L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Tradizione

di Luca Fialdini

Il Teatro del Giglio di Lucca entra nel 2026 con un buon Nabucco, in cui spicca Angelo Veccia nel ruolo del titolo

LUCCA, 4 gennaio 2026 – La grande coproduzione di Nabucco dei Teatri di OperaLombardia, della Fondazione Teatri di Reggio Emilia e del Comunale di Modena finalmente arriva anche a Lucca, titolo che al Giglio manca da ben venticinque anni.

Fin dalla levata di sipario, è evidente che il punto di forza di questa produzione sia l’allestimento, una rielaborazione in chiave post-apocalittica per quel che concerne scene e costumi – entrambi a firma di Anna Bonomelli – ma tradizionalissima nella gestione della scena. Federico Grazzini non ha un vero e proprio approccio registico interpretativo, prediligendo invece una gestione a tableaux, con i personaggi radunati al centro della scena, e bisogna ammettere che con questo titolo funziona: Nabucco si trova in una sorta di intersezione fra il dramma musicale e il pretesto per far musica in cui non esiste una drammaturgia unitaria (la love story fra Ismaele e Fenena, ad esempio, esiste per creare un paio di situazioni e quando non è più necessaria viene semplicemente abbandonata), piuttosto esistono delle scene – quasi delle isole drammaturgiche – molto ben caratterizzate ma non direttamente collegate le une alle altre. Grazzini segue questa impostazione, senza aggiungere nulla ma senza turbare il fluire della narrazione, concentrandosi sulla gestione delle masse e sulla costruzione di una visione sicuramente d’impatto. Particolare la decisione di intervenire nella scena del fulmine, in cui è un colpo di Abigaille diretto alla nuca di Nabucco a togliere «il regio scettro» al re; questo gesto apre a una serie di possibilità interessanti – ad esempio a una prospettiva del dramma eminentemente politica – ma non viene risolta in nessun modo e resta una licenza isolata, senza alcun seguito. L’unica nota negativa della parte visiva sono i gesti scenici, soprattutto del coro, invero piuttosto goffi: a questo punto sarebbe stata miglior cosa abbracciare fino in fondo la vocazione del tableau e tenere tutti fermi (e poco ci mancava, in ogni caso).

Nel complesso, il regista utilizza bene l’ambientazione così suggestiva, complici anche le efficaci luci di Giuseppe di Iorio, per imbastire una narrazione lineare in grado di servire adeguatamente le esigenze della partitura e di mantenere la giusta presa sul pubblico. Se Nabucco è un’opera fortemente didascalica, lo è anche la gestione dei costumi contesi fra passato e futuro, ma il tutto è gestito con tanta eleganza da risultare davvero affascinante e pure con qualche guizzo notevole, come la grande gabbia del terzo atto. Una realizzazione scenica molto riuscita nella sua funzionalità, stabile nel solco della tradizione, interessata più a leggere l’opera che a interpretarla: quest’ultimo non vuole essere un appunto negativo, trattandosi di una delle legittime direzioni in cui si può muovere la regia e, finché funziona, chi scrive non ha nulla da ridire.

Per parte sua, Valerio Galli propone una direzione solidissima, tenendo bene insieme e senza cedimenti i complessi dell’Orchestra dei Pomeriggi Musicali e del Coro OperaLombardia. Galli si propone anche uno scavo nei passi più intimi (ad esempio, si segnala l’ottima riuscita della preghiera di Zaccaria nel secondo atto) o in quelli dall’evidente retaggio belcantista, ma non sfugge a una certa avarizia di colori: persino il Va’, pensiero risulta tiepidino. È tutto ben più che corretto, tutto è in ordine e secondo il miglior bon ton, però questo porta a un Nabucco fin troppo abbottonato, a iniziare dai metronomi fin troppo tranquilli: fra qualche leggera sbavatura in una lettura di carattere e una precisione che abbassa il termometro, in Verdi si deve preferire sempre e comunque la prima opzione. Ci sono diverse parti dell’opera caratterizzate bene, come «S’appressan gl’istanti», la profezia del terzo atto o «Immenso Jehovha», per limitarci a tre soli esempi, ma non possiamo che domandarci come sia possibile avere questa partitura sul leggio e non avere tuoni e fulmini che escono dalla buca: morte, oppressione, rabbia, violenza, sangue, fuoco, padri dell’Antico Testamento che con occhi di fuoco esclamano «Sul mio labbro favella il Signor!». Come si può mantenere la calma al finale del primo atto, quando il popolo di Israele ci raccontano dei Babilonesi che si fanno strada verso noi che ascoltiamo a colpi di spada e Nabucco ha la scelleratezza di spronare il cavallo nel Tempio di Gerusalemme, finendo poi per saccheggiarlo e darlo alle fiamme? Come si può essere così analitici di fronte a un’opera tanto viscerale? La partitura è piena di elementi che indicano la via giusta, anche i più apparentemente irrilevanti: i violentissimi accenti delle trombe, criticati all’epoca dal pubblico francese, le sferzate di ottavino, i la-si-do# in levare di violini, violoncelli e contrabbassi sotto a «Delle madri invano il petto scudo ai pargoli sarà» che danno propulsione. Tutti i Presto e gli Allegro agitato o addirittura Allegro agitatissimo («Lo vedeste? Fulminando», qui piuttosto burocratico) sono ammansiti quasi fino a perdere il loro carattere. Somma onta il taglio delle cabalette di Zaccaria e di Abigaille, qualunque sia il motivo che l’ha decretato (e giusto per essere chiari: se si trattasse di questioni di cantanti, allora bisognava tagliare loro). A questo si aggiunge l’idea di riproporre tutte quelle cattive modifiche di tradizione, dal «Tremin gl’insani» indicato sotto voce – e almeno dovrebbe restare l’intenzione – fino alla coda corale del Va’, pensiero, veramente atroce. A che servono la musicologia e le edizioni critiche se si continuano a mantenere le cattive abitudini?

