L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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versailles

Rousset, il settimo Lully

 di Francesco Lora

Alceste ou Le triomphe d’Alcide ha una nuova edizione di riferimento con Les Talens Lyrique, il Chœur de chambre di Namur e una compagnia di cantanti fedelissimi al direttore-specialista. Dopo il concerto a Beaune, la ripresa a Versailles e l’uscita del CD riconfermano l’eleganza e l’erudizione della lettura.

VERSAILLES, 10 dicembre 2017 – Château de Versailles Spectacles è l’istituzione che organizza di anno in anno, nei numerosi, diversi, favolosi spazi dell’antica dimora dei re di Francia, quella che è forse la più sontuosa stagione di musica sei-settecentesca al mondo; a scorrerne il programma, l’appassionato trasecola per qualità e varietà. Per i dubbiosi della parte logistica: a Versailles si arriva su rotaia da Parigi in meno di un’ora; i biglietti degli spettacoli si trovano facilmente e ve n’è a prezzi abbordabili; fermarsi a dormire vicino alla reggia costa meno che nella capitale. Quanto al discorso artistico, evidente è anche il legame con la miglior produzione discografica in corso: Versailles ne diviene la vetrina. Un esempio è stato il concerto del 9 dicembre nella cappella reale, con musiche natalizie di Michael Praetorius eseguite da Paul McCreesh e i Gabrieli Consort & Players: un programma ripreso tal quale da un loro indimenticabile CD di oltre vent’anni fa [leggi la recensione]. Un altro esempio è stato il concerto dell’indomani nel teatro reale, con l’esecuzione in forma di concerto di Alceste ou Le triomphe d’Alcide (1674), terza delle sedici tragédies en musique di Jean-Baptiste Lully: Christophe Rousset e i suoi Talens Lyriques, insieme con il Chœur de chambre di Namur, l’avevano già presentata in luglio al Festival di Beaune e ne avevano in concomitanza realizzato l’incisione; “montato” il doppio CD e pubblicato in raffinato cofanetto dall’etichetta Aparté, gli interpreti ne hanno appunto proclamato il battesimo con la replica a Versailles.

La specifica discografica (col suo retrogusto pubblicitario) avrà tanto più senso (e forse scusa) innanzi al ruolo di Rousset nel completare o rinverdire il catalogo delle incisioni lulliane, ora lacunoso ora obsoleto. Dalla sua iniziativa e competenza sono venute, negli ultimi tre lustri, le registrazioni operistiche di riferimento; parecchie: Amadis, Armide, Bellérophon, Persée, Phaéton e Roland. Quanto alla nuova Alceste, incisione e concerto confermano insieme quanto già si pregustava. L’equivoco del Barocco musicale inteso come luogo di libertà dissennata, e dunque del falso filologico e del gusto censurando, è spazzato via da Rousset come condizione di partenza: inesaustibile è l’eleganza del porgere nel coro, nei solisti e nell’orchestra, tutti capaci d’incisività retorica anche quando avvolti in edeniche tinte pastello, e tutti istruiti nell’arte dell’ornamentazione rigidamente normata dalla scuola francese. I molti personaggi sono d’altra parte distribuiti tra una compagnia di cantanti fedelissimi: il soprano Judith van Wanroij, protagonista sempre nobile, semplice, commovente nell’accento; il baritono Edwin Crossley-Mercer, come Alcide, e il basso Douglas Williams, come Lycomède e Charon, entrambi capaci anche d’ironica sensualità; lo haute-contre Emiliano Gonzalez Toro, come Admète accorato e di timbro malioso; il tenore Enguerrand de Hys, il baritono Étienne Bazola e soprattutto i tre soprani Ambroisine Bré, Lucía Martín-Cartón e Bénédicte Tauran nel florilegio di parti minori, ciascuna messa a punto con dovizia di caratterizzazione.