L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Medea in Corinto

Il destino di Medea

 di Andrea R. G. Pedrotti

Giovanni Simone Mayr

Medea in Corinto

Rodriguez, Spyres, Scala, Marcu

Fabio Luisi, direttore

Benedetto Sicca, regista

Orchestra Internazionale d'Italia e Orchestra Filarmonica di Stato della Transilvania di Cluj-Napoca

Coro della Filarmonica di Stato della Transilvania di Cluj-Napoca

Festival della valle d'Itria di Martina Franca, luglio/agosto 2015

2 DVD Dynamic 37735, 2016

leggi anche la recensione della recita del 30/07/2015

Capita di rado che si possa ritenere un onore render conto di un DVD, ma questo è inevitabile qualora ci si trovi innanzi a un’eccezionale realizzazione d’un’opera di assoluta meraviglia, come la Medea in Corinto di Giovanni Simone Mayr.

Grande merito va sicuramente tributato al Festival della Valle d’Itria, meritevole di aver incaricato dell’esecuzione di un tale capolavoro una compagnia d’artisti semplicemente perfetti nei rispettivi ruoli e un direttore di caratura internazionale: interpreti capaci di affrontare questa straordinaria partitura ai massimi livelli. Non si poteva immaginare veramente di meglio.

È una riscoperta dai molti significati, poiché è destino dei miti classici il perpetuarsi attraverso una tradizione cangiante che si adattasse ai diversi contesti umani, sociali e antropologici. Pur letta e interpretata nel tempo secondo differenti prospettive, quella di Medea è sempre la stessa storia, una storia di amore, morte, tradimenti, esilii, spargimenti di sangue di innocenti, fino al più efferato: l’assassinio dei figli avuti da Giasone. 

Paragonata alla tragedia di Euripide, l’opera di Mayr enfatizza la componente sentimentale, come sovente in queste rivisitazioni di temi classici. È una forma di nostalgia verso un ideale che ritroviamo anche in opere di autori come Racine: maggior tormento interiore, meno archetipi, un allontanamento dalla morale antica (quella che Nietzsche chiamava la “morale dei Signori”) cui subentra l’emozionalità più sottile della modernità.

Nel capolavoro di Mayr, Giasone palesa un autentico trasporto amoroso per Creusa: non è solo un interesse politico votato all’unione fra i regni di Iolco e Corinto. Creusa non è un personaggio psicologicamente disutile, semplice fantoccio di scambio, ma prova un sentimento autentico, fatto di gioia e struggimento, verso il figlio di Esone. Anche Egeo, che nelle vicende successive all’esilio di Medea (in quest’opera non se ne fa cenno) ne diverrà sposo, è figura più complessa. Il monarca ateniese giunge a Corinto per vendicare il tradimento subito, dopo il ritiro da parte di Creonte della promessa matrimoniale con Creusa, la quale si dimostrerà sensibile al dolore di colui che sarebbe stato padre di Teseo e che le dichiara ancora amore.

In quest’opera chi domina la scena è, tuttavia, Medea stessa. Personaggio stupefacente, condensa in sé tutte le caratteristiche caratteriali della maga nativa della Colchide. Medea si presenta, infatti, come donna matura e implacabile. Per Giasone (nel duetto del primo atto “Cedi al destin, Medea” lo rammenta chiaramente) aveva tradito il padre, straziato e fatto a pezzi il cadavere del fratello Absirto e reso colpevoli di parricidio le figlie di Pelia. Per quello stesso Giasone che ora la tradisce.

Solo un teatro della straordinarietà del San Carlo di Napoli poteva permettersi una commissione tanto ambiziosa (ma d’abitudine per il luogo), grazie agli imponenti mezzi artistici a sua disposizione all’epoca. Molti dei primi interpreti sarebbero stati protagonisti dei massimi capolavori rossiniani all’ombra del Vesuvio. Manuel Garcìa (Egeo), sarebbe stato il suo primo Norfolk nell’Elisabetta regina d’Inghilterra; Andrea Nozzari (Giasone), in futuro avrebbe portato sulle scene quale primo interprete ruoli come Leicester (sempre nell’Elisabetta regina d’Inghilterra due anni dopo la Medea in Corinto, sempre accanto a Garcìa), Otello, Agorante in Ricciardo e Zoraide, Pirro in Ermione o Rodrigo di Dhu in La donna del lago, solo per citarne alcuni.

