L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Macbeth, emma dante

L’algebra di Macbeth

 di Giuseppe Guggino

Il Massimo di Palermo consegna ai propri annali quella che è probabilmente destinata a ricordarsi quale la più scialba inaugurazione di stagione degli ultimi vent’anni. La somma tra una regista interessante e un direttore di vaglia, diversamente da Feuersnot, non sembra sufficiente a ottenere il risultato sperato.

Palermo, 29 gennaio 2017 - Quello andato in scena a Palermo in questi giorni è un Macbeth costruito per sottrazione. Emma Dante sottrae alla vista intanto le scene, ridotte a semplici cancellate (quasi una stilizzazione di corone) e a sedie d’altezza variabile a riprenderne il disegno, sottrae all’opera una collocazione unitaria sicché si va dall’indeterminabilità delle quinte antracite, alle barelle da ospedale psichiatrico nella scena del sonnambulismo per finire in una strana foresta di Birnam infestata da pale di fichi d’india. Alle prese con una drammaturgia compiuta quale è quella di Shakespeare/Verdi la regista palermitana sottrae alla vista perfino i suoi eccessi geniali, ridotti a satiri (dalle parti intime un poco comiche) intenti a ingravidare le streghe costantemente partorienti nel terzo atto; sottrae ogni tentativo di restituire il soprannaturale, per aggiungere alfine solamente un po’ del suo solido mestiere di teatrante, comunque sufficiente ad azzardare qualche soluzione vincente (Duncano assassinato portato in scena come un Cristo delle Passioni meridionali, la scena del brindisi ben risolta solamente con un drappo rosso, la battaglia finale fra saraceni grazie all’ausilio del maestro d’armi Sandro Maria Campagna). Un Macbeth quindi che, al netto dell’ormai indiscutibile bravura di Vanessa Sannino nei costumi, sembra saper dire poco con le scene di Carmine Maringola e le luci di Cristian Zucaro.

Quasi di pari passo sembra procedere Gabriele Ferro nel sottrarre sonorità e nerbo al Verdi "di galera". Al di là della stima per il maestro, non foss’altro per quella smorfia ironica al re bemolle pervenuto dalla quinta a chiusa del sonnambulismo, non può però tacersi il fatto che la sua prospettiva interpretativa di per sé interessante abbia dovuto fare i conti con una preparazione in orchestra molto deficitaria. Passi per ricercata qualche zampata oggettivamente bandistica fra gli ottoni, a sottolineare il Cristo-Duncano portato in processione della Dante, ma se la sezione (tranne quella sul palco, molto migliore) ha continuato sullo stesso binario per l’intera serata va da sé che il tentativo di un Verdi introspettivo dall’agogica dilatata ne riesce azzoppato; così se l’idea più riuscita è parsa quella di valorizzare il taglio espressionistico della scrittura dei legni (clarinetto e corno inglese nel duetto Macbeth-Lady) non altrettanto può dirsi se al rallentare, specie negli insiemi, si coniuga costantemente l’assoluta e preoccupante inconsistenza del blocco (in)sonoro dei violini (mai udito un preludio del sonnambulismo con arcate tanto stitiche e ingenerose) e l’altrettanto inspiegabile evanescenza dei celli (che invece, almeno nel duetto citato e nel finale secondo dovrebbero svettare).

Né le sottrazioni qui si concludono perché ad Anna Pirozzi, a cui occorre riconoscere l’attenuante dello stato avanzato di gravidanza, sembrano essersi prosciugati gli armonici per cui la voce suona sovente poco aggressiva per Lady Macbeth, oltre che in costante difficoltà nel legato e nel registro acuto. Roberto Frontali, giunto alle ultime recite a sostituire l’indisposizione del titolare, sembra sottrarre il buon gusto all’emissione, guadagnato in tanti anni di carriera con frequentazioni donizettiane, salvo recuperare la serata con un ottimo “Pietà, rispetto, amore”. Vincenzo Costanzo si compiace del bel timbro sufficiente a portare a termine l’aria, poi supportata dal valido Manuel Pierattelli nella stretta a due. Successo meritato per Marko Mimica impegnato come Banco e per Federica Alfano e Nicolò Ceriani, rispettivamente dama e medico.

Alle sottrazioni di questo Macbeth deve inoltre ascriversi quella del Ballabile del terzo atto; né se ne comprende il motivo, giacché da anni il Teatro Massimo predica la valorizzazione del proprio Corpo di Ballo qui impiegato in piccole interpunzioni grottesche a supporto degli spasmi epilettici della compagnia della Dante. Né la sottrazione è bilanciata dall’aver interpolato all’interno del finale dell’edizione parigina l’arioso “Mal per me che m’affidai” che concludeva la prima versione dell’opera; soluzione à la Abbado - certamente deprecabile in virtù della distanza di orizzonti estetici che si riscontra tra “Scozia oppressa” e “Patria oppressa” o tra “Trionfai securi alfine” e “La luce langue” - scaturita nelle ultime prove per mettere un po’ tutti d’accordo.

Grande il successo di pubblico e grande risonanza mediatica per l’evento il cui tamtam vi ha visto un Teatro capace di esportare nel mondo novità e scoperte. Probabilmente, procedendo di sottrazione in sottrazione, con buona pace di vari matematici da Diofanto d’Alessandria d’Egitto a Girolamo Cardano e Raffaele Bombelli, quella dei numeri relativi.

foto Rosellina Garbo