Una Tosca in mondovisione
Il Teatro dell’Opera di Roma anticipa l’apertura della prossima stagione con un’altra ripresa della Tosca di Giacomo Puccini, naturalmente nell’ormai classico allestimento con le scene originali di Adolf Hohenstein e la regia di Alessandro Talevi. Questa volta, però, viene trasmessa, in prima serata, in mondovisione (Rai1). A causa di un’indisposizione, Oren è sostituito da Antonio Fogliani, che dirige un cast stellare: Eleonora Buratto (Tosca), Jonathan Tetelman (Cavaradossi) e Luca Salsi (Scarpia).
ROMA, 1 novembre 2025 – Una stagione all’insegna della Tosca di Giacomo Puccini, quella del Costanzi. Ben tre riprese, molte recite e tre cast di primissimo livello: quindi, perché non chiudere la vecchia e inaugurare la nuova stagione (2025/2026) proprio con questo titolo? Del resto, Tosca non sembra sentire le sue centoventicinque candeline, né sembra, minimamente, annoiare il folto pubblico accorso per quella che a tutti gli effetti possiamo rubricare come una Tosca di gala. Quest’unica recita, infatti, è stata trasmessa in prima serata su Rai1, condotta da Preziosi e dalla Capotondi, registrando ascolti record – fra il pubblico televisivo si spera che molti, la prossima volta, avranno voglia di recarsi a teatro. Naturalmente, l’allestimento di Tosca è quello, oramai collaudato, che porta la firma, per la regia, di Alessandro Talevi, mentre le scene sono quelle ricostruite, per opera di Carlo Savi, dai bozzetti originali firmati, a suo tempo, da Adolf Hohenstein (chi fosse interessato ad un approfondimento in tal senso può leggere quanto da me già scritto in occasione del battesimo di questa Tosca nel 2015).
La serata sarebbe dovuta essere diretta dal maestro Daniel Oren, che è costretto, per problemi di salute, a cedere il podio a Antonio Fogliani, il quale mira ad una lettura ad effetto, tenendo l’orchestra ad una tensione e ad un volume considerevoli, il che genera un suono pieno, netto, certamente d’effetto. L’orchestra del Costanzi è in stato di grazia. Fogliani, evidentemente, sacrifica talune sfumature, talune raffinatezze, certe perle soffuse della partitura per una resa potente, sintetica, altamente spettacolare: tutti avranno chiaramente apprezzato il sontuoso e titanico Te Deum con cui Fogliani chiude il I atto, che dimostra l’ottimo stato di forma delle maestranze del coro. Non deve, però, passare l’immagine di un Fogliani del tutto insensibile alle raffinatezze della penna di Puccini: giochi di colori più soffusi, carezze sonore si sono ascoltate tanto nella prima parte del II atto, quanto – in particolare – all’inizio del III, quando albeggia sopra Castel Sant’Angelo.
Fogliani, sicuramente, si è potuto permettere un polso rilassato e una mano d’effetto anche e soprattutto in virtù di un cast vocale di tutto rispetto; cast di cui una parte (Buratto e Tetelman), val bene ricordare, aveva aperto proprio con Tosca la passata stagione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, esperienza che è confluita in una fortunata pubblicazione per la Deutsche Grammophon. Eleonora Buratto, applauditissima dal pubblico, è la vera anima della serata, dimostrando come, per brillare in un ruolo, non serva solo un’ottima tecnica vocale, ma sia necessario pure viverlo sulla propria pelle. Dal primo istante in cui si è presentata in scena, la Buratto vive Tosca appieno, senza riserve; forse, il suo miglior pregio è proprio la capacità di donare, vocalmente e scenicamente, un colore differente ad ogni stato d’animo della protagonista. Capita sovente che le interpreti di Tosca, giustificate anche da un ruolo che palesa notevoli e molteplici difficoltà, siano ottime vocalmente, ma monocordi nell’intera serata. La Buratto riesce a miscelare, nel I atto, una luminosità ingenua, dovuta all’ardore adolescenziale del sentimento amoroso, con un’irata gelosia: così il duetto con Mario è ricco di sfumature, di colori trasognati, mentre il monologo « Dove