Fra i primi interpreti non possiamo mancar di citare Isabella Colbran (allora legata sentimentalmente all’impresario del San Carlo, Domenico Barbaja) la quale avrebbe tenuto a battesimo tutte le grandi opere serie italiane di Rossini (suo futuro marito) a partire da Elisabetta regina d’Inghilterra. A questo dobbiamo aggiungere che la Colbran si trovava in un momento della sua vita, evidentemente, di gran forma vocale, poiché l’estensione e la difficoltà della parte di Medea risultano perigliose come pochi altri ruoli. Indicativo è che la parte della protagonista della Medea in Corinto verrà poi ripresa da un’altra somma primadonna votata alla tragedia neoclassica e dalle caratteristiche vocali assimilabili per certi versi alla Colbran, Giuditta Pasta.

Se la prima interprete di Creusa (Teresa Luigia Pontiggia) non passò alla storia, anche il canto della figlia di Creonte sarebbe stato affrontato da una nota artista rossiniana: Laure Cinti-Damoreau, prima Contessa di Folleville in Il viaggio a Reims, Pamyra in Le siège de Corinthe, Anaï nel Moïse et Pharaon e Mathilde in Guillaume Tell.

Il perfetto impianto drammaturgico previsto dal bellissimo libretto di Felice Romani - autore, nell’occasione, di uno dei migliori lavori della sua prolifica carriera - è seguito con fedeltà nello spettacolo itriano.

Due danzatori onnipresenti sono i figli di Medea. La loro è un’immagine che va oltre quella di due semplici infanti. Essi rappresenteranno con il loro sangue innocente il tragico compimento della vendetta di madre. Già dalla Sinfonia appare una serie di mimi, utili ad accompagnare la narrazione; infatti, nel tormentare fin dall’inizio Creusa (curiosamente è l’unico personaggio nominato con l’accentazione greca di Creùsa, anche se nelle fonti euripidee la figlia di Creonte è chiamata Glauce, mutando nome solo nelle versioni latine) e Egeo.

La scena è composta da un giardino ornato da papaveri con numerose botole da cui i mimi, in abiti cinerei, entrano ed escono con movenze consone alla drammaturgia. È bella l’immagine d’insieme, anche se alcuni giochi prospettici sono nel video solamente intuibili, come la simmetria del braccio maledicente lo sponsale fra Giasone e Creusa, alzato da Medea, contemporaneamente a quello ben più benevolo di Creonte.

Il primo atto presenta la situazione e illustra con partecipazione gli eventi tragici che scaturiranno dal disegno di morte e vendetta ordito dalla mente di Medea. L’introduzione è interamente affidata a Creusa, che con una bella cavatina si appronta gioiosa all’imminente, e agognato, rito nuziale. La regia concepisce che la giovane abitante di Corinto come una ragazza sognante per il coronamento del suo sogno d’amore con Giasone. In effetti (coerentemente con l’evoluzione psicologica del personaggio) ella trattiene a stento l’entusiasmo alla vista dell’amato, pur mantenendo la compostezza consona al rango.

I numeri chiusi si susseguono in logica successione con l’ingresso di Giasone “Di gloria all’invito” e con quello di Medea “Come?... Sen riede e il passo”. I protagonisti indispensabili al dramma sono tutti apparsi: è questo il momento migliore perché dubbi, ansie e recriminazioni abbiano luogo nell’incontro fra l'erede di Iolco e la maga colca, ferita, sublimato dallo splendido duetto “Cedi al destin, Medea”.

Fin qui alla regia non spetta che illustrare conflitti umani, ai quali, ancora, non seguono azioni. L’ingresso di Egeo con il cantabile “Io ti lasciai, piangendo” vede il re di Atene oppresso dai tormenti, figurati dalle numerose furie che ne appesantiscono e rallentano il passo. L’unico particolare che lascia perplessi è la presenza di un doppio-Egeo, nel momento del ricordo della passione giovanile per Creusa; un espediente per esplicitare l’interiorità di ognuno, del ricordo e dello struggimento.

Splendido il finale primo: “Dolce figliuol d’Urania”, con il matrimonio fra Creusa e Giasone turbato dalla presenza di Medea ed Egeo. I due sposi si pongono in ginocchio innanzi agli antichi amanti: la figlia di Creonte è più combattuta, mentre il figlio di Esone è fiero nel rivolgersi a Medea. Nella meravigliosa, coinvolgente stretta Giasone e Creusa sono stretti dalle furie.

