L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Danilo Rea a pianofortissimo (Bologna)

Amarcord fra Beatles e Rolling Stones

 di Roberta Pedrotti

Danilo Rea coinvolge il pubblico bolognese concatenando riferimenti che spaziano dal musical all'opera, dal cantautorato al rock e alla canzone classica napoletana.

BOLOGNA, 6 luglio 2016 - Avviandosi alla conclusione, pianofortissimo non rinuncia alla sua parentesi extra classica dedicata a jazz e dintorni. Quest'anno è la volta di Danilo Rea e della sua improvvisazione disimpegnata sul filo dei ricordi. Ufficialmente il centro del programma dovrebbero essere Beatles e Rolling Stones (con una predilezione dichiarata per i primi), ma più che altro i due gruppi sono l'emblema bifronte di un'epoca e di una generazione, per cui, se le chiavi di volta sono Obladì Obladà, Let it be o Satisfation, si concatenano la sempreverde Over the rainbow (divenuto uno dei più fortunati standard melodici di ogni tempo), Bernstein con America da West Side Story, Gershwin con Summertime da Porgy and Bess, un po' di De André con La canzone di Marinella e Bocca di Rosa in una brillante versione a tarantella e, ovviamente, l'omaggio al genius loci con una sequenza piuttosto estesa da 4 marzo 1944 di Dalla, nonché qualche spigolatura pucciniana (“Mi chiamano Mimì”, “E lucevan le stelle”, “O mio babbino caro”).

Tutto all'insegna del gioco, ché più di una vera e propria articolata elaborazione di un soggetto musicale – quale per esempio aveva offerto lo scorso anno Jacky Terrasson [leggi la recensione] con il suo dissolvimento melodico in un jazz à la Debussy – abbiamo avuto la libera associazione di ricordi, un amarcord di note su cui talora ci si sofferma, da cui talaltra si prende lo slancio per passare altrove.

E il gioco piace al pubblico bolognese, che si diverte a riconoscere temi e motivi, che sorride e si scambia gomitate complici quando dal pianoforte traspare la storia del “bell'uomo che veniva dal mare”. Rea coglie l'occasione, scambia qualche battuta, inventa una sorta di Leitmotiv empatico riferendosi alla flottiglia di moscerini, falene e pappataci che turbinano sotto i fari del palco, planano sui tasti, si schierano in file sorprendentemente ordinate ai suoi piedi.

Nonostante l'alata moltitudine, pare a suo agio, ispirato dal luogo di cui loda la suggestione con particolare riferimento alla Sala dello Stabat Mater, la gemma dell'Archiginnasio dove la prima italiana del capolavoro di Rossini fu diretta da Donizetti, cui era stata attribuita la nota canzone napoletana Te voglio bene assaje, fra gli ultimi motivi proposti da Rea.

Nessun intervallo, ma due macrosequenze che vanno a occupare circa un'ora prima di altre due improvvisazioni proposte come fuoriprogramma; sempre all'insegna del disimpegno e della leggerezza nell'accostare cantautorato, rock, musical, canzone napoletana, opera, sul filo del ricordo, dell'esperienza personale, dell'amore incondizionato per la musica. Certo, la partita finisce per disputarsi in superficie, sull'onda dell'emozione a fior di pelle, con lo spirito di una sera d'estate in compagnia di amici e delle musiche di una vita. Rea sa, evidentemente, come coinvolgere il suo pubblico, come ammiccare fra condivisione e citazione, e la platea risponde calorosissima, divertita, festosa.


 

 

 
 
 

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