L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Le radici del suono

 di Roberta Pedrotti

Affascinante e sofisticato programma per il ciclo MICO, Musica Insieme Contemporanea, con il soprano Valentina Coladonato e il chitarrista Walter Zanetti fra Kurtág (1926) e Dowland (1563-1626), Sciarrino (1947), Castiglioni (1932-1996), Evangelisti (1964) e Garcia Lorca (1989-1931).

BOLOGNA, 4 febbraio 2016 - La forma essenziale e neutra di un quadrato grigio, figure umane inguainate come pure macchie di colore, il bianco e i tre primari, nient'altro che un passo diversamente ritmato da un punto all'altro del ring e un suono di percussioni. È il video Quadrat I & II di Samuel Beckett ad aprire la prima serata dedicata da Musica Insieme Contemporanea a Words and Music, parole e musica, unione naturale quanto tormentata che ha attraversato come un dibattito tutta la storia della musica vocale. Eppure, tornando alla radice, alle forme prime, essenziali, la distanza si annulla: sembra affermarlo György Kurtág nel suo What is te Word op. 30a per voce e pianoforte verticale (1990), dedicato all'attrice Ildiko Monyok, che attraverso il canto ritrovò, dopo quattro anni da un incidente, la voce perduta. Ed ecco una sorta di lallazione ostinata, su versi di Beckett scomposti e reiterati, in cui l'interprete deve sedersi a un pianoforte verticale, domestico, intimo e cercare, cercare le note, le parole, le cose in semitoni contigui e scarti vertiginosi su e giù per il doppio pentagramma, in sol e in fa. Un quarto d'ora di ricerca, di esplorazione estenuante amplificata dalla proiezione della partitura autografa, con tutta la sua sorprendente ricchezza d'indicazioni espressive a bilanciare l'essenzialità della scrittura, e, soprattutto, resa possibile e plausibile dalla certosina cura musicale di Valentina Coladonato, dalla sua totale adesione al concetto motore della composizione e, dunque, dalla sua perfetta compenetrazione artistica. Ci conduce, così, di primordi del suono cantato e significante, a quello che non pare un semplice intermezzo strumentale, ma la tappa di un cammino sensato al di là delle linee cronologiche, come se il percorso della voce polarizzasse la compresenza di passato e presente. Così il Kurtág del 1990 prelude il minimalismo (o miniaturismo) d'arpeggi di John Dowland, lallazione tardorinascimentale per liuto in versione chitarristica affidata alla versatilità di Walter Zanetti, che subito fa seguire L'addio a Trachis II di Sciarrino, brano per arpa del 1980 tradotto per chitarra con il benestare dell'autore nel 1987 da Maurizio Pisati. Trachis è la città dove morì Eracle e questi cinque minuti sciarriniani trasudano d'ispirazione classica e arcaica, fanno riecheggiare l'ideale suono della cetra degli aedi, della lira di Orfeo, resa materica dall'uso anche percussivo di cassa e corde. Da un paesaggio petroso, lontano, archeologico, Sciarrino ci stupisce con il sapore un po' popolare un po' arcadico delle settecentesche canzone a battello in (blando) veneziano. Un campo in cui Valentina Coladonato può far valere non solo la sua scaltrita conoscenza delle pieghe del linguaggio contemporaneo, ma anche quella, non lontana, del canto barocco, sintetizzate nella morbidezza d'emissione, nel garbo e nella franchezza del porgere, nella dizione limpida, elegante, gustosa. Il canto conquistato, insieme con la chitarra, si coccola in una forma sapida e familiare, nel confortevole ritorno melodico delle strofe prima di tender l'arco d'un passaggio linguistico e mentale ulteriore. Niccolò Castiglioni fra il 1980 e l'81 mette in musica una frase dal Cortegiano di Castiglione e nasce Così parlò Baldassarre, che dà corpo alla riflessione, ispirata a un versetto del Cantico dei Cantici, sul bacio come metafora e mezzo del “separarsi l'anima dalle cose sensibili e totalmente unirsi alle intellegibili”. Il testo, dunque, è pronunciato semplicemente, ma la parola parlata, quasi mossa e “rapita dall'amor divino” come da un motore immobile si trasforma in canto, in puro vocalizzo, quasi il logos non bastasse più e la tensione ideale lo perturbasse fino a farne melos. E, ancora, fino a tenderlo in un mondo altro, astratto, separato “dalle cose sensibili”, si ché la voce sola dal melisma inarticolato e ardito passa all'articolazione inudibile delle labbra che si muovono senza produrre suono alcuno. Senza l'acume, la precisione e la personalità di Valentina Coladonato è facile immaginare l'alata ambizione intellettuale del brano precipitare come Icaro all'approssimarsi al Sole, mentre abbiamo potuto apprezzarne tutto lo splendore concettuale. Speculare a quello della voce potrebbe essere l'approdo della chitarra che in Osmosis – I di Nicola Evangelisti (presente in sala per la prima italiana di questo suo pezzo del 2015) si sposa all'elettronica per superare i limiti fisici e accedere a un'altra dimensione. Nonostante i buoni uffici di Zanetti, tuttavia, il brano è parso il meno stimolante in programma, una buona elaborazione senza quel quid artistico in più che sia rimasto nella memoria.

Chiudono il programma le note di un poeta. Dopo lo scrittore che abdica alla parola per scandire solo il ritmo di moto elementare, forma e colore, troviamo infine Federico Garcia Lorca raccogliere una voce popolare, canto e parole della sua terra, trascriverle, armonizzarle e farne Cinque canzoni popolari spagnole (1931) di umore vivo e gustosissimo, reso a meraviglia non solo dall'affiatamento musicale di Zanetti e Coladonato, ma anche dalla capacità del soprano di rendere lo schioccare fisico e sensuale della lingua iberica. Se il canto si era fatto voce dell'anima che trascende il sensibile per Castiglioni e Castiglione, nella tradizione veneta secondo Sciarrino e in quella ispanica attraverso gli occhi di Garcia Lorca si reimmerge in una fisicità eterna, in una carnalità franca, impertinente e poetica che unisce passato e presente così come l'ideale astratto, entrambi perfettamente declinati da Coladonato e Zanetti.

Alla fine, un bis: ancora Dowland, questa volta, inevitabilmente, anche per voce.

Il pubblico applaude dopo aver punteggiato l'intera serata di approvazioni anche particolarmente calorose. Il pubblico della musica contemporanea, che si fa attrarre dalle composizioni degli ultimi decenni, dalla loro ricerca fuori dai confini dell'abitudine, si sa, non è il più folto, ma è attento, ricettivo, fedele; è un pubblico che sceglie di esser presente e si raccoglie non esiguo nell'Oratorio di S. Filippo Neri e, con discernimento, presta agli artisti l'attenzione che meritano.


 

 

 
 
 

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.