L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L’austriaco e la georgiana

 di Stefano Ceccarelli

Applaudito e assai bello il concerto di Manfred Honeck e Lisa Batiashvili all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, dove la georgiana è artist in residence. Il programma spazia dalla Sinfonia n. 35 “Haffner” in re maggiore K 385 di W. A. Mozart, al Concerto n. 2 in sol minore per violino e orchestra op. 63 di S. Prokof’ev, concludendosi nella Sinfonia n. 6 “Pastorale” in fa maggiore op. 68 di L. van Beethoven.

ROMA, 10 febbraio 2018 –Manfred Honeck comincia ad essere una presenza fissa e, v’è da dire, gradita nel cartellone dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Chi ha avuto modo di ascoltarlo nel corso degli anni si è certamente reso conto di un palpabile miglioramento, tanto nella gestione delle agogiche, quanto nell’esecuzione più raffinata, attenta e particolareggiata di molti passaggi delle partiture affrontate. Lo si è visto nella “Haffner” (sinfonia n. 35) di Mozart, con cui inizia il concerto, in cui Honeck sfoggia una piacevole naturalezza nel porgere la musica mozartiana, brillante sì, ma falsamente ‘facile’. Scorrendo il dotto e piacevole programma di sala di Mauro Mariani – da cui attingerò a piene mani – s’incontra la citazione di una lettera in cui Mozart dichiara al padre che una composizione facile e brillante non necessariamente risulta banale e che un suo brano può essere ascoltato e interpretato a diversi livelli di complessità. È proprio lo stesso caso della “Haffner”, dove la pomposa brillantezza e la tersa bellezza dei vari passaggi possono indurre a credere che si ‘diriga da sola’: in realtà non è così! Infatti, Honeck, per esempio, non rende piena giustizia al carattere di composta grandeur dell’Allegro con spirito (I), non affondando il suono orchestrale, ma accontentandosi di far emergere un suono brillante, ma non altrettanto ‘pieno’: manca il fuoco, per così dire, che Mozart voleva per questo movimento. Tutto cambia, però, nell’Andante (II): la morbidezza della bacchetta di Honeck incontra l’«oasi lirica, delicatamente poetica, fondamentalmente serena, ma percorsa anche da qualche lieve ombra» che fa la bellezza di questo movimento. All’abbrivio coreutico che sa ben imprimere al Menuetto (III), Honeck fa seguire lo sbrigliamento dell’orchestra nel Presto (IV), che chiude coi fuochi d’artificio la sinfonia.

È il momento del Secondo concerto per violino e orchestra di Prokof’ev: entra, elegantissima e bellissima, Lisa Batiashvili. Il I movimento si apre con un’intensa frase del violino solo, intimamente russa, brunita pur nell’argentino suono dello strumento: è la svolta ‘melodica’ del Prokof’ev rientrato in patria, dopo che era stato «l’enfant terrible della musica russa, colui che, mettendo da parte le nebbiose atmosfere mistiche di Skrjabin e gli iridescenti preziosismi decadenti di Rimskij-Korsakov, aveva portato in Russia le sonorità nette e metalliche, i ritmi meccanici e rudi, l’oggettività antisentimentalistica del Novecento». S’intuiscono subito le doti che la Batiashvili userà, senza risparmiarsi, per regalarci un’indimenticabile esecuzione: un suono denso, intonatissimo e pulito; passaggi virtuosistici spumeggianti, dovuti a un’energia incredibile; capacità di sfumare, nei filati quanto in passaggi in cui è il colore a dover prevalere, più che il peso fisico del suono. Tutto l’Allegro moderato è eseguito magnificamente: tanto i colori sfumati, quanto i passaggi più virtuosistici (la cadenza solistica), mostrando una perfetta intesa fra la solista, l’orchestra e il direttore. L’Andante assai (II) ci palesa il sentimento lirico della Batiashvili, che rimane tecnicamente ineccepibile, nell’incontro fra un lirismo caldo e sensuale del violino in tempo binario sovrapposto all’accompagnamento in terzine dell’orchestra: «il risultato è un’originale mescolanza di ironia, meccanicità e dolcezza melodica». L’Allegro marcato (III) vede Honeck dosare bene il massiccio accompagnamento orchestrale, sopra cui tenta di librarsi la voce del violino, che si attorciglia in virtuosismi che hanno un carattere tipicamente ironico e, a un certo punto, coloristicamente spagnoleggiante. Gli applausi sono meritatissimi. A sorpresa, un bis assai particolare, a tutta orchestra d’archi: l’atmosferico Suliko di Tsintsadze, suonato dalla Batiashvili non senza una punta di orgoglio georgiano.

Nel secondo tempo, Honeck dirige l’amatissima Sesta sinfonia di Beethoven. Fa emergere il tema dell’Allegro ma non troppo (il risveglio dei sentimenti per la campagna) con impressionante naturalezza, quasi sorgesse, così, in medias res. La direzione è vivida, pulsante, perfetta oserei dire: i ritmi evocanti i sentimenti per il risveglio della natura sono tutti cesellati con abile maestria, perfetto controllo delle pulsazioni dell’orchestra, che si espande e contrae nei vari crescendo. Ha una particolare attenzione a far emergere le compagini più ‘pesanti’ del suono orchestrale, che nei momenti di estasi panica creano una pulsazione ritmica che ricorda un pedale d’organo. Tutto zampilla terso, vivido, fino a arrivare al dolce finale, in cui quasi si spegne, l’orchestra, come aveva iniziato. Si spegne in apparenza, però: giacché le pulsazioni sonore del ruscello, che si intersecano con gli svolazzi degli archi (a simboleggiare il canto degli uccelli), fanno emergere un’evocazione (quasi pittura, qui) sonora dell’acqua corrente, che diverrà inconfondibilmente celebre. Honeck dà vita a tutto con maestria, avendo sotto la bacchetta un’orchestra dal suono straordinario: il tutto si stempera e si spegne nell’intervento, celeberrimo, del flauto (usignolo), oboe (quaglia) e i due clarinetti (cuculo) – i solisti danno il meglio di loro. Assolutamente magnifico l’Allegro (III), il convegno dei contadini, dove Honeck tiene un’agogica spiritosa, coreutica, ben scandita e ritmata, creando un’atmosfera incredibile: gli orchestrali battono i piedi a ritmo di danza, così fa anche il direttore…e avrei voluto farlo anch’io! Peccato, forse, che la Tempesta sia stata resa da Honeck con poca incisività, indugiando forse un po’ troppo. Il solare, apollineo Allegretto emerge, per fortuna, in tutta la sua chiarezza dalla direzione di Honeck, che chiude stupendamente la serata fra scrosci di applausi.

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foto Musacchio e Ianniello