Magnifico, come detto, il primo atto, ma il capolavoro arriva dopo. La simmetria con il principio dell’opera è imperfettibile: dopo il breve coro introduttivo “Amiche, cingete la chioma di rose” Creusa è chiamata a interpretare la non facile aria “Caro albergo in cui felice” da cui ha inizio la sua evoluzione psicologica. La giovane è più speranzosa, la linea musicale meno trasognata, lo slancio fiducioso si tinge di evidenti tratti melanconici. Sembra quasi di intendere un parallelismo con la scena di Amenaide dell’inizio del secondo atto del coevo Tancredi di Rossini. Una parte che, peraltro, prevede un soprano dalle caratteristiche simili a quelle di Creusa

La successiva cavatina di Medea è non meno che splendida, sicuramente uno dei brani più belli che, in oltre vent’anni di frequentazione di teatro lirico, abbiamo avuto la fortuna di ascoltare.

Il giardino di Corinto è oramai spoglio, privato dei suoi fiori durante l’aria di Creusa, quando giunge Medea, pronta a mettere in pratica la vendetta le cui ragioni ella aveva già spiegato a Giasone, per il quale tutto aveva sacrificato, nel corso del duetto del primo atto. Il proposito d'azione è illustrato da Romani in versi fra i più belli in un libretto nel complesso eccelso: “Del tosco spargetela de’ serpi d’Aletto\ di quelle che rodono\ l’invidia, il sospetto.\ La bagni l’istesso veleno di Nesso\ e mora com’Ercole sull’Eta morì”. L’indicazione del veleno è disambigua linguisticamente, poiché Aletto (il cui nome indica l’assenza di pace e tranquillità) guida la furia di Medea, ma è anche il sospetto nel rapporto d’amore, la gelosia, ciò che pone fine a un matrimonio.

Invidia e sospetto di Medea intingono l’abito nuziale di Creusa come il sangue del centauro Nesso avrebbe portato alla morte fra le faci di Eracle (la stessa sorte di Creusa), quando ancora il sospetto spinse Deianira a stringere a sé lo sposo (il mantello di Nesso è dunque l’abito nuziale), vinta dalla gelosia per Iole.

Con queste parole rese chiare dal limpido verseggiare di Romani la sorte di Creusa è segnata e l’elegia del duetto “Non palpitar, mia vita” velata di dramma imminente. Per i due amanti potrebbe sembrare la fine di una pena terribile: Medea dona alla principessa di Corinto l’abito nuziale per mano della prole; Creusa appare sollevata e il suo timore ha fine. Ma questa è solo un’illusione di ciò che sta per accadere e avrà compimento a breve.

Ancora avvinto dai tormenti (rappresentati dai mimi attorno a sé) Egeo canta ora l’aria “I dolci contenti”, la narrazione ha una piccola sospensione, necessaria a mantenere costante il livello di attenzione, ma torna subito in scena Medea e la tragedia non può cessare: ella strega anche il re di Atena, si unisce a lui in alleanza, che (come già accennato) avrà per epilogo l’unione fra i due.

Di grande effetto ed eleganza la morte di Creusa che, con il fiero incedere delle anime spente, scende elegante verso l’Averno, velata completamente, ormai destinata a varcare l’Acheronte, senza speranza di ritorno. La struggente scena rispetta in pieno dramma e bienséance. Nel medesimo istante è Giasone a cantar ancora una volta, nella cavatina “Amor, per te penai”, l’amore per Creusa, che crede ancora in vita, per scoprire la terribile verità solo prima della bellissima cabaletta.

Finora Medea ci è apparsa perfida vendicatrice inesorabile, ma è anch’essa umana e lo palesa nella sua scena (seguita dall’ennesima aria meravigliosa) “Ah! Che Tento?”. Ella si domanda se il suo amore per Giasone sia del tutto spento e se l’infanticidio del frutto del suo seno sia o meno giustificato, se il sangue dei figli sia suo o di Giasone. Sembra amorevole, ma alla fine decisa: “un dio in voi m’addita il padre” è esclamato prima con orrore verso se stessa, e li invita alla fuga, ma, al termine dell’ennesima terrifica cabaletta, Medea svena i figli.

Termina l’opera con un finale all'altezza di tanto capolavoro: Giasone vorrebbe uccidere Medea per la morte di Creusa, ma la disperazione lo porta a tentare il suicidio alla vista dei cadaveri dei figli che ebbe dall’inesorabile maga della Colchide.

Medea rammenta a Giasone tutto ciò che ha compiuto contro di lui e parte per l’esilio, mentre il coro, nello stile perfetto che fu del dramma greco, commenta con preciso distacco l’avvenimento.

Grazie a un cast stellare, presso il Festival di Martina Franca è andato in scena tutto questo. Tanto meravigliosa la partitura, quanto meravigliosi gli interpreti.

