L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La mano (più o meno) felice

 di Giuseppe Guggino

Giunge quasi al termine della stagione del Massimo di Palermo l’appuntamento operistico sulla carta più intrigante del suo cartellone con La mano felice di Arnold Schönberg e Il castello di Barbablù di Bela Bartók messi in scena dal premiato tandem ricci/forte. A convincere incondizionatamente è l’Orchestra del Massimo diretta da un notevolissimo Gregory Vajda.

Palermo, 25 novembre 2018 - Si è dovuto attendere il penultimo appuntamento in cartellone ma alla fine nella stagione 2018 il Massimo di Palermo ha avuto il coraggio di osare anche una timida proposta culturale capace di innescare quel minimo di dibattito che dovrebbe essere la mission di una Fondazione lirica.

In scena due atti unici – La mano felice di Arnold Schönberg e Il castello di Barbablù di Bela Bartók – riuniti in un unico spettacolo, concepito non senza audacia creativa dal tandem ricci/forte.

Innanzitutto estremamente interessante è l’accostamento di due diverse declinazioni musicali mittleuropee, peraltro quasi coeve, di quella deviazione patologica ai limiti e forse oltre della sanità mentale del rapporto uomo-donna. Tra l’atonalità del primo Schönberg, di cui si antepone a mo’ di prologo anche la tanto breve quanto rara Colonna sonora per scena cinematografica (mai girata) op. 34, e le cangianti sonorità bartokiane, l’Orchestra del Massimo di Palermo – come sovente accade allorquando le si prospetta una sfida appena al di sopra della solita Traviata o Tosca – sfodera ora esattezza ora opulenza di suono, grazie anche alla mano sicura di Gregory Vajda, bacchetta (figurativamente parlando, giacché predilige l’uso delle mani) da tenere d’occhio per l’eccezionale capacità evocativa esibita. La mano felice.

Un poco meno felice, invece, il resto. Perché – eccettuata la buona prova del piccolo Coro impiegato, merito come sempre di Piero Monti – i due solisti Gabor Bretz, basso impegnato nella duplice veste di Ein mann in Schönberg e Barbablù, e la Judit di Atala Schöck non si discostano da una correttezza in fondo poco partecipativa. E perché il complesso spettacolo di ricci/forte funziona talvolta a corrente alternata fra buone idee dipanate su un sostrato concettuale che fatica a farsi compiutamente teatro. L’idea registica di riunire il dittico in una vera e propria unica opera, con un intermezzo in prosa appositamente concepito, sarebbe anche validissima e ben declinata, con la ricerca di una circolarità anche di simboli tra l’inizio e la conclusione; però se nella lectio magistralis di “sutura” il professore in camice bianco che pontifica sui rapporti uomo-donna è reso con l’eloquio microfonato un poco in affanno sui tempi di Giuseppe Sartori, ecco che l’effetto imbonitore da fiera è fin troppo dietro l’angolo e finisce per rendere la trovata un poco grottesca. Dell’universo scomposto del luna park reso da Nicola Bovey con le luci di Pasquale Mari e gli appariscenti costumi di Gianluca Sbicca non può che risaltare sin dall’inizio l’elevato livello tecnico nella scelta di materiali translucidi, o della tavolozza cromatica dei rossi per le montagne russe interrotte verso il baratro. Però l’universo – per quanto di pregevole fattura – fatica a farsi racconto; si intende, non racconto didascalico, ché non potrebbe essercene uno per un dittico costruito sul fil rouge della follìa, ma quantomeno narrazione decifrabile fra le innumerevoli interpunzioni coreutiche di Marta Bevilacqua, specie in Bartók. L’idea che se ne cava è quella di uno spettacolo di buone potenzialità, probabilmente ancora in fieri, con l’auspicio che tanto materiale possa meglio sedimentarsi in vista della ripresa al Comunale di Bologna, con cui lo spettacolo e coprodotto. Almeno per ora, la mano un po’ meno felice.

foto Franco Lannino


 

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