La voga di Macbeth
La direzione impetuosa di Giuseppe Finzi, l'accurata definizione della piscologia della Lady resa da Vittoria Yeo, la classe d'antica scuola di Roberto Scandiuzzi sono i punti di forza dell'opera verdiana in scena a Pisa nella notte di Halloween per l'apertura di stagione.
Pisa, 31 ottobre 2025 - Circolano in Italia – e credo circoleranno anche all’estero – non una ma due edizioni diverse del Macbeth di Verdi e il titolo ricorre con frequenza, anche in centri vicini (per esempio, la quasi contemporanea produzione fiorentina). Annoto per inciso che la prima versione, quella del 1847 scritta per Felice Varesi e Marianna Barbieri Nini, non riesce a rientrare in repertorio; e sì che la scrittura del ruolo della protagonista sarebbe certamente più adatta alle vocalità sopranili di oggi di quanto lo sia quella che si esegue costantemente, che è il rifacimento parigino del 1865 e contiene “La luce langue” – aria a ben vedere strutturata come “O don fatale” – e altri momenti quasi da contralto e dunque molto pesanti per i soprani sfogati.
Al Verdi di Pisa, la notte di Halloween, mentre bambini mascherati da diavoli e tamburiate di fantasmi percorrevano il centro, è andata in scena l’opera verdiana per la regia di Fabio Ceresa. Ma l’elemento più valido è stata la concertazione e direzione di Giuseppe Finzi: tutto l’impeto e il “bandismo” – per intenderci le sonorità dei fiati, i tempi incalzanti – della partitura sono stati presi per le corna e sbandierati senza incertezze e ritrosie; mentre il rapporto con le voci è stato ricco di astuzie e molto convincente (già in Ernani si è potuto sentire che il primo Verdi lo comprende e lo realizza con efficacia). Bello e convinto il coro. Ritorna l’idea di far recitare al baritono protagonista le prime righe della lettera “Nel dì della vittoria” (Abbado e Strehler nel 1975 facevano leggere all’attore fuori campo tutta la missiva) realizzata non tramite nastro, ma dal vivo, con Macbeth seduto di fronte alla consorte.
Meno convincente la regìa di Fabio Ceresa - che deve comunque fare i conti con uno spazio limitato. L’azione simbolica, ad esempio creature mitiche che intrecciano e svolgono un lungo cordone scarlatto, si svolge in una cornice quadrata di marmo ora bianco ora rosso, che risulta piuttosto raggelante. Una luna simbolica cambia sagoma e colore durante l’azione. Il sangue che cola dalle ferite o dall’imbrattamento dei personaggi viene raffigurato con strisce di stoffa rossa: è un espediente che risale almeno al 1955, quando Peter Brook riesumò il sanguinolento Titus Andronicus di Shakespeare con Lawrence Olivier e Vivien Leigh. Ai lati della scena le streghe-coriste cantano nella penombra. Gli assassini di Banco non si nascondono dopo avere cantato, ma restano in piena vista anche a lui. Nei costumi dei quattro attori principali, firmati Giuseppe Palella, sono aboliti la Scozia, il clima freddo, l’altissimo Medioevo: sempre corone e mantelli d’oro e argento con una profusione di strass – anche per Banco che fugge nel bosco.
Due sono gli interpreti che restano impressi. Scomparse le voci del calibro della Callas giovane e della Nilsson, nell’ambiente di un teatro non grande Vittoria Yeo è una Lady convincente e pressoché completa. Realizza con cura la consorte che, fino a un certo punto, seduce, tiranneggia e rimprovera Macbeth; altrettanto efficacemente crolla vittima dei rimorsi e del terrore. Il Banco di Roberto Scandiuzzi è, prevedibilmente, imponente e autorevole: la sua voce inconfondibilmente scura sa sempre ricreare effetti di morbidezza che sono, oggi, testimonianza della sua scuola vocale granitica e della sua intelligenza di interprete. Il Macbeth di Franco Vassallo canta e recita con decoro, anche se il ruolo è più complesso di quanto lui riesca a configurarlo; e così accade con il Macduff di Matteo Falcier. Professionali tutti i comprimari (Francesco Pittari, Malcolm; Barbara Massaro, dama; Alin Anca, medico, domestico, sicario, araldo e prima apparizione; Ludovico Ulivelli, seconda apparizione; Sofia Ristori, terza apparizione).
Il sindaco di Pisa nel palco reale e l’Inno di Mameli al suo ingresso ci hanno ricordato che si trattava di una serata inaugurale. Il pubblico, attento e qua e là entusiasta, dava l’impressione di non avere eccessiva familiarità con la partitura, come si ricavava dai commenti uditi negli intervalli e all’uscita.
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