Su tutti la protagonista Medea è interpretata da un’eccezionale Davinia Rodriguez. Il soprano spagnolo è ottima interprete fin dalla sua entrata “Come?... Sen riede il passo”, aria con violino obbligato di rara bellezza e intensità, che nei versi di Romani riecheggia l'invocazione agli dei custodi dei giuramenti nella tragedia di Euripide. Tuttavia la prova della Rodriguez s'innalza ulteriormente nel corso di un superlativo secondo atto. Due arie di raro impegno vocale e uno splendido duetto sono eseguite in maniera tecnicamente perfetta, grazie un’ottima gestione dei fiati e proiezione encomiabile. Stupisce la facilità esecutiva e d’emissione delle saettanti puntature finali, per di più al temine di un’opera estenuante per la protagonista, con una scrittura vocale particolarmente estesa, che esige salti faticosi, quanto insidiosi fra i registri. Ma se si affrontano temi del teatro classico è la forza emotiva che deve essere protagonista. L’interpretazione drammatica, l’espressione, gli accenti, la recitazione fanno del soprano spagnolo una Medea ideale.

Michael Spyres (Giasone) è senz’ombra di dubbio il miglior interprete dei ruoli che furono di Nozzari fra i cantanti dell’ultima generazione. Non poteva deludere, ma è andato oltre le aspettative, regalando al pubblico una prestazione ampiamente degna della sua meritata fama. Le agilità sono precise, la dizione chiara, il fraseggio curato, la varietà di colori e la facilità nell’affrontare i registri encomiabile. Il tenore americano ottimo nei passaggi più eroici e fieri del primo atto, cosi come nel bel duetto d’amore con Creusa del secondo atto. Splendida la sua esecuzione della cavatina “Amor, per te penai”, dove è abilissimo nel passaggio da un cantabile morbido a una fitta coloratura di forza eseguita con precisione assoluta.

Sugli stessi livelli dei colleghi anche l’ottima Creusa di Mihaela Marcu, che ricama il fraseggio e l’analisi della parola con la classe e la perizia che abbiamo ormai imparato ad apprezzare. Le sfumature psicologiche della figlia di Creonte sono ben evidenziate, grazie alla brillantezza dello strumento e a una bella elasticità della corda. Le parti più struggenti del secondo atto denotano grande emotività, grazie all’interpretazione passionale, sostenuta da una gran ricchezza di armonici e rare morbidezze d’emissione.

Molto bene anche Enea Scala, che si trova a suo agio nella parte di Egeo. La recitazione è ottima, parimenti allo stile, allo squillo e all’espressione, sia nella passionalità melanconica, sia nei passaggi più smaccatamente lirici.

Il cast era completato con onore da Paolo Cauteruccio (Evandro), Nozomi Kato (Ismene), Marco Stefani (Tideo).

I figli di Medea e Giasone erano interpretati dai ballerini Chiara Ameglio e Cesare Benedetti.

L’Orchestra Internazionale d’Italia e l'Orchestra Filarmonica di Cluj-Napoca sono dirette da Fabio Luisi. Il concertatore si fa apprezzare per tutta l’opera per il bel fraseggio e le belle scelte agogiche e dinamiche, che valorizzano la ricercata orchestrazione di Mayr. Di gran effetto emotivo il finale del secondo atto, capace di scatenare l’immediato entusiasmo del pubblico.

Il Coro della Filarmonica di Stato della Transilvania è diretto da Cornel Groza. Forse alcuni attacchi possono sembrare perfettibili, tuttavia bisogna tener conto delle difficoltà pratiche dell'esecuzione all'aperto in uno spazio come il cortile del Palazzo Ducale di Martina Franca. 

La regia è a cura di Benedetto Sicca, le scene di Maria Paola di Francesco. I costumi di Tommaso Lagattolla risultano adeguati ai rispettivi personaggi, a eccezione di quelli indossati da Creusa e Giasone, decisamente meno riusciti ed efficaci. Le splendide luci sono di Marco Giusti, mentre la regia video di Matteo Righetti.

Unico appunto che ci sentiamo di segnalare è l’assenza di una precisa scansione dei numeri musicali nel libretto d'accompagnamento; può, inoltre risultare fuoriviante la segnalazione di “Word première on DVD”, poiché della Medea in Corinto era già disponibile il video registrato a Monaco di Baviera nel 2010, mentre, al più, in questo caso si tratta del debutto dell’edizione critica curata da Paolo Rossini per G. Ricordi & Co. (2013).