son?» cresce repentinamente di intensità, sottolineando una caratteristica palmare della vocalità della Buratto, la sua esplosività. Nel secondo atto la cantante sceglie colori scuri, frasi spezzate, dosa il delicato equilibrio fra sillabato e canto, destreggiandosi in un atto impervio; l’unico momento di stasi, in cui la Buratto libra la sua linea di canto, è il «Vissi d’arte», talmente ben riuscito che il pubblico chiede, fra scroscianti applausi, un bis che non avrà: una direzione larga, intelligente, consente alla Buratto di fraseggiare generosamente, giocando con le mezzevoci, senza esagerare, puntando, quanto più possibile, ad una disperata naturalezza. Nell’ultimo atto, ciò che colpisce è, ancora, un altro cambiamento cromatico: la Buratto trova una tavolozza sonora che suggerisce, perfettamente, un senso di gioia misto, però, all’inconscia consapevolezza dell’imminente fine. Stupendo il duetto con Tetelman, tanto nella limpidezza della tessitura alta, che nella delicatezza dei passaggi. Ma ciò che mi ha fatto veramente commuovere è stato il finale: Buratto pronuncia i celebri «Mario, su presto! / Andiamo etc.», sul cadavere dell’amato, con una tale intensità e credibilità da far venire i brividi. Gli applausi che ne suggellano il trionfo, dunque, non possono che essere meritati. Il Cavaradossi di Jonathan Tetelman viene, del pari, apprezzato dal pubblico, che gli tributa generosissimi applausi. Tetelman, che aveva già affrontato il ruolo, sempre assieme alla Buratto, all’Accademia di Santa Cecilia (e in sala di registrazione per la Deutsche) si lascia andare ad una recitazione molto fisica, quasi cinematografica: si sarà notato il suo ardore, nel I atto, nel duetto con Tosca e l’atletica fisicità con cui si azzuffa con gli sgherri di Scarpia nel II. Sul piano vocale, Tetelman offre un timbro granuloso, molto vibrato, che ha un suo fascino; la sua tecnica, peraltro, è invidiabile, ma soprattutto lo è la sua proiezione in acuto, che inanella durante la performance più di un momento da ricordare: su tutti citerei gli acuti che commentano l’annuncio della sconfitta di von Melas contro Napoleone a Marengo, causando le ire di Scarpia (II atto). Se nei due duetti con Tosca Tetelman dà prova di compartecipazione emotiva, di musicalità tradotta in giochi chiaroscurali, nelle arie la situazione mi pare un po’ diversa. La prima, «Recondita armonia», si lascia apprezzare nelle sue proiezioni in acuto, ma rimane incolore nel resto del fraseggio; meglio la seconda, «E lucevan le stelle», soprattutto per la delicatezza di alcuni passaggi, benché l’impressione sia che Tetelman possa migliorare nell’approfondimento del senso di ciò che canta. Il perfido Scarpia è portato in scena da Luca Salsi. Baritono dalla tempra vocale adamantina, dallo squillo nerboruto, Salsi dà anche prova di saper riflettere sulla complessità del personaggio. Nel I atto dà tutto sé stesso nel «Te Deum», nel II gioca con mezzevoci e colori (si pensi all’aria «Ha più forte / sapore la conquista violenta»), non tralasciando l’aspetto più luciferino di Scarpia, la sua ira, ma al contempo anche la brama erotica, che sarà la sua rovina: assai riuscita la scena del tentato stupro e della seguente uccisione. Già alla fine del II atto esce sul proscenio a prendersi meritati e calorosissimi applausi. Fra i comprimari è bene citare lo Spoletta di Matteo Mezzaro, dotato di notevole tempra vocale; fra gli altri, Domenico Colaianni è un inossidabile Sagrestano, Gabriele Sagona un Cesare Angelotti di lusso – completano la lista: Daniele Massimi (Sciarrone), Alessandro Guerzoni (Carceriere) e Maria Nardone (Pastorello).
Calato il sipario, il pubblico accoglie la recita con scroscianti applausi, cui fa eco l’apprezzamento di migliaia di spettatori televisivi. Un’operazione, questa del Costanzi, che merita di diventare un appuntamento strutturato nella sua programmazione.
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