Giochi di potere
Dopo una Vedova allegra poco riuscita e una solida ripresa di Rigoletto, Macbeth è il titolo più convincente del 2025 allo Sferisterio grazie alla regia e Emma Dante, alla Lady di Marta Torbidoni e alla direzione di Fabrizio Maria Carminati. I tagli e le interpolazioni nel testo verdiano di questa produzione nata a Palermo nel '17 e approdata a Macerata nel '19 restano, però, assai discutibili.
MACERATA, 1° agpsto 2025 - Dopo una serata decisamente burrascosa – in tutti i sensi – e conclusasi con un nulla di fatto, quella che avrebbe dovuto essere la seconda recita di Macbeth allo Sferisterio si trasforma nella prima vera e propria della ripresa dell'apprezzato allestimento firmato da Emma Dante.
Sotto un cielo molto più benigno di quello del 26 luglio, il primo di agosto la tragedia di Shakespeare e Verdi (e Piave) sul potere si presenta finalmente al pubblico e – chissà se qualcuno ha badato alla coincidenza – alla comunità dei sindaci della provincia di Macerata, nonché al vicepresidente del consiglio e altre figure istituzionali in visita nella regione, dove si voterà fra un paio di mesi. Sul palco si guarda anche più lontano e durante i copiosi applausi finali dal coro sventolano due bandiere palestinesi.
Com'è d'abitudine allo Sferisterio (si sente qualche mugugno, il protocollo lo vorrebbe solo per le feste nazionali e le visite ufficiali di presidente della Repubblica o del Consiglio) per la serata dedicata alle fasce tricolori del territorio, si parte con l'inno di Mameli, poi la Filarmonica Marchigiana con Fabrizio Maria Carminati sul podio passa alle note cupe e sinuose del preludio di Macbeth. Tornano sul palco le streghe popolane e orgiastiche immaginate da Dante e qui nella ripresa di Federico Gagliardi, con i consueti e validissimi collaboratori (Carmine Maringola per le scene, Vanessa Sannino per i costumi, Christian Zucaro per le luci e Manuela Lo Sicco per le coreografie). Tutto, oggi, ancor più convincente di sei anni fa, forse perché sedimentando questo allestimento, più che invecchiato, è maturato; gli elementi tipici della regista palermitana, lasciati decantare, hanno attenuato l'effetto cliché in favore di altre suggestioni. Il moto delle inferriate che definiscono ambienti e proiettano ombre, la carnosità dei movimenti coreografici, i richiami a sacre e popolari rappresentazioni di epopee storiche, religiose, mitiche in cui si iscrivono anche movimenti da marionetta e un vero e proprio circo del potere non mancano il bersaglio nel dar forma visibile al dramma universale del potere e dell'ambizione (e, a proposito di visibilità, davvero bella la realizzazione della processione dei re futuri).
Anche per questo, paradosso ma non troppo, stride oggi maggiormente l'arbitrio attuato nella forma musicale dell'opera con il taglio dei ballabili, del coro danzato “Ondine e silfidi” (per la cronaca, fra Dante all'aperto e Pizzi al chiuso, queste pagine non si eseguono nelle Marche da troppo tempo...) e soprattutto con l'interpolazione nel finale del monologo tratto dalla prima versione dell'opera. Poco importa se l'idea (pessima) è venuta ad Abbado e Strehler e se altri (troppi) l'hanno imitata: interrompere un numero musicale che Verdi ha concepito nella sua interessa per infilarne un altro risalente a vent'anni prima sarebbe come piazzare un'aria di Rienzi nel mezzo di Tristan und Isolde, far cantare a Guillaume Tell nel terz'atto “T'abbraccio, ti stringo, amato mio figlio” da Ciro in Babilonia, o interrompere al Minuetto della Jupiter con una qualche paginetta infantile di Mozart. Musicalmente, una violenza; drammaturgicamente pure, e lo abbiamo già ripetuto più volte: a differenza della versione del 1847, che si focalizza sempre più sulla discesa agli inferi del protagonista, in quella del 1865 il percorso dei coniugi è parallelo ed entrambi vengono inghiottiti dal meccanismo della storia – né dimentichiamo che siamo a Parigi negli ultimi anni dell'impero di Napoleone III.
