L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Ferragosto pontificale

 di Francesco Lora

Al Festival di Salisburgo, Muti ha ormai ereditato il concerto già prerogativa di Karajan: nei suoi Schubert e Schumann, con i Wiener Philharmoniker, si è ascoltata la caparbia e pensosa difesa dell’estetica di metà Novecento.

SALISBURGO, 12 agosto 2018 – Al Festival di Salisburgo, Riccardo Muti è il decano. Vi ha debuttato nel 1971, per invito di Herbert von Karajan, e da allora è ospite fisso. Quasi un padrone di casa: i Wiener Philharmoniker, che rifiutano con alterigia un direttore musicale stabile, e che fondano l’identità del più influente tra i festival, riconoscono proprio in Muti la loro carismatica prima guida, e gli riservano i luoghi di più rilevante valore artistico e simbolico. È il caso del concerto di ferragosto, un tempo prerogativa del solo Karajan alla maniera di pontifex maximus e oggi perlopiù diretto da questa massima bacchetta italiana. Va da sé che il progetto, l’eredità e il rapporto non rimangano di mero tornaconto massmediatico: Muti non ne ha bisogno né è solito mandarle a dire; e sa usare i bruschi modi, se serve, della franchezza familiare. Per esempio, la recente vendita della sua casa di Anif, presso Salisburgo, comprata a pochi passi da quella di Karajan e abitata lungo decenni di partecipazione al festival, suona anche come un monito mentre il tempo passa, mentre le amicizie rischiano di mutarsi in abitudini e mentre le mode artistiche evolvono o rovinano; un gesto avvenuto, con discrezione, non in un chiacchierato momento di dissidio con il festival o con l’orchestra, ma a un passo dalla – per tutti – trionfale Aida dell’anno passato [leggi la recensione]. Nulla va dato per scontato, se Muti è tra le parti coinvolte, e tantomeno dove una sentinella etica come lui percepisca l’odore dolciastro ed effimero del carrierificio.

Ritorno di Muti, dunque, nel Grosses Festspielhaus, dall’anteprima serale del 12 agosto alle matinées del 14 e 15; insieme con lui i Wiener Philharmoniker, per la Sinfonia n. 2 in Do maggiore di Schumann, nonché anche il coro della Staatsoper di Vienna, per la Messa in Mi bemolle maggiore di Schubert. Ad accomunare ulteriormente le due partiture, figlie della stessa cultura a dispetto del diverso genere, sono stati i modi tipici e caparbi dell’ultimo Muti: rifiuto delle sopravvenute acquisizioni filologiche, mirate ai contrasti timbrici e all’efficacia retorica; difesa della (superata) estetica di metà Novecento, intenta alla qualità del suono levigato e omogeneo. Ha così luogo non tanto la vivificazione millimetrica di un discorso musicale ancora ricco di sorprese interpretative, quanto piuttosto l’austera ostensione panoramica della partitura intesa come monumento grandioso e indiscutibile. All’orchestra Muti richiede un incedere spaziato e pensoso, una pasta scura, severa e densa che non riflette ma assorbe, un pessimismo umorale che esclude l’autocompiacimento: non sarà un caso che il culmine dell’intero programma paia assestato sul drammatico, opprimente, angosciato attacco del Sanctus nella Messa schubertiana. Partitura, questa, dove i cantanti solisti hanno nomi fin troppo lussuosi per la manciata di battute loro affidata: oltre ad Alisa Kolosova, Maciej Kwaśnikowski e Gianluca Buratto, si allude in particolare a Krassimira Stoyanova e Michael Spyres (rubato, quest’anno, al ROF: Dio lo perdoni).

foto © Salzburger Festspiele / Marco Borrelli


 

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