L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Manon neoclassica a sorpresa

 di Pietro Gandetto


Chiusura della stagione alla Scala con una riuscitissima Histore de Manon di Kenneth MacMillan con la ripresa di Julie Lincoln.

Milano – 18 novembre 2015. La stagione del Teatro alla Scala giunge al termine con uno dei capolavori del balletto neoclassico, L'histoire de Manon di Kenneth MacMillan ripresa da Julie Lincoln. Una produzione in cui non sono mancate le sorprese, perché dopo la mancata celebrazione della prima a causa di un sciopero dei tecnici di palcoscenico, l’attesissima Natalia Osipova ha rinunciato alle recite del 18 e del 20 novembre sostituita dalla validissima Sarah Lamb, principal del ROH dal 2006.

Al di là delle ragioni sottese alle improvvise disdette di molti big, sulle quali ovviamente nulla questio, quel che è certo è che ultimamente il fenomeno ha assunto, anche nel panorama operistico, una frequenza importante, provocando un giustificato disappunto tra le frange più fedeli del pubblico, ma riservando altresì piacevoli sorprese come nel caso di Sarah Lamb che ha saputo offrire una perfomance di pregio.

La danzatrice americana (per la prima volta alla Scala) governa il ruolo con destrezza e consapevolezza nonostante i soli due giorni di prove. L’esecuzione tecnica è precisa e, pur non sfoggiando una teatralità particolarmente coinvolgente, la caratterizzazione psicologica del personaggio viene resa con buona intensità sia nei momenti di frivolezza e di ironia sia in quelli più drammatici e passionali.  Ricordiamo che Manon è una donna passionale, ambiziosa e calcolatrice, che va incontro alla morte con un buon grado di corresponsabilità (a differenza di molte altre eroine-vittime delll’opera e della danza); Manon, come chiarisce MacMillan, ama la vita e non sa resistere al piacere che le offre. Pur con la sua delicata femmilità, Lamb ha saputo rendere con carattere tali contenuti.

Passando al protagonista maschile, Claudio Coviello ha ben reso la sensibilità e la freschezza del giovane Des Grieux, confermandosi interprete ineccepibile in quanto a eleganza, velocità e leggerezza. Oltre ai riuscitissimi ruoli principeschi (cfr. il suo meraviglioso Albrecht), anche in Manon non è mancata la profondità espressiva e la capacità di sostenere il personaggio con una cifra stilistica che potremmo definire apollinea. Ben riuscito il passo a due Des Grieux-Lescaut del finale del primo atto, dove è emerso in maniera eloquente il contrasto tra la delicatezza dell’amore di Des Grieux e l’irruenza di Lescaut.

Nel balletto neoclassico –quale è L'histoire de Manon– i ballerini non sono più soltanto la declinazione di una regola coreografica stilistica, ma interpretano storie e situazioni con un lessico che non è necessariamente scevro da contraddizioni e disarmonie.  In questo senso, oltre a Manon e Des Grieux, abbiamo apprezzato il Lescaut di Angelo Greco, che non solo danza, ma recita con un’espressività consapevole e matura nonostante la giovane età. Lescaut si diverte e fa divertire e coinvolge il pubblico con la propria esuberanza. Elogi anche a Lusymay Di Stefano, nel ruolo dell’amante di Lescaut. La morbidezza e la sensualità del gesto uniti all’espressività del volto conferiscono credibilità al personaggio. Di pregio anche i contributi degli altri comprimari e del corpo di ballo diretto da Makhar Vaziev.

Di classe la direzione di David Coleman. La musica di Massenet prescelta da MacMillan è meravigliosa e comprende pagine meno note del compositore, riarrangiate da Martin Yates in funzione delle esigenze coreografiche. Vi troviamo frammenti del Cid e della Thaïs, del Don Quichotte e della Cléopâtre. Il tentativo di David Coleman di coniugare le sonorità tipiche di una compagine italiana con un repertorio francese riesce soprattutto in pagine come la celebre aria “Ouvre tes yeux bleus ma mignonne” che accompagna il noto passo a due dei protagonisti. La tavolozza cromatica richiesta da Massenet viene riproposta con sapienza da Colemann, con esiti apprezzabili in punto di eleganza e varietà timbrica, soprattutto della sezione fiati e degli archi, che spiccano con i loro temi e catturano il pubblico con estrema poesia. Le luci di Alberto Nanetti e le scene e i costumi di Nicholas Georgiadis danno profondità e calore alla narrazione coregorafica.

Una riuscitissima chiusura di stagione in attesa dell’apertura del 7 dicembre con la Giovanna verdiana.

foto Brescia Amisano


 

 

 
 
 

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