Orchestra e podio
Nella ripresa della Tosca del 2024 a Firenze brilla un’orchestra del Maggio in stato di grazia con una grande direzione di Michele Gamba
FIRENZE – Dopo soli due anni, al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino torna la Tosca nella visione scenica firmata da Massimo Popolizio, qui ripresa da Paola Rota, di cui scrisse all’epoca Francesco Lora [Firenze, Tosca, 26/05/2024]. Eviteremo, quindi, di soffermarci sulla componente visiva che è già stata così ben sviscerata, limitandoci a qualche considerazione ulteriore: condividiamo le perplessità sull’uso dei simboli ecclesiastici (e, in tutta sincerità, ne avanziamo un po’ su tutta la gestione della scena in Sant’Andrea della Valle, in questa produzione più parrocchiale che mai) e aggiungiamo un errore in più a quello già rilevato nell’articolo citato. È davvero delizioso che Scarpia abbia il suo inginocchiatoio personale, forse addirittura riservato, ma il fatto che nel bel mezzo del Te Deum questi lo butti a terra e – oltretutto – che se ne vada passando davanti a prete, altare e apparati clericali vari sono due gesti scenici totalmente in contrasto con la radicale bigotteria del personaggio e spezzano sul più bello la sospensione dell’incredulità. Più in generale, ci si interroga sulla necessità di avere l’ennesima Tosca ambientata nel Ventennio, e naturalmente non per pruderie sulla traslazione temporale ma perché si tratta di un sentiero davvero molto battuto e di una didascalicità disarmante; se non altro, Popolizio e Silvia Aymonino ci risparmiano la pornografia delle camicie nere, dei fez e delle uniformi da federale optando per uniformi più generiche e sgherri in borghese, ma siamo comunque nell’ambito del già visto.
Si tratta, quindi di una ripresa di routine? No, perché l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino e la direzione di Michele Gamba raggiungono esiti sommi in grado di conferire un sapore del tutto nuovo a un titolo che proprio in questi giorni ha compiuto 126 anni. La cavata di suono è a dir poco prodigiosa, sempre così ricca e piena, evidenziando l’importante componente sinfonica della partitura, con le percussioni e gli ottoni che aprono uno squarcio sui mondi sonori d’oltralpe così radicalmente interiorizzati da Puccini. Gamba non concede nulla alla tradizione o peggio all’usato, conferendo la massima attenzione a ogni elemento: in questo senso, valga come esempio la pagina di tremoli degli archi in corrispondenza dell’ingresso di Spoletta («O galantuomo… Sant’Ignazio, m’aiuta!») dove si raggiungono tensioni quasi inedite, anche rimarcando quella linea truce dei fagotti in ottava.
Gamba legge la partitura prestando la massima aderenza al segno scritto, preoccupandosi al tempo stesso sia di mantenere il corretto equilibrio fra i volumi, sia di ricavare le giuste timbrature, un’impostazione mentale in cui l’Orchestra del Maggio lo segue con vero gusto; il frutto più interessante di questo tipo di lavoro è il fatto che finalmente abbiamo una Tosca in cui si sente tutto quel che succede in orchestra: le decime cantabili di primi violini e viole sotto «Al cielo piena di santo zelo», il motore ritmico dei clarinetti nella ripresa del meccanismo a orologeria sotteso al tema delle campane, o ancora gli interventi untuosi di secondi violini e viole subito dopo l’ingresso di Scarpia («Bel rispetto! Eccellenza, il gran giubilo»), così spesso trascurati perché in piano e con sordina e invece qui vengono messi in rilievo seguendo le indicazioni già presenti in partitura. Questa singolare trasparenza ha la fisiologica conseguenza di rendere più chiara anche la ragnatela di gesti, motivi e temi su cui la partitura è stata costruita, un apporto abbastanza significativo da rendere più evidente – e quindi più forte – la drammaturgia stessa.
Ottimo il Coro del Maggio Musicale Fiorentino ben preparato da Lorenzo Fratini, che si ritaglia il giusto spazio in una scena del Te Deum più musicalmente sontuosa che mai; impeccabile come sempre il Coro di voci bianche dell’Accademia preparato da Sara Matteucci.
Il cast risulta davvero ben assemblato e con alcune scelte particolarmente felici, iniziando dalla bravissima (e intonatissima) Angelique Becherucci come Pastorello; bene l’Angelotti di Mattia Denti ed efficace il Carceriere di Carlo Cigni, mentre risulta un poco freddo Huigang Liu nelle vesti di Sciarrone. Di buon livello – e dallo strumento pregevole – il Sagrestano di Matteo Torcaso, di cui si apprezza anche la mancanza di atteggiamenti macchiettistici, mentre Oronzo D’Urso e il suo Spoletta meritano senz’altro una menzione speciale tanto per la convincente recitazione, quanto per la prova vocale ben più che positiva.
Alexey Markov torna a interpretare il barone Scarpia e lo fa in modo estremamente interessante, proponendo in unica soluzione signorilità e violenza. Si segnala in particolare l’eccellente lavoro svolto sul testo, dimostrato con la capacità nel cesellare infinite sfumature, accenti e intenzioni nei momenti significativi, rendendo il suo personaggio anche capace di venature sarcastiche; non si tratta solo di un lavoro da grande attore, poiché tutto questo filtra anche nella realizzazione della linea vocale – forte di un’emissione robusta ma mai pesante – in cui emergono sfumature davvero inattese, persino nel Te Deum.
Il tenore Vincenzo Costanzo conferma ancora una volta il percorso di crescita di cui siamo già stati testimoni: il suo Cavaradossi si distingue per una vocalità ben sfogata e dalla giusta proiezione, eminentemente lirica, e per il timbro riconoscibile. Rispetto ad ascolti passati (anche solo dello scorso anno) appare assai più centrato, riuscendo a conferire al ruolo più sfaccettature, ora audace fino alla sbruffoneria persino davanti a Scarpia, ora autenticamente appassionato. In breve, Costanzo tratteggia con pochi tocchi un personaggio riuscito e convincente.
Nel ruolo eponimo ritroviamo Chiara Isotton, già recensita in questo titolo come Michele Gamba nella produzione scaligera dello scorso marzo [Milano, Tosca, 15/03/2025]. Il suo modo di recitare – in particolare nel primo atto – è straordinario per la padronanza sia del gesto scenico, sia dei tempi teatrali; una presenza che sulle tavole del Maggio appare solida come la sua voce: si dimostra molto migliorata nel controllo del taglientissimo registro acuto (l’«io quella lama gli piantai nel cor» l’hanno sentito fino a Santa Maria Novella), inoltre riesce a ricavare molti, interessanti colori dal fraseggio, che sarebbe sempre corretto se non fosse per l’occasionale tendenza a dilatare un poco i tempi.
Molti applausi, anche a scena aperta e in particolare per Costanzo e Isotton, suggellano il successo di quella che è forse la migliore Tosca ascoltata negli ultimi anni da chi scrive.
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