tra intellettualità e patetismo.

Torino, 7 luglio 2021 – Si cominci subito con una critica al critico: per un imperdonabile errore si arriva in sala in ritardo, a sonata n.4 in mi bemolle maggiore già iniziata, che ovviamente non ascoltiamo. Avremmo potuto accostare l’orecchio all’insonorizzatissime porte con la speranza di cogliere qualcosa ma di patetico in programma c’era già la sonata, pertanto dell’op.7 di Beethoven non si riferirà alcuna impressione e la recensione sarà scritta in ginocchio sui ceci.

Fatta la mortificata premessa si venga al dunque che, in assenza della quarta, arriva ancor prima perché la sonata n.8 in do minore op.13, nota anche come Patetica, tra le mani di Pietro De Maria nutre e si nutre di intellettualità e patetismo. Due qualità che per certi aspetti potrebbero apparire in controtendenza, diametralmente opposte e inconciliabili come la carica negativa e positiva di un bipolo, eppure qui perfettamente concordanti in un discorso dove l’una è causa e conseguenza dell’altra. Il taglio sofisticato, colto della Patetica eseguita da De Maria nasce da un’osservazione piuttosto banale: il materiale pianistico è miniata al millimetro quadrato di spartito, non c’è un solo dettaglio che non abbia ragione di essere, si fatica a individuare una ripetizione che non abbia qualcosa di nuovo, non un accento che risuoni fuori posto – raramente si ascoltano gli sforzato nella parte finale del Rondò così ben in evidenza –, ogni staccato, ogni punto, ogni cuneo, ogni dinamica appare pensata con grande cognizione di causa. E se da un lato il lavoro di attenta analisi è tanto lampante quanto indiscutibile, dall’altro ciò che più sorprende è la naturale fluidità, la massima teatralità di una lettura tanto erudita e particolareggiata. Il Grave del primo movimento ha tutta l’aria di un recitativo di un melodramma: sospeso, carico di sofferta conflittualità, crea l’atmosfera perfetta per ospitare i furori dell’Allegro di molto e con brio, saettato da De Maria quasi in tempo doppio, elettrico nella violenta opposizione tra l’inquietudine dei timpani/tremoli della sinistra e la serrata avanzata del primo tema, che nella magnifica riesposizione pare già voler anticipare, a mezzo di un elegantissimo rubato sulla parte finale dell’inciso, la cantabilità del secondo movimento. L’Adagio cantabile, sorvegliato perché non ceda alle lusinghe del molle sentimentalismo, mai dimentico delle fiamme che lo circondano – tant’è che la parte centrale risuona incredibilmente enigmatica –, è l’oasi del pianismo in punta di fioretto, del tocco morbido e rotondo, dei colori pronunciati, del virtuosismo in poche parole al servizio della musica.

Se nella Patetica De Maria fa del pathos la diretta conseguenza dell’intelletto e dell’intelletto la ragione del pathos, nella mitica sonata n.30 op. 109 in mi maggiore dimostra che pathos e intelletto sono sostanzialmente la stessa cosa. A riferire di tali capolavori spesso ci si sente quasi sempre indegni: sono depositari delle esperienze pragmatiche e spirituali di un’intera vita, sono punti d’arrivo per il passato e punti di partenza per il futuro, pagine impegnate e impegnative che richiedono anche all’ascoltatore uno sforzo forse fino ad allora quasi impensabile per una sonata pianistica. Al di là dell’etereo Vivace, ma non troppo inziale e dell’impetuoso Prestissimo centrale, l’Andante molto cantabile ed espressivo, dove Beethoven sublima l’arte della variazione tipica degli ultimi anni, è pagina di raffinatezza indescrivibile e a parlarne in termini di dinamiche a agogiche, melodie e virtuosismi si rischierebbe quasi di banalizzarla: De Maria concretizza il bello assoluto in prodotto sonora, trasforma quella scintilla cerebrale che è a monte del processo creativo in vibrazione pura dell’aria.

Tra le due si ascolta la sonata in sol maggiore op. 79 “Alla tedesca”, composizione dai tratti haydniani, assai spiritosa, dallo stile si potrebbe dire scanzonato e chiassoso per la propulsione ritmica che esso denota o per i capricciosi giochi di sforzati, acciaccature che ne vivacizzano la scrittura. Benché l’accezione “Alla tedesca” del Presto inizialesi riferisca più alla forma – si tratta di uno sviluppo del Ländler, che alla fine del settecento era anche detto Allemande o Teutscher – più che al carattere, la lettura che De Maria offre della n.25 è invero “inglese” per il garbo del suo humor, per la classe del suo fraseggio – lo sforzato alla fine dell’inciso del primo tema, ad esempio, è più d’espressione che di volume, quindi meno marziale e militaresco di come solitamente si ascolta – che si riscontra per tutto il corso della “sonatina”.

Ben quattro bis per ripagare il pubblico che calorosamente ha accolto il protagonista della serata: la sonata in sol maggiore K. 425, il notturno op.55 n. 2 e il gran valzer brillante op. 42 di Chopin, Les Tendres Plaintes dalla Suite in re maggiore di Rameau.

Pietro De Maria dedica il concerto alla memoria del professor Enrico Richetta, illustre radiologo, grande amante della musica classica e appassionato cultore di tecniche di registrazione che per oltre trent’anni ha affiancato l’Unione Musicale nella costruzione di un archivio sonoro.


 

 

 
 
 

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