L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Omnia vincit amor

 di Stefano Ceccarelli

Al teatro dell’Opera di Roma si assiste a una storica mise en scène dell’Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck. Storica perché lo spettacolo è assai bello e curato, non solo sul piano registico, dove Robert Carsen conferma il suo talento, ma anche sul piano musicale, in cui Gianluca Capuano fa benissimo, coadiuvato da un cast eccellente: Carlo Vistoli (Orfeo), Mariangela Sicilia (Euridice) e Emőke Baráth (Amore).

ROMA, 21 marzo 2019 – Capolavoro di Gluck, Orfeo ed Euridice è un’opera fondamentale della storia del melodramma. Il teatro dell’Opera di Roma, che nella stagione corrente (2018/2019) sta certamente valorizzando il repertorio di XVIII sec. – vedremo inoltre ben due titoli mozartiani (Don Giovanni e Idomeneo) –, con quest’opera presenta in scena un’interessantissima co-produzione (insieme al Théâtre des Champs-Elysées e la Canadian Opera Company) diretta dall’inconfondibile mano di Robert Carsen, capace di stupire grandemente con una regia intelligente, semplice ma simbolicamente significativa.

Carsen si fa costruire dallo scenografo Tobias Hoheisel un classico ciclorama, che dà la profondità di un cielo senza tempo, e una lieve duna di terra, che sembra non finire mai; una duna che sul proscenio termina, a destra, nell’avello di Euridice, ovvero l’ingresso agli Inferi. Carsen immagina, dunque, un’ambientazione atemporale, con costumi fissamente moderni ma che, tuttavia, non consentono un appiglio cronologico. Se la scena del lamento funebre (atto I) si svolge all’aperto, quelle dell’oltretomba (atto II) presentano un geniale raccordo con la prima: Orfeo, su consiglio di Amore, si getta nella fossa di Euridice, il sipario cala e alla riapertura ci si trova sotto terra. Carsen (con la collaborazione di Peter Van Praet) gioca come meglio non si potrebbe con le luci, variandole in un albeggiare rosato (all’entrata di Amore) fino alla totale assenza di luce alcuna, nello stupefacente tableau infernale: qui il coro è disteso a cerchio, come sono pure disposte basse bacinelle che contengono candele di vero fuoco (cosa rara da vedere in teatro) e che creano un’atmosfera da togliere il fiato. La sezione degli Elisi si apre al chiarore di una tenue luce, in una memorabile scena in cui il coro, adagiato a terra fin da quella degli Inferi, protende le mani al cielo in controluce; lo stesso coro, poi, passandosi acqua dalle bacinelle prima contenenti le fiamme, compie una sorta di rito, si raggruppa e permette alla cantante che interpreta Euridice di adagiarsi, nel suo sudario, a terra e di comparire in scena. Nell’atto III Orfeo, dopo aver invano resistito ai lamenti di Euridice, la guarda e la perde (momentaneamente) di nuovo: è qui che Euridice si adagia sul bordo della sua tomba, in una scena di grande effetto. Il finale – convenzionale e innovatore rispetto alla tradizione mitica – vede terminare la vicenda nella restituzione di Euridice a Orfeo, in un tripudio di luce che coinvolge anche la sala. La recitazione dei personaggi e i movimenti del coro sono curatissimi: Carsen crea l’effetto di una regia geometricamente perfetta, che sprigiona semplici ma chiare reificazioni di valori archetipici come la morte, la resurrezione e l’amore. Unica pecca, a mio avviso, rilevabile è l’assenza di un cambio di costume del coro, che nel trasformarsi in stuolo di beati avrebbe potuto vestirsi del bianco, per esempio, dei mantelli già utilizzati per inscenare le furie infernali: ma il voluto insistere sul nero potrebbe essere una ponderata scelta del regista, che però a lungo andare dà una certa impressione di monotonia, almeno visivamente. Per il resto, una regia memorabile e emozionante, direi storica, che merita gli applausi del pubblico.

L’orchestra, destreggiantesi brillantemente nella musica gluckiana, è diretta da Gianluca Capuano, che imprime un’agogica energica, sostenuta, scattante, esaltando i nervi drammatici della vicenda: una lettura assai più ‘rapida’ di altre, ma che non dispiace affatto – si pensi solo alla scena delle furie. La versione scelta è quella originale viennese, molto più ‘sintetica’ di quella parigina, arricchita dalle classiche scene di danza così amate dal pubblico francese. Ciò che Capuano sa far bene è accompagnare le voci e valorizzarle, permettendo variazioni e smaglianti agilità, che fa eseguire agli interpreti nelle ripetizioni delle arie; anche il coro, che si distingue per una buonissima performance, è ben centrato: si citi almeno la splendida scena delle furie e il convenzionale finale dell’atto III. Il ruolo del protagonista, in genere affidato nel ‘900 a mezzosoprani, sta oggi sempre di più diventando appannaggio anche di controtenori, visto e considerato che fu scritto originariamente per un contraltista: ne sono oggi interpreti di riferimento Bejun Mehta, ad esempio, o James Bowman, o ancora David Daniels. Il contraltista Carlo Vistoli si inserisce proprio in questa scia: la sua voce, vibrata, calda e dal nòcciolo lievemente lamentoso, ben si adatta al ruolo, restituendo un Orfeo pieno, anche in campo recitativo. Se nel I atto, non tanto nell’aria «Chiamo il mio ben così», quando nel recitativo-arioso «O Numi! Barbari numi» la sua emissione viene surclassata dall’orchestra, nel resto della performance la potenza aumenta sensibilmente, per quanto si possa chiedere alla tecnica di emissione di un controtenore, ovviamente. Proprio nel II e nel III atto ci regala perle indimenticabili: l’idilliaca, luminosa «Che puro ciel! Che chiaro sol!», dove la morbida linea della voce viene riverberata dai guizzi volatili dei legni; o la tragica, disperata «Che farò senza Euridice?», il più famoso brano dell’opera, in cui Vistoli spagina tutto il suo repertorio di colori e intensità. L’Euridice di Mariangela Sicilia stupisce per presenza scenica e limpidezza della voce, che ne fanno interprete ideale per il ruolo: nella sua aria «Che fiero momento!» gli accenti sono di cristallino dolore, gli acuti pungenti e penetranti, in un vibrato di glaciale precisione. Sublime, la Sicilia, anche nel duetto con Orfeo e, soprattutto, nei recitativi che fanno la bellezza di questa partitura. Delizioso l’Amore di Emőke Baráth: nella sua aggraziata aria «Gli sguardi trattieni» emerge tutta la sua perizia di soprano lirico leggero, capace di fresche volate di voce.

L’Orfeo ed Euridice di Gluck mancava al Costanzi dal 1968, quando sotto la regia e coreografia di Milloss ballò persino la Terbabust, in un’epoca d’oro per l’opera e per il balletto. Questa edizione, dopo mezzo secolo, riporta in auge a Roma i fasti dell’opera: è, ancor prima della bella Anna Bolena da poco andata in scena (leggi la recensione), l’opera più bella finora messa in scena nella presente stagione del Costanzi. Anzi, oserei dire che lo spettacolo ha quasi uno spessore storico: l’interpretazione registica di Carsen, infatti, è destinata a rimanere a lungo un punto di riferimento per l’Orfeo gluckiano.

foto Fabrizio Sansoni