L’ape musicale

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A Pasqua e mezz'agosto

 di Roberta Pedrotti

Il classico dittico verista chiude la stagione del Comunale di Bologna con la ripresa dello spettacolo di Emma Dante per Cavalleria rusticana e una nuova produzione di Serena Sinigaglia per Pagliacci, entrambe degne di nota. Più alterna la resa musicale.

Compagnia alternativa

BOLOGNA, 15 dicembre 2019 - Pasqua e mezz'agosto. La finzione teatrale li porta in scena anche metà dicembre, mentre la sconsideratezza umana ce li ricorda fuori stagione in una Bologna in cui, a pochi giorni da una nevicata, non c'è bisogno di guanti e il cappotto è quasi d'impaccio.

Pasqua e mezz'agosto, Cavalleria rusticana e Pagliacci, a Bologna prendono forma teatrale nelle mani di due donne. La prima è Emma Dante, con uno spettacolo che già conoscevamo [leggi la recensione] e che, ripreso da Gianni Marras, continua a convincere sempre più, portando con crescente disinvoltura i marchi inconfondibili della regista palermitana che, con leggerezza, si integrano nella drammaturgia senza sembrar stereotipi. Piuttosto, lo spettacolo s'incardina su quel gioco di balconi e ringhiere da cui si spia, si ama, si odia, su quello spiare di un borgo silenzioso e onnipresente fra quinte di veli neri. Le donne-cavallo del carretto siciliano di Alfio sembrano meno invasive e grottesche, più un guizzo di colore festoso e sopra le righe ineludibile contraltare – come la croce di luminarie – delle ombre oppressive nel paesaggio popolare meridionale. Figure femminili spersonalizzate, decorative, folkloristiche, con le gambe ben in vista a far più bello il mestiere del carrettiere. Anche la sacra rappresentazione, che nel finale richiama anche al Compianto di Nicolò dell'Arca, rivela molti dettagli integrati e rispecchiati nel dramma mascagnano, dal gesto del centurione fustigatore che si ripete con il frustino di compar Alfio, all'associazione fra le pie donne e i personaggi femminili dell'opera, con la madre e le due giovani, diversamente peccatrici, diversamente legate all'uomo sacrificato. Il Cristo di questa Via Crucis è un bel ragazzo dalla pelle scura e ci si potrebbe aspettare lo strale stolto dell'italico fedele pronto ad amare solo un prossimo bianco biondo e con gli occhi azzurri, ma in realtà non è altro che un uomo, un giovane uomo, e, semmai, a Bologna, ci ricorda che qui, sull'Acropoli di San Luca, il Palladio cittadino è l'icona che si vuole dipinta dall'Evangelista e rappresenta una delle tante Madonne nere diffuse anche in Sicilia.

foto studio Casaluci

Nuovo è, invece il lavoro di Serena Sinigaglia per l'opera di Leoncavallo, nuovo e molto efficace per la cura del dettaglio e la sobrietà di un disegno chiaro, lucido, personale. Con molto garbo, fra due opere in cui le donne sono oggetto di conquista, controllo, giudizio e repressione in un contesto di potere maschile, trova un sottile filo conduttore: Emma Dante aveva rappresentato il fascino arcano della donna del Sud nello sfarfallio di ventaglio variopinti e nello sdiliquirsi di giovani ammiratori, ma aveva mostrato l'altra faccia della medaglia nel calcio che Turiddu sferra al ventre di Santuzza; ora Nedda, smessi i costumi di scena, sciolti i capelli, sfoggia un abito rosso, scarpe rosse, raccoglie papaveri rossi, il colore simbolo della lotta alla violenza di genere. Eppure questo non è uno spettacolo-manifesto, ma uno spettacolo ben recitato, senza fronzoli né luoghi comuni, che colloca il Prologo durante l'allestimento della scenografia, conversando con pubblico, regista, tecnici con un pizzico d'ironia che non guasta.

foto studio Casaluci

Se la componente visiva si promuove a pieni voti, qualche distinguo viene dalla componente musicale. Frédéric Chaslin, sul podio, cerca evidentemente un approccio scevro da retorica verista e da compiacimenti epidermici, mostrandosi piuttosto analitico anche nello scontornare la scrittura orchestrale, i rapporti fra soli, sezioni, insieme. Purtroppo, però, non sempre l'analisi trova la sintesi e in Cavalleria si avverte qualche scollamento e qualche appesantimento, come nel duetto fra Santuzza e Alfio, dove gravano le difficoltà di una compagnia di canto non sempre all'altezza. Dispiace, infatti, render conto della prova non proprio felicissima di Veronica Simeoni, cantante di valore per tante parti, ma messa spesso alla corda dall'infelice amante di Turiddu. Recita bene, fraseggia anche meglio, ma troppo spesso si avvertono carenza di peso – e proiezione – nel registro centro grave, acuti tesi e induriti, una sensazione di fatica che solo occasionalmente la sofferenza del personaggio riesce appieno a giustificare e mascherare. Meglio vanno le cose per il robusto Turiddu di Roberto Aronica, decisamente più a suo agio nel suo approccio vigoroso alla parte. Bene anche Alessia Nadin, una Lola che finalmente non si atteggia a femme fatale, e Agostina Smimmero, Mamma Lucia dalla vocalità opulenta e dall'interpretazione sentita.

L'elemento comune fra i due pannelli del dittico è il baritono bulgaro Dalibor Jenis, Alfio e Prologo/Tonio/Taddeo (orbato, e dispiace, della chiusura “La commedia è finita” in favore di Canio). L'idioma del verismo gli si confà, con chiara dizione e un canto sempre efficiente, sebbene a volte risulti un po' sbrigativo (si avverte soprattutto in Mascagni) e in qualche suono morchioso e nasaleggiante. Rispetto al consueto, colpisce, però, il fatto che nei Pagliacci la voce del vilain risulti più chiara di quella dell'amoroso Silvio, un Vittorio Prato energico e prestante ma non dimentico della sua formazione belcantista. Anche Stefano La Colla è un Canio dal colore più chiaro di quanto non si sia abituati ad ascoltare e immaginare, ma la spavalderia dell'acuto è comunque funzionale alla definizione di un personaggio irruente e impulsivo dall'aria comunque rispettabile. Paolo Antognetti, infine, canta con spirito e bella emissione la serenata di Peppe.

Unica donna a spiccare fra i solisti, vittima predestinata di uomini che la vogliono per sé spinti dall'istinto più che dal sentimento (il fatto che la passione di Silvio sia ricambiata non altera la natura sensuale dell'attrazione), Carmela Remigio è Nedda. Il carattere onnivoro del suo repertorio potrebbe lasciar disorientati, anche solo pensando che meno di un mese fa l'avevamo lasciata come Lucrezia Borgia a Bergamo [leggi la recensione]. Sicuramente l'ideale ci porterebbe a richiedere una vocalità più rotonda, un timbro più luminoso e sensuale, un maggior spessore nei passi più accesi; bisogna, però, riconoscere come l'arte scenica e la scaltrita musicalità sappiano restituire un ritratto anche toccante di donna giovane che troppo ha vissuto, svuotata, scorata, ma ancora capace di aggrapparsi alla vita.

Non stupisce che, con un cast più equilibrato, tutto l'insieme ne giovi e anche la concertazione di Chaslin proceda elegante e senza intoppi.

Gli ultimi appalusi operistici del 2019 al Comunale di Bologna coinvolgono tutti gli artefici e i protagonisti del dittico insieme con il coro preparato da Alberto Malazzi, in crescendo in due titoli che lo vedono ben in evidenza.


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