L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

In memoriam

di Giuseppe Guggino

Nel trentennale della strage di Capaci il Teatro Massimo di Palermo contribuisce alle commemorazioni delle vittime di mafia del ’92 con l’esecuzione del Requiem verdiano con la guida del direttore musicale Wellber. Memorabili le prove di Michele Pertusi e del Coro preparato da Ciro Visco.

Palermo, 23 maggio 2022 - È scelta quasi obbligata quella del Requiem verdiano per commemorare le vittime delle stragi di mafia di Palermo di trent’anni fa: pagina sacra sì, ma innervata di spiritualità tutta terrena – nella quale non a caso le sezioni Dies irae e Libera me risultano di proporzioni nettamente prevalenti – come poche altre risulta consona ad una commemorazione civile e laica di quei fatti che, per l’inaudita e fortunatamente irripetuta violenza, sconvolsero la Sicilia e l’Italia tutta in una buia congiuntura che si spera ormai definitivamente consegnata alla storia.

Poco incline alla preghiera e quasi per nulla meditativo il taglio interpretativo di Omer Meir Wellber, dopo aver chiesto un minuto di silenzio in luogo dei consueti applausi finali, si staglia per la drammaticità dei contrasti fra sonorità debordanti, recalcitranti ai numerosi piano con svariate “p” disseminati nella partitura, e un’agogica osmotica, fluida ma sempre bruciante, talvolta financo sbrigativa. Con poche concessioni al lirismo l’Orchestra del Massimo segue il suo direttore musicale, assicurando il necessario smalto di tutte le sue sezioni, tenuta d’insieme e buona sincronia coi solisti, eccezion fatta per un poco ispirato Agnus Dei.

Nel quartetto di voci Marianna Pizzolato, pur non sempre inappuntabile in acuto, garantisce la bella pasta timbrica che unanimemente le si riconosce ad una linea di canto sempre molto sorvegliata, così come Angela Meade inanella con correttezza tutte le note dell’impegnativa scrittura sopranile verdiana. Freddie De Tommaso mette a frutto il privilegiato timbro tenorile personale in una prova assai convincente, sicura su tutta la gamma (si bemolle inclusi), squillante, caratterizzata dalle migliori intenzioni interpretative, pur ancora non esente dalla necessità di rifiniture nelle mezze voci e nelle smorzature. Negli ultimi anni, infine, la parabola artistica di Michele Pertusi si è felicemente spostata molto più assiduamente sulla scrittura verdiana, di cui illumina il dettato con voce sempre salda, sposandone ogni accento, ogni indicazione espressiva e mostrando di compenetrarne appieno le intenzioni; a mo’ d’esempio nel Mors stupebit sia sufficiente soffermarsi su come sappia ribadire mors, in maniera sempre più cupa fino al terzo terrorizzato e raggelante sibilo.

Parimenti entusiasmante il Coro del Massimo, istruito da Ciro Visco, eccelle per compattezza, sicché gli indiscussi punti di forza di tutta la realizzazione musicale della serata risultano giocoforza il Dies irae e la scrittura a doppio coro del Sanctus, pagine fra le quali la compagine corale ha occasione di dar prova di gran professionalità, entrando in perfetta consonanza con l’orchestra nell’Agnus Dei dopo un incipit a cappella delle soliste un poco destabilizzante.

Allo spegnersi del Libera me l’emozione è sì palpabile ché qualche isolato applauso inevitabilmente si innesca, subito silenziato in favore del necessario minuto di riflessione in memoriam.


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