L’ape musicale

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Cecilia Colbran, un nuovo Rossini

 di Francesco Lora

Al Festival di Pentecoste di Salisburgo, un’esecuzione in forma di concerto della Donna del lago ha vantato il debutto di Cecilia Bartoli nella parte protagonistica, il suo atteso incontro con Vivica Genaux e il valore dei tenori Edgardo Rocha e Norman Reinhardt.

SALISBURGO, 4 giugno 2017 – Nel trionfo di pubblico, critica e botteghino s’è chiuso l’ultimo Festival di Pentecoste di Salisburgo, prologo e costola chic di quello estivo, affidato al discernimento artistico dell’arciprimadonna Cecilia Bartoli. Sei spettacoli dal 2 al 5 giugno, con locandine mozzafiato, attraverso più generi musicali; oltre 12.400 spettatori a giustificare biglietti tra i più costosi al mondo (fino a 430 euro per un posto di platea: ma tutti venduti); programma questa volta incentrato sulla Scozia e sulle sue suggestioni fiabesche, epiche e romantiche. Interi o a brani, sono passati in rassegna l’Ariodante di Händel, la Sinfonia n. 3 “Scozzese” di Mendelssohn, Der fliegende Holländer di Wagner, e così via, secondo un criterio di varietà, fino al Macbeth di Verdi e all’Orlando serenatistico o operistico di Porpora, Vivaldi e ancora Händel. All’arrivo dell’ape sulla tavola imbandita, la festa era già iniziata ma i piatti forti erano ancora intatti, a partire dalla Donna del lago di Rossini eseguita in forma di concerto il 4 giugno nella Haus für Mozart.

È stata l’occasione del debutto della Bartoli nel ruolo protagonistico di Elena. Curioso a dirlo, dopo il diploma da rossiniana d’oro la sua carriera ha diluito il Pesarese tra molte altre esperienze o s’è diretta verso titoli poco prevedibili: La Cenerentola è rimasta favorita, Il barbiere di Siviglia tace da anni, Il Turco in Italia e Le Comte Ory sono arrivati a sorpresa sottolineando l’evoluzione da mezzosoprano in soprano puro; ancora s’attendono una Gazza ladra o un Maometto II, con le loro parti di primadonna, vuoi larmoyante vuoi tragica, che entrambe s’attaglierebbero idealmente alla Bartoli; l’anno venturo, a Pentecoste e a Salisburgo, sarà invece la volta dell’Italiana in Algeri e della parte di Isabella, autenticamente contraltile e atta a ricordare come una vera primadonna all’italiana sappia trascorrere con disinvoltura da un registro all’altro; un solo altro ruolo rossiniano notevole era già nel curriculum bartoliano, e si tratta di Desdemona nell’Otello, ora raggiunta da un ulteriore ruolo plasmato sul temperamento di Isabella Colbran: Elena, appunto.

Con immediatezza di caratterizzazione ed efficacia di divertimento giocoso, la Bartoli lo conduce attraverso il ripristino di doppiezze storiche, stilistiche e testuali. Raccoglie la parte della giovinetta timida che vive sui monti e arrossisce al bacio della mano, e insieme raccoglie una scrittura d’alto virtuosismo dedicata alla regina storica della scena napoletana. Sbriga così il cantabile nell’omogeneità timbrica, e in esso profonde non charme – le vie di un’Anna Caterina Antonacci rimangono altre – bensì ironia, simpatia, calcolata affettazione e simulata goffaggine, come se Elena ambisse più alla cordialità della commedia che al gesto autorevole del dramma serio. Ma si muta all’improvviso nella macchina da guerra che sgrana semicrome con forza elettrizzante, e che oppone compiaciuta un registro acuto squillante e pungente a un registro di petto calcato e androgino: ecco il canto da vertigine e la doppiezza vocale, soprano e contralto in una sola gola, sottesa all’organizzazione e alla fama della Colbran come della Pasta e della Malibran.

Al cospetto del fenomeno di canto, natura e mercato è però venuto meno un concertatore di pari grado. Doveva essere Diego Fasolis, che nello stesso festival, tre anni fa, aveva diretto musiche di Rossini e meravigliato per filologica innovazione interpretativa. Ma si dice che un epico divorzio artistico l’abbia disgiunto dalla Bartoli, a danno di una collaborazione che andava preservata a tutti i costi. L’incarico è così passato a un ottimo maestro di coro come Gianluca Capuano, musicista più forbito nelle idee che infallibile nella tecnica, il quale di fronte al colpaccio di fortuna dovrà guardarsi dal fare il passo più lungo della gamba. In Rossini e sotto la sua direzione, la neofondata orchestra di strumenti originali Les Musiciens du Prince ha fatto valere peculiarità gestuali e timbriche solo quando legni e ottoni godevano i loro spazi solistici; altrimenti, s’è spenta in fraseggi senza arsi, indirizzo e tesi. Inaccettabile, poi, la banda di palcoscenico delegata all’orchestra in buca o spudoratamente preregistrata e riprodotta dal fondo.

Alla corte della Bartoli-Colbran non sono invece mancati due tenori degni dell’eredità di Giovanni David e Andrea Nozzari. Edgardo Rocha ha recato alla parte di Giacomo V la consueta giovanile finezza di linea, salendo con squillo, risonanza e spavalderia ai vertici della tessitura. Va però tenuto d’occhio anche Norman Reinhardt: nel suo Rodrigo s’ammirano la brunita sostanza del registro centrale, la cura della pronunzia e – anche qui – il salto sicuro alle note sopracute. Più aspettativa che entusiasmo, invece, intorno al Malcom di Vivica Genaux: tre lustri or sono fu la prima e unica a sfidare la Bartoli sul terreno del virtuosismo sfrenato, e il loro incontro è rimasto finora un sogno del melomane; tolta la prova di lampante musicalità, tuttavia, la parte en travesti sottolinea oggi soprattutto l’affondo gutturale, l’emissione senza velluto e il timbro vetroso. Incomodo il Douglas di Nathan Berg, alla cui grossa voce sono estranei legato, continuità di registri e passabile fonetica. Ben preparato ma rigido, alla tedesca, il Salzburger Bachchor.

foto Marco Borrelli


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