L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il Teatro, i divi, le primedonne

di Roberta Pedrotti

Il Teatro Farnese è sede delle Settimane musicali farnesiane, concerti dedicati al repertorio e uno spettacolo teatrale di Stefania Bonfadelli promossi dalla Fondazione Toscanini.

PARMA, 20, 21, 27, 29 maggio 2022 - Da ripetere ogni anno. Le Settimane musicali farnesiane, abbinate a una mostra e altre iniziative, speriamo diventino un appuntamento fisso nella programmazione della Toscanini, andando a scandagliare sempre più il patrimonio musicale della corte parmigiana, spesso e volentieri all'avanguardia nel panorama europeo, assai vivace nel chiamare a sé musicisti di rango. Il programma, quest'anno, è un po' eterogeneo, pur nella sua precisa focalizzazione cronologica fra Sei e Settecento, e ruota idealmente intorno alla scoperta, negli archivi della Biblioteca Palatina, dell'unico autografo händeliano noto custodito in Italia. È una pagina dalla cantata Diana cacciatrice, prontamente messa in cartellone in un concerto che avrebbe dovuto essere diretto da Federico Maria Sardelli. Impossibilitato a partecipare per motivi di salute – mille auguri di piena e pronta ripresa – il maestro livornese cede la bacchetta al direttore principale della Toscanini, Enrico Onofri, che del repertorio antico è specialista e garantisce una bellissima serata. Nel concerto del 27 maggio, infatti, si alternano alla ribalta due virtuosismi: il soprano Shira Patchornik (con Rui Hoshina in eco per la cantata di Händel) e la violinista Mihaela Costea. Per la voce, oltre alla Diana cacciatrice, sono in programma due arie di Leonardo Vinci da due opere che – con cast vertiginosi: Farinelli, Tesi, Bernacchi, Cuzzoni, Bordoni – proprio a Parma, al Teatro Ducale, ebbero le loro prime assolute: “Mancheran le stelle al cielo” da Il trionfo di Camilla e “Cervo in bosco” da Il Medo. Patchomik, in bucolici ricami floreali, ha voce sottile sottile, ma canta con bella eleganza e sensibilità espressiva. Costea mette ben a frutto il suono netto e definito del suo violino nei concerti di Andrea Zani (op. II n. 3 in sol minore) e Antonio Vivaldi (RV 574). Meritatissimi i consensi, come, del resto, già per le serate precedenti. Il 20 maggio sempre Onofri aveva diretto un programma che riservava l'apertura al fiammingo trapiantato a Parma Cipriano de Rore (1515-15165) per poi catapultarsi in pieno Settecento europeo con Händel (l'ouverture da Arianna in Creta), Rameau (Suite da Les indes galantes) e Bach (terzo concerto Brandeburghese e la cantata Auf, schmetternde Töne der muntern Trompeten). Se, in quest'ultima, il tenore Bernhard Berchtold appare un po' usurato, il soprano Silvia Frigato e il basso Andreas Wolf destano ottime impressioni, insieme con il mezzosoprano Sharon Carty. Il Coro universitario del collegio Ghislieri, preparato qui da Luca Colombo, mette in luce nel madrigale “Mentre lumi maggior” di Cipriano de Rore tutta l'idiomatica confidenza con la parola cantata.

La sera seguente, 21 maggio, il coro torna con il suo direttore artistico e musicale Giulio Prandi e una bella rosa di giovani e già esperti solisti (Sonia Tedla soprano, Isabella Di Pietro alto, Massimo Lombardi tenore, Alessandro Ravasio basso), il continuo realizzato da Mariella Farina all'organo e Jorge Alberto Guerrero al violoncello, Renato Cadel a dirigere il canto gregoriano. Il programma è un'ampia e variegata panoramica della polifonia sacra fra Sei e Settecento, fra l'area di Parma e Bologna (Giuseppe Corsi da Celano, Giorgio Martinelli, Francesco Antonio Pistocchi) e quella veneziana (Benedetto Marcello). Un orizzonte di straordinaria varietà e vitalità stilistica ed espressiva, fra rigore erudito e slanci lirici quando non danzerecci, che conquista il pubblico nonostante la scomodità di una locandina dettagliata accessibile solo on line (è cosa e buona e giusta per l'ambiente risparmiare sul cartaceo, ma per una serata come questa non è stata la soluzione più comoda trovare nel programma generale a stampa i soli nomi degli autori, per di più con Benedetto Marcello scambiato con il fratello Alessandro).