La già citata Orchestra dei Pomeriggi Musicali si mostra in grande spolvero, compatta e ben agguerrita: segue accuratamente il gesto di Galli, traendone il giusto equilibrio fra le sezioni e nessuna – neanche gli ottoni – prende mai il sopravvento sulle altre. Valore aggiunto il corretto sostegno al canto, anche qui senza coprire le voci, e gli interventi dell’arpa sono una nota di pregio. Non impeccabile la banda fuori scena, soprattutto quando la tromba tocca il sol acuto nella marcia funebre, ma gli interventi restano apprezzabili. Ottimo il Coro OperaLombardia, preparato da Diego Maccagnola, che si distingue per intensità e coesione dell’insieme; anzi, avendo a disposizione artisti del genere si poteva trarre di più dalla massa corale, specie in un titolo come questo in cui il coro è a tutti gli effetti protagonista.

Il cast solistico è abbastanza ben assortito, iniziando da validi comprimari come dalla non così marginale Anna di Laura Fortino, l’Abdallo di Saverio Pugliese e soprattutto il Gran Sacerdote di Belo che si avvale del timbro brunito di Alberto Comes.

Marco Miglietta travisa l’indole lirica di Ismaele e prova a trasformarlo in un personaggio eroico; se proprio lo si vuole riempire di puntature alla Radamès va anche bene, ma curare di più l’intonazione non sarebbe malvisto.

Per il profeta Zaccaria si vorrebbe una presenza vocale più massiccia, ma Riccardo Zanellato conferisce comunque un notevole spessore al personaggio, ieratico e oracolare al tempo stesso, raggiungendo l’apice nella preghiera e nella profezia.

Caso molto difficile, quello di Kristina Kolar, con risultati molto diseguali nel corso della rappresentazione. In difficoltà nei passi più concitati, risulta invece ottima nei cantabili (merita menzione per lo meno la scena del secondo atto, di notevole riuscita, o il finale dell’opera), di cui fornisce un’interpretazione davvero sentita; il timbro ha un bel colore limpido, ma il registro grave ha urgente bisogno di rinforzo e le agilità sono piuttosto approssimative, con eccezione delle quartine di sedicesimi su «Tale ti rendo, o misero» che invece sono belle sgranate, mentre quasi tutti gli impervi acuti sono ben sicuri.

Molto bene Mara Gaudenzi, la sua Fenena brilla di umanità e si distingue per la morbidezza di un fraseggio impeccabile, con splendidi filati, appassionata e di autentica raffinatezza nella realizzazione della linea vocale.

Angelo Veccia, cui va la palma di questa rappresentazione, appare davvero a proprio agio nel ruolo del titolo, accentuandone ora la drammatica violenza, ora la dolente introspezione. Veccia regge bene la parte – pure con una grintosa proiezione del suono – senza trascurare il peso della parola: si preoccupa molto di trovare il carattere giusto per la singola frase, di legare adeguatamente testo e linea vocale, dando il meglio nel finale del secondo atto, nel duetto con Abigaille nel terzo e in «Dio di Giuda».

In sintesi, com’è stato questo Nabucco? Senz’altro sopra la media, pensando alla situazione della provincia toscana, perfettibile ma di buon livello e soprattutto riuscito. Il Teatro del Giglio conferma di aver imboccato una strada per cui possiamo attenderci ulteriori progressi e sviluppi interessanti.

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