L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Il privilegio di suonare Chopin

 di Stefano Ceccarelli

Un recital di Pollini è sempre un evento: da Roma, poi, manca da qualche anno (2014). Il più amato musicista italiano, inoltre, è assai ben voluto dal pubblico dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che lo omaggia non lasciando nemmeno un posto libero nella maggior sala dell’Auditorium e tributandogli una meritata finale standing ovation. Il concerto è monografico su Chopin, che Pollini ama molto e a cui ha tributato gran parte della sua carriera: i Due Notturni op. 27; la Terza Ballata in la bemolle maggiore op. 47; la Quarta Ballata in fa minore op. 52; la Berceuse in re bemolle maggiore op. 57; lo Scherzo n. 1 in si minore op. 20; i Due Notturni op. 55 e la Sonata n. 3 in si minore op. 58. Dopo questo tour de force ha ancora voglia di suonarci, a mo’ di bis, il Terzo Scherzo.

ROMA, 4 dicembre 2017 – «Ho il privilegio di suonare Chopin». Questo è tra i pensieri più belli fra quelli espressi da Maurizio Pollini e raccolti da Sandro Cappelletto nel programma di sala. Pollini si lascia, sempre parcamente, andare a qualche pensiero più personale, anche generale, sulla vita e l’arte (si legga l’intervista, sempre sul programma, a cura di A. Gnoli): ma, soprattutto, è prodigo di letture esegetiche di Chopin, del suo pensiero musicale e della sua sconvolgente modernità, che oggi appare quasi opacizzata dal fatto di essere, Chopin, assurto all’empireo dei classici.

L’amore di Pollini per Chopin, del resto, è cosa nota: è l’autore a cui ha dedicato, probabilmente, di più nel corso della sua esistenza, cui ha tributato una inesauribile ricerca esegetica. In questo concerto se ne colgono, per chi sa ascoltarli, gli echi e i risultati proprio di questa ricerca. Un programma, dunque, monografico su Fryderyk Chopin. Non manca nulla a questa cena completa: notturni, scherzi, ballate, una barcarola e una sonata (forse il grande assente è il valzer).

