Il solito rito
Una Tosca di buona routine rimpiazza Il nome della rosa originariamente previsto nel cartellone del Carlo Felice di Genova: il cast, la concertazione di Giuseppe Finzi e il rassicurante allestimento dell’Opera di Roma garantiscono una gradevole serata.
Torino, 12 aprile 2026 – Si fa fatica a riferire della Tosca ora in scena al Teatro Carlo Felice senza far cenno a ciò che, in origine, avrebbe dovuto abitare quelle stesse tavole proprio in questi giorni. Il nome della rosa di Francesco Filidei, coprodotto con il Teatro alla Scala e con l’Opéra national de Paris – così, due teatri a caso – e già rivelatosi alla prova della scena un progetto di ambizione e peso, si presentava infatti non solo come un’occasione ghiotta per il pubblico di allargare il proprio repertorio e misurarsi con un teatro musicale che conferma, senza troppe dichiarazioni di principio, la propria vitalità, ma anche come una significativa attestazione di quel desiderio, più volte espresso e negli ultimi anni in parte concretizzato dallo stesso Carlo Felice, di tornare a essere protagonista nella scena operistica nazionale. In questo quadro, la Tosca che oggi ne prende il posto finisce quasi inevitabilmente per ridimensionare le aspettative: uno spettacolo tradizionale e solido, affidato a interpreti professionali e validi, che garantisce una tenuta complessiva senza scosse ma che, proprio nella sua adesione a un modello ben collaudato, evita ogni autentica ragione d’interesse e lascia infine quella seccante sensazione di un risarcimento solo in parte corrisposto.
Lo spettacolo di Alessandro Talevi, qui ripreso da Anna Maria Bruzzese, con scene e costumi ricostruiti a partire dai bozzetti di Adolf Hohenstein ideati per il debutto dell’opera, è tradizionalissimo e curato nei movimenti: le scene corali son ben gestite e ordinate senza eccedere in meccanicità, i fondali dipinti assicurano il bel colpo d’occhio e tutto procede perpetuando il solito rito con quella compostezza diligente che difficilmente presta il fianco a rilievi ma che, proprio per questo, lascia anche poco da aggiungere.
Sortisce lo stesso effetto la concertazione di Giuseppe Finzi, in cui emerge soprattutto una certa neutralità di approccio, con pregi e difetti che si ritrovano, più o meno, in sette Tosche su dieci: qualche indulgenza retorica e un filo di frastuono nei passaggi più scoperti, ma anche un buon mordente teatrale e un senso della narrazione, evidente nella palette cromatica e nella mobilità del ritmo, che tengono saldo il discorso musicale e accompagnano la serata con continuità, senza particolari cadute ma anche senza un’impronta davvero distintiva.
Se proprio si deve individuare una ragione per ricordare questa produzione, almeno per chi scrive, essa coincide con il Sagrestano di Fabio Maria Capitanucci, cantato con voce bella, rotonda, ben emessa e franca, disegnato con gusto e grandissima misura, senza indulgere alla macchietta ma trovando invece una naturalezza scenica e musicale che finisce per imporsi con autorevolezza nel quadro complessivo. Quest’ultimo, comunque, non presenta grosse criticità e fa affidamento su cantanti indubbiamente validi. Carmen Giannattasio, prevista per le recite successive, anticipa la prova per far fronte all’indisposizione della prevista Anastasia Bartoli. La sua è una Tosca d’esperienza, salda nei mezzi e consapevole nella lettura, capace di muoversi con sicurezza lungo le pieghe di una partitura evidentemente studiata con rigore: momenti topici come il «Vissi d’arte», così come l’intero secondo atto, la vedono scultrice di accenti mai scontati, ancora in grado di offrire qualcosa, anche all’ennesimo ascolto. Giorgio Berrugi è un Mario Cavaradossi professionale, non esplosivo nel volume, ma affidabile e partecipe, capace di sostenere il ruolo con continuità e buona tenuta, pur cedendo qui e là all’irresistibile fascino di quelle corone vecchia scuola che oggi fanno più perdere che guadagnare. Lucas Meachem fa sfoggio di uno strumento indubbiamente interessante, per qualità timbrica e presenza vocale, ma il suo Scarpia appare più rifinito che minaccioso: troppo signorile nei modi, troppo elegante nell’accento, finanche sfumato nel canto, finisce per smussare quella componente brutale e villana – realizzabile in mille modi – che è invece essenziale al personaggio, restituendone un ritratto più controllato che realmente inquietante e teatralmente pregnante. Luca Tittoto e Manuel Pierattelli, per qualità vocali e sceniche, incarnano rispettivamente un Angelotti e uno Spoletta ineccepibili. Completano correttamente il cast il pastorello di Maria Guano, lo Sciarrone di Franco Cerri e il carceriere di Loris Purpura. Molto buona la prova del Coro e del Coro di Voci Bianche del Teatro Carlo Felice istruiti rispettivamente da Claudio Marino Moretti e Gino Tanasini.
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