Insomma, la scelta testuale di riscrivere Verdi (il quale di drammaturgia e musica un tantino ne sapeva) sempre più diffusa, sempre più genera insofferenza, né si sostiene sulla presenza di un interprete d'eccezione. Ciò senza nulla togliere a Leon Kim, valido protagonista, previsto, in alternanza con Franco Vassallo, per una sola replica che Giove Pluvio ha trasformato nella prima. Se se la cava con onore (parola che avremmo preferito sentir pronunciata, come voleva Verdi, dopo la pietà e il rispetto, invece di amore), ha un bel modo di porgere, voce ben emessa, dal timbro nobile che si confà a questo repertorio, ancorché la tessitura acuta e lo spazio aperto non lo mettano nel massimo agio per esprimere le sue migliori qualità, benché la concertazione di Fabrizio Maria Carminati sia sempre sensibile alle ragioni del canto come a quelle del dramma in musica. In un impianto testuale ereditato dalla prima palermitana del 2017 (sul podio Gabriele Ferro), non gli si potranno imputare le scelte stigmatizzate, mentre si noterà che mai le voci risultano coperte, mai si impone loro una forzatura agogica e, pure, il tessuto orchestrale, grazie alla bella prova della Filarmonica Marchigiana, è rifinito a dovere con il giusto respiro e cura dei dettagli. Anche la Banda Salvadei negli interventi interni appare in una delle sue serate migliori.
Sul palco, il punto di forza, e di maggior interesse, è costituito dalla Lady di Marta Torbidoni, che dopo la splendida Norma dello scorso anno si conferma una delle artiste su cui fare più affidamento oggi e ribadisce che questo repertorio si possa e si debba cantare e non urlare. Senz'altro una parte tanto complessa non può che crescere nel tempo e nella frequentazione, ma già ora al debutto sa gestire con sicurezza i propri mezzi, dosandoli a dovere per dare il giusto rilievo a ogni intervento e senza compiacersi d'emissioni grifagne, fidandosi viceversa della musica e del testo. Non si vorrà sembrar noiosi nel ripeterlo, ma se i teatri volessero tenersi cara questa voce (che in Verdi funziona benissimo proprio perché conosce il Belcanto) forse farebbero bene a programmare per lei più Donizetti, più Bellini, più Luisa Miller e meno Puccini e Mascagni.
Tutta la compagnia di canto, de resto, fa buona figura. Fa piacere ritrovare Simon Orfila nei panni di un Banco assai convincente e Antonio Poli, con la sua bella vocalità ben proiettata, non ha difficoltà a ritagliarsi un successo personale come Macduff. Parimenti si apprezzano la dama di Federica Sardella e il Malcom di Oronzo D'Urso, il Medico di Luca Park (anche Sparafucile in Rigoletto), Stefano Gennari come Domestico, Sicario e Araldo, Andrea Pistolesi a dar voce alla prima Apparizione e Lucia Spreca alle altre due.
Spiace un po' che al termine di “Patria oppressa” il coro lirico marchigiano Vincenzo Bellini – passato quest'anno dalle mani esperte di Martino Faggiani alla nuova guida di Christian Starinieri – non abbia avuto un applauso a scena aperta. È vero che la commozione del finale spesso prende il sopravvento in qualche istante di silenzio dal quale non è sempre facile cogliere l'attimo, ma soprattutto in una serata con un parterre istituzionale – e il pensiero va più ai sindaci della zona che alle visite romane – sarebbe stato gradito un plauso a quelle forze artistiche che costituiscono il nerbo anche lavorativo di stagioni e festival. Non dimentichiamo che anche Marta Torbidoni viene dalle fila di questo stesso coro. E chissà pure se i rappresentanti locali e nazionali sanno che l'orchestra è in stato d'agitazione per ottenere un trattamento consono al ruolo di istituzione concertistico orchestrale della regione. Chissà se hanno in mente di prendersi a cuore uno dei punti chiave del futuro culturale della “Regione dei cento teatri”.
Il gioco del potere non è solo sulla scena, dove, grazie a Verdi, la musica trionfa: sarebbe bello ne uscisse bene anche in questo nostro ammaccato mondo reale.
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