Maurizio Pollini, settantacinquenne, incede lento ma vigile sul palco della sala di Santa Cecilia, gremita all’inverosimile per l’occasione: Pollini è forse il pianista italiano più amato. Attacca il primo dei due Notturni op. 27: già si percepisce il suo gusto per le tonalità di colore, per le tinte sfumate, tanto amate dal polacco. Come da un lento torpore, dall’incedere claudicante dell’accompagnamento della mano sinistra che si appaia, a stento, con un recitativo lirico che appare emergere dall’indefinito, con qualche nota timidamente ribattuta, la lettura di Pollini pare a mano a mano rischiararsi nella climax, ma non arriva all’energia di anni fa (si veda la parte centrale, soprattutto). Si comprende subito che, vuoi per motivi fisici, vuoi per una nuova concezione poetica, il pianismo di Pollini si fa ancor più rarefatto di quanto non fosse anni fa, portando agli estremi una retorica che è la sua firma di fabbrica: una volumetria contenuta, intimistica, quasi che il maestro sia a tu per tu con lo strumento, lontano da sguardi indiscreti; una sgranatura perfetta delle volatine, delle scale e degli abbellimenti; il senso drammatico del coup de théâtre, dei tempi di attesa, dell’effetto sorpresa, in un certo senso; l’eleganza scevra di retorica sforzata, per questo proprio aristocratica (nel senso, però, non deteriore del termine). Queste le caratteristiche precipue dell’interpretazione di Pollini. L’intimismo estremo, quasi un dialogo con sé stesso, emerge pieno nel lirismo lunare del secondo notturno dell’op. 27: ancora emergono fulgide le differenze con il passato, il tutto velandosi di un torpore introspettivo. Siamo di fronte a uno Chopin senescente: Pollini sembra approdato a un’isola estetica in cui tutto è rarefatto, un po’ come l’ultimo Abbado – e quanto fossero legati i due, è cosa nota. Lo spegnersi del notturno riesce a Pollini superbamente: e ci dà la cifra dell’estetica del concerto (almeno, vedremo, per ora). A ogni pezzo (quindi non lo ripeterò) scattano applausi fragorosi. Dopo i due notturni, in perfetta e studiata simmetria, ecco due ballate. Apre la Terza ballata: quel senso di etereo, rarefatto, si percepisce ancora stupendamente nell’attacco vagamente gioioso, ma pur sempre indefinito, che precede la serie di cullanti do che apre il tema più propriamente danzante. Qui Pollini trascende il senso coreutico per vestire i panni di un’estetica quasi Biedermeier: siamo lontani dagli scatti, quasi isterici, di Rachmaninov, appassionato chopiniano, o dal senso vuoi coreutico, vuoi energico di Rubinstein. Né, penso, Pollini abbia cercato ieri sera niente di tutto ciò. Lo stesso dicasi anche della Quarta ballata, che ha forse un carattere meno immediatamente coreutico della terza e appare più come una fantasia, a tratti: Pollini fa scorrere la malinconia tipicamente chopiniana con grazia, suoni perfettamente sgranati, sentimento. Segue la Berceuse op. 57: qui Pollini raggiunge un momento incredibile della sua poetica, del suo Chopin. A un accompagnamento fisso, appunto da barcarola, della mano sinistra, Pollini contrappone un raffinatissimo dialogo con la mano destra, che vola indisturbata sulla tastiera: scale, abbellimenti, tutto è soppesato con perfezione assoluta. E in questo si dimostra di aver bene appreso le lezioni chopiniane da Benedetti Michelangeli. La prima parte del concerto, lunga e faticosa, si conclude con lo Scherzo n. 1. In ottemperanza alla poetica scelta (forse, anche per un po’ di fisiologica stanchezza), il brano scorre lievemente astenico, soprattutto nel galoppante inizio (e nell’altrettanto virtuosistico finale): ma la brillantezza della parte centrale, la dolcissima citazione del cullante canto natalizio polacco, sono perle rarissime. Inoltre, qui Pollini ci mostra la sua squisita sensibilità drammatica, quella che gli permette di dosare respiri, silenzi, momenti di passaggio, repentine riprese: in una parola, il suo teatro pianistico. Un’ovazione, alla fine del pezzo, invade la sala e avvolge il maestro.

Il secondo tempo è ancora aperto da due notturni, quelli dell’op. 55. Questo Chopin senescente, come l’ho definito, è perfettamente intonato con l’ethos di questi due notturni. Il primo scorre nella malinconica delicatezza di una melodia cantabilissima, ovattata quasi fino all’esplodere centrale e al successivo affievolirsi: Pollini dà già segno di una maggiore drammaticità. Delicato, introspettivo, trasognante il secondo, che Pollini culla con delicatezza magistrale. Conclude il concerto la Terza sonata. L’interprete mi pare aver trovato un rinnovato vigore, che mostra nell’Allegro maestoso: scale, lunghe arcate virtuosistiche, drammaticità, tutto è vivido nella lettura di Pollini, come il cristallino tema e le sue evoluzioni. Finanche il breve Scherzo (II), rispetto a quello del primo tempo, mi sembra più sciolto. Sublime il Largo, che trae linfa vitale dai fratelli notturni e che Pollini esegue in maniera incantevole. Il finale ci palesa proprio un Pollini quasi trasfigurato rispetto all’inizio del concerto, più indulgente verso una retorica virtuosistica: quasi che abbia mantenuto le energie per l’ultima parte, dove il parossismo chopiniano è reso (per le possibilità fisiche del pianista) con grande tensione. Gli applausi piovono scroscianti. Dopo tre chiamate, Pollini si siede ancora al pianoforte. Tutti ci saremmo aspettati, magari, un valzer, uno studio, un preludio, forse, o un altro notturno: invece, attacca il Terzo scherzo. Con che piglio, poi, affronta il drammatico inizio, le timbriche che trascolorano verso sonorità drammatiche, acquietandosi, riprendendo, e così via: fino all’oasi, apparentemente statica (i cannoni sotto i fiori!) dove portamenti discendenti sorreggono il tema marzialmente scandito. E par quasi di risentire il Pollini vecchia maniera, in alcuni sprazzi. Una meritatissima standing ovation corona la serata.

 


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