L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

christian thielemann

Dresda a Milano, miracolo d’equilibrio

 di Francesco Lora

Silenzio incantato durante le musiche e infinito uragano d'applausi al congedo salutano il trionfale ritorno alla Scala di Christian Thielemann e della Staatskapelle di Dresda. In programma Beethoven e Bruckner, eccellente il pianoforte di Rudolf Buchbinder.

MILANO, 11 settembre 2017 – Se un’orchestra come la Staatskapelle di Dresda ha una casa in Italia, quella è il Teatro alla Scala. Ci torna non tutti gli anni – sarebbe troppo, troppo bello – ma comunque in modo da non lasciar passare il lustro. Che è molto: l’impareggiabile compagine è nobilmente schiva al battage da copertina dei Berliner e dei Wiener Philharmoniker, e lascia alle tournée concertistiche lo spazio che non ne tolga alle stagioni d’opera nella Semperoper o alla residenza al Festival di Pasqua di Salisburgo. Non era ancora rientrata a Milano, però, portando con sé Christian Thielemann, suo direttore musicale dal 2012 e per la verità mai stato avvezzo ai cartelloni scaligeri: due concerti giovanili nel 1990 e 1993, con l’orchestra del teatro, e un’apparizione isolata nel 2008, con i Münchner Philharmoniker. Il trionfale ritorno di orchestra e direttore – silenzio incantato durante le musiche e infinito uragano d’applausi al congedo – è stato officiato l’11 settembre: apparecchiandolo, la Scala ha preso per la coda una tournée già passata, nella settimana precedente, per Francoforte sul Meno, Monaco di Baviera e Vienna, e l’ha sbalzata da una portata culturale cordialmente germanica a una propriamente europea.

Programma in due corposi blocchi unici, senza divagazioni. Thielemann si predica oggi come caparbio defensor della tradizione musicale tedesca tardoromantica, come storicizzata nel secondo dopoguerra: quella partita da Furtwängler, Keilberth, Knappertsbusch e Krauss, compiaciutasi in Karajan e smarritasi infine nella globalizzazione nemica del bello idiomatico. Diretto da lui, il Beethoven del Concerto per pianoforte n. 1 è dunque sbarrato a ogni filologia e visto a ritroso con gli occhi del Novecento, come un prodromo alla civiltà di Wagner, Brahms e Strauss. Vi si ascolta una Staatskapelle con archi dalla cavata unanime, colossale, plumbea, pulviscolosa poiché ingorda della luce timbrica che legni e ottoni emanano come dal fondo, e viepiù coperta e scaldata dalle peculiarità acustiche della Scala. E vi si ascolta il pianoforte di Rudolf Buchbinder, conversatore pungente prima che profondo, sollecito fin quasi a proporsi come secondo concertatore: agisce sempre in scambievole amorevolezza di gesti con l’orchestra che lo incornicia e accompagna, mitiga l’austera visione di Thielemann con articolazione di prodigiosa morbidezza e granitura, eccita luccichii briosissimi anche con mani che ricadono ormai anziane, asciutte e gravi sulla tastiera.

Alcune improvvise fiammate orchestrali, nel Rondò conclusivo, anticipano come Beethoven sia qui prologo a ben altro incendio delle polveri. La dimostrazione arriva con la Sinfonia n. 1 di Bruckner, che è partitura tortuosa nel discorso, monumentale d’organico, affollata d’idee imprevedibili. Non si sa in virtù di quale patto col diavolo, Thielemann la conosce come le proprie tasche: per ogni piano dinamico, intimo o colossale che sia, e spesso con spaventosa escursione immediata dall’uno all’altro, attua calcoli di alta ingegneria tecnica; per ogni frase cantabile, quand’anche fuggente e spezzata, sa nel contempo individuare quella che le dà ombra, respiro, prospettiva, ardore evocativo; non solo svolge, ma anche spiega con disarmante chiarezza, semplicità e avvenenza il testo inespugnabile, come ancora non si ritrova in discografia. Attraverso di lui, si rinnova il solito miracolo d’equilibrio nella Staatskapelle di Dresda: quello di far saltare sulla poltrona per gli scoppi inauditi a piena orchestra, salvo poi far ritrovare in quegli stessi l’ariosità più penetrabile; o quello di collocare nel setoso sussurro degli archi, percorso dal rubato, il morso e il fuoco della pur silente macchina d’ottoni. Un’orchestra superiore, si pensa tornando a casa, davvero non si può dare.