Se c'è qualche questione tecnica da limare, però, il luogo e la musica ripagano di tutto. Certo, l'acustica del Farnese è a dir poco infida per una fruizione tradizionale (tant'è che nel repertorio ottocentesco riuscì a domarla solo l'idea di Graham Vick di portare il pubblico dentro la rappresentazione e a stretto contatto con gli interpreti di Stiffelio), ma questo strano abbinamento di riverberi e suoni asciugati dall'altissimo soffitto riesce a mitigarsi quando si dispone, come in questi casi, un organico ridotto non sul palco ma al centro della cavea, con gli spettatori raccolti a breve distanza. Allora, prevale la suggestione del luogo, che si fa vero personaggio e co-attore del Festival. Questo, che si era aperto con due concerti minimali nella presenza fisica (violoncello solo, prima Santiago Cañón Valencia, poi Miriam Prandi) ma capitali nel programma (l'integrale delle Suite di Bach per lo strumento), si conclude con uno spettacolo di prosa che è un inno al teatro musicale, al barocco, alle primedonne. Finte follie e veraci pazzie ossia Il teatro delle primedonne – dedicato a Franca Valeri (22 e 29 maggio) è un testo di Stefania Bonfadelli, che ne cura anche la regia, scritto durante il lockdown del 2020. Si parte da un topos ben consolidato, con un giovane soprano (Fiammetta Tofoni, bravissima) che, attardatosi dopo le prove, conosce i fantasmi delle primedonne del passato. Il punto è, sempre, che il topos deve essere sviluppato bene, come avviene in questo caso perché le tre dive (affidate a tre attrici: Anna Renzi / Chiara Tomei, Vittoria Tesi / Maya Quattrini, Isabella Colbran / Lussiana Zanella) sono ben scelte e ben caratterizzate, l'azione ha un bel ritmo e alterna con sapienza ironia e commozione, storia e fantasia (immaginiamo Colbran così ben informata su Verdi per aver distratto con i pettegolezzi gli spettri di Strepponi e Stolz fra una mano di faraone e una di baccarat). Si ribadisce la sacrosanta verità del teatro d'opera come luogo di riscatto e di potere per tante donne, in epoche in cui la strada dell'indipendenza e del riconoscimento sociale non era altrimenti facilmente percorribile, specie per figlie di lacché e carbonai. Si ride ma non troppo dello scandalo delle primedonne barocche per stramberie moderne come quella di dedicare un'opera a un buffone gobbo. Si ammira la straordinaria vicenda di Vittoria Tesi, la fiorentina di pelle nera, figlia di un domestico africano che divenne la partner favorita di Farinelli, sepolta a Vienna nella Cripta dei Cappuccini ma, pure, amò e soffrì. C'è pure Farinelli in persona, con il contraltista Nicolò Balducci, bravo quanto spiritoso nel duettare con Tofoni – lo spettro e la giovane di oggi: magia del teatro! – sulle note del Marc'Antonio e Cleopatra di Hasse, in cui lui era la regina e Tesi il triumviro. Il nostro preferito, sul versante maschile, resta però Filiberto Laurenzi (Luigi Accardo) vessato dalla "discepola" Anna Renzi, capace di esprimersi solo attraverso la tastiera del clavicembalo. Da ricordare, anche, il regista (nella finzione teatrale) e assistente alla regia (reale) Marco Frangelli.

Lo spettacolo di Bonfadelli meriterebbe di essere ripreso e diffuso dopo questa prima parmigiana che poteva contare su un coprotagonista d'eccezione come lo spazio del Farnese, ma anche un coprotagonista – da divo che si rispetti fra tante primedonne – un po' dispettoso: la necessaria amplificazione e la diffusione di alcuni effetti sonori (per esempio la disputa fra Cuzzoni e Bordoni, che si presero per i capelli durante l'Astianatte di Bononcini a Londra) giungono al pubblico in modo un po' disomogeneo e non sempre nitido. Ma è davvero l'unico difetto in uno spettacolo ben fatto, agile, godibile e intelligente, che diverte e fa pensare. Da rivedere.


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