L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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C’era una volta…anzi due!

 di Stefano Ceccarelli

L’Opera di Roma ripropone La cenerentola di Gioachino Rossini, con regia a firma di Emma Dante; alla direzione v’è Stefano Montanari, che gestisce un cast con eccellenti elementi rossiniani.

ROMA, 13 giugno 2019 – Il Teatro dell’Opera di Roma sta operando, da qualche anno a questa parte, un interessante programma di recupero e valorizzazione dei titoli che giudica più di ‘grido’: Tosca e La traviata, infatti, sono da anni in cartellone, a testimonianza di una proba attenzione anche al lato economico della gestione artistica del teatro. La ripresa de La cenerentola di Gioachino Rossini rientra proprio in questo programma. Lo spettacolo è quello firmato da Emma Dante e da me già recensito la prima volta che apparve sul palcoscenico romano (leggi la recensione). Per quanto riguarda l’aspetto registico, probabilmente attenuerei qualche giudizio un po’ tagliente sull’impianto generale del lavoro della Dante, che mi sembra a distanza di anni più gradevole della mia prima impressione; comunque, rimando alla precedente recensione per un’analisi di massima, le cui conclusioni mi sento ancora di accogliere nel loro complesso.

Sul piano musicale, lo spettacolo si giova riccamente della direzione dell’estroso Stefano Montanari, oramai ben noto al pubblico romano. Montanari possiede, infatti, una naturale inclinazione al dettato musicale di Rossini, che dirige con perizia e sensibilità, accompagnando lui stesso le voci, durante i recitativi, al fortepiano, e facendoci ascoltare variazioni da lui stesso inventate, virtuosismi, fugaci toccate che rendono palpitante e viva la partitura e restituiscono quella dimensione d’improvvisazione che pure era ben preponderante all’epoca di Rossini. Talvolta, però, l’agogica imposta da Montanari rimane idealmente in buca d’orchestra e non arriva sul palcoscenico, dove si riscontra qualche rallentamento e slittamento di troppo: è un rischio, del resto, che in Rossini si trasforma sovente in realtà. In tal senso, se l’orchestra dà il meglio di sé in un’eccellente serata di musica, il coro maschile è immobile, talvolta scoordinato e, soprattutto, spesso disallineato con il direttore – con risultati che lasciano pesantemente a desiderare. Montanari, comunque, si lascia apprezzare nei concertati e negli ensemble, dove mostra autentica vitalità rossiniana.

Il cast vocale è assai interessante. Teresa Iervolino canta nel ruolo di Angelina. L'artista, stagione dopo stagione, si sta imponendo come eccellente interprete del repertorio rossiniano, che affronta da contralto e da mezzo, possedendo una ragguardevole estensione vocale, ma soprattutto un timbro duttile, ben malleabile, che sa essere corposo nei bassi ma luminoso nella zona centrale ed acuta, permettendo all’interprete di svettare a piacimento. La cantante, inoltre, ha un notevole gusto per le fioriture, con cui adorna la linea del canto. Insomma, sia nei concertati, sia nei duetti. la Iervolino svetta per precisione e gradevolezza dell’esecuzione, non obliando di cogliere quel velato senso di malinconia che tanto caratterizza il personaggio di Cenerentola: si considerino, soprattutto, gli ariosi sulla melodia di «Una volta c’era un Re», così melanconicamente cullati. Vorrei anche ricordare, ancora, la bella esecuzione del duetto «Un soave non so che», dove le voci di Mironov e della Iervolino s’intrecciano amabilmente. Il celebre rondò finale, «Nacqui all’affanno, al pianto» è affrontato dalla Iervolino con sicuro possesso delle agilità e degli acuti, disegnando un’invidiabile linea di canto. Il principe Don Ramiro è cantato da Maxim Mironov, un rossiniano di vaglia: benché la potenza della voce sia contenuta, Mironov ha nel terso timbro, negli smaglianti acuti e nella proiezione verticale i suoi punti di forza, che ci rimandano a quei tenori contraltini ottocenteschi di cui le fonti narrano prodezze. Mironov possiede, inoltre, un’eccellente dizione e un fraseggio morbido, naturalissimo. Tutta la parte è cantata assai bene: l’aria «Sì, ritrovarla io giuro» dimostra le capacità dell’interprete di legare le frasi melodiche e la possibilità di svettare in acuto, mantenendo un colore uniforme. Il Dandini di Vito Priante è praticamente perfetto: il cantante, dotato di una voce pienamente brunita e multiforme in quanto a possibilità d’agilità e di fraseggiare, canta sempre bene. Vero capolavoro è la sua cavatina, «Come un’ape ne’ giorni d’aprile», impressionante per esecuzione attoriale e per fraseggio spedito e agile. Stupendo, per dizione, precisione e fluidità d’esecuzione delle innumerevoli difficoltà della parte è Carlo Lepore in Don Magnifico: le sue due arie più famose («Miei rampolli femminini» e «Sia qualunque delle figlie») sprizzano di energia, ben sorrette dalla sua voce cavernosa e possente, che sa però piegarsi a ogni nuance richiesta dalla parte, in un sillabato rossiniano di tersa comicità. Adrian Sâmpetrean canta un Alidoro centrato e gradevole, ma poco potente vocalmente; apprezzabile la sua aria «Là del ciel nell’arcano profondo». Le due bisbetiche sorelle, Clorinda e Tisbe, sono cantate rispettivamente da Rafaela Albuquerque e Sara Rocchi. Se ambedue brillano per abilità di recitazione, nessuna delle due rimane particolarmente impressa per doti vocali: certamente, la Rocchi appare vocalmente più robusta.

La cenerentola della Dante accoglie ancora, sicuramente, gli applausi del pubblico; l’aspetto a mio avviso più interessante di questa ripresa, comunque, rimane quello vocale/musicale: caste direttore concorrono a una performance godibilmente rossiniana.


 

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