L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Dunque, dove eravamo rimasti?

di Luigi Raso

Riparte nel migliore dei modi l'opera a Napoli con il Teatro di San Carlo che porta Tosca en plein air nella splendida Piazza Plebiscito, con un cast da capogiro - Netrebko, Eyvazov, Tézier - e la direzione di Valčuha. Le aspettative non sono deluse, anzi, superate da una serata di canto e arte che si fanno teatro facendo scordare i limiti dell'impostazione semiscenica.

NAPOLI 23 luglio 2020 - Sono trascorsi quasi cinque mesi da quando il San Carlo è stato costretto a sospendere la propria attività musicale: produzioni operistiche e concerti dall’oggi al domani annullati, incertezza sui tempi per il tanto desiderato ritorno alla normalità. Ciò che è accaduto in questi mesi ha sconvolto le coscienze di noi tutti e sarà consegnato alla storia; ha scombussolato la gerarchia dei nostri valori e priorità. Anche la musica è stata costretta a tacere a causa dell’avanzare subdolo e minaccioso del Coronavirus.

Ed ecco che quel "Dunque, dove eravamo rimasti?" - speranzoso desiderio di un galantuomo innocente di riaggrapparsi allo scorrere della vita dopo una kafkiana e assurda vicenda giudiziaria - riecheggia nella mente del melomane, pur con l’assoluta consapevolezza che l’astinenza musicale non è minimamente paragonabile al calvario di una persona incappata nel meccanismo degli errori giudiziari.

A Napoli ci eravamo lasciati nello splendore di ori e velluti rossi del Teatro di San Carlo lo scorso febbraio con Norma (leggi la recensione); ci ritroviamo, abbracciati dall’emiciclo neoclassico della Basilica di San Francesco di Paola, sotto l’occhio vigile della Basilica stessa e con l’imponente facciata, suggestivamente illuminata, del seicentesco Palazzo Reale di Domenico Fontana a far da sfondo all’enorme palcoscenico allestito per la riapertura. Ci ritroviamo en plein air (con tanto di molestissima batteria di fuochi d’artificio nel bel mezzo del duetto Tosca - Cavaradossi del primo atto, interrotto e poi ripreso da Netrebko e Eyvazov) e a pochi passi dal Teatro San Carlo, dove ci auguriamo di poter rientrare quanto prima.

Il neo sovrintendete della Fondazione del Teatro San Carlo, Stéphane Lissner, sin dal suo insediamento avvenuto nel bel mezzo del lungo lockdown promise di voler dedicare la riapertura del Teatro al personale medico e infermieristico impegnato nella lotta al Covid-19: l’anteprima del 19 luglio è stata riservata ai medici e agli infermieri degli ospedali napoletani che in questi lunghi e angosciosi mesi hanno eroicamente messo a repentaglio la propria vita. Un omaggio doveroso nei confronti degli eroi di questi mesi.

La rassegna estiva, sostenuta dal contributo di “Campania Regione Lirica” è una sfilata di star della lirica impegnate nelle due opere in programma (Tosca e Aida) e nel concerto sinfonico (IX Sinfonia  di Beethoven).

L’enorme palcoscenico consente l’opportuno distanziamento tra professori d’orchestra e coristi; la metratura della più grande tra le piazze di Napoli accoglie nella “sala all’aperto” 1750 spettatori, debitamente separati tra loro.

Si incomincia con Tosca, che vede il soprano Anna Netrebko nel title role, il tenore Yusif Eyvazov nei panni di Mario Cavaradossi e il baritono Ludovic Tézier in quelli di Scarpia, tutti e tre (finalmente, era ora!) al loro debutto partenopeo.

Gran Sacerdote del primo rito musicale post-confinamento è il direttore musicale del San Carlo, Juraj Valčuha, il quale dirigerà anche la IX sinfonia di Beethoven, dopo aver ceduto la bacchetta a Michele Mariotti per la successiva Aida.

Ben tre star, quindi, per questa Tosca.

Ad Anna Netrebko bastano le tre invocazioni al compagno (“Mario, Mario, Mario!”) per mettere in chiaro che è lei la diva della serata: una diva antidiva, sicuramente, data la sua nota simpatia e affabilità. Basta seguire il suo account Instagram per rendersi conto quanto il divismo di oggi sia - per fortuna! - lontano da quello di 50/60 anni fa.

La Neterebko si prende immediatamente la scena: ipnotizza il pubblico sin dal duetto dell’atto I; con movenze da cantatrice - l’opera è presentata in forma semi scenica - si avvicina al compagno di vita e di scena fluttuando sulle note di quell’effluvio di sensualità mista a incenso che emana il tema intonato dal flauto. L’intesa musicale e teatrale è subito assicurata.

La voluttuosa e potente voce della Netrebko, compatta in tutti i registri, riempie l’enorme Piazza del Plebiscito. Da quel momento questa Tosca è sua, di Anna Netrebko: un susseguirsi di canto naturale, spontaneo, a tratti istintivo e arroventato, che emoziona e ammalia per la bellezza del timbro, per l’intensa comunicativa dell’artista, per gestualità e mimica da attrice. La voce è sicura, a fuoco, tanto nel registro acuto che in quello grave, scuro e di rara sensualità; sembra quasi che la Netrebko si diverta e compiaccia a risolvere con naturalezza i si bemolle e i do (meravigliosa la “lama” del III atto!) dei quali è disseminata la sua parte. 

La sua è una Tosca dal temperamento viscerale, innamorata del proprio compagno, carnale, dilaniata dalla gelosia e dal sospetto insinuatole dal perfido Scarpia: il suo “Ed io venivo a lui tutta dogliosa...” è struggente, dal colore ombreggiato e pastoso, per la capacità di esprimere nella frase musicale delusione mista a rabbia.

Tormentata, implorante e ribelle nell’atto II, Anna Netrebko delinea uno tra i più emozionanti “Vissi d’arte” che possa, a parere di chi scrive, ascoltarsi oggi a teatro; l’interpretazione dell’aria pucciniana appare, invero, più compiuta, metabolizzata e partecipata rispetto a quella delle serate alla Scala dello scorso dicembre. È una preghiera intima, inizialmente sussurrata, che ascende al cielo sulle tracce di un fraseggio variopinto il quale, grazie all’estatica sospensione della melodia nel bel mezzo del più arroventato atto dell’opera, disegna un bozzetto sonoro di raccolta intimità, struggente e ricco di genuino pathos. Infatti, complice l’accurato accompagnamento orchestrale di Valčuha, il fraseggio e l'efficacissima arte scenica della Netrebko scrutano le pieghe dell’anima della tormentata Floria. L’orchestra respira e quasi piange con lei; accarezza Tosca, come partecipe del suo travaglio. Il risultato è una gemma incastonata nel bel mezzo di una serata emozionante e al calor bianco.

E il temibile do della “lama” del terzo atto si libra e luccica nel cielo di una notte d’estate: è perentorio, prolungato, una rievocazione carnale e sanguinolenta della coltellata sferrata al barone Scarpia. Netrebko, poi, ritrova gli accenti languidi, quell’incedere pastoso, morbido e melodioso del suo canto quando impartisce a Cavaradossi le istruzione per la tragica farsa finale dell’ “uccisione simulata”. L’invettiva finale “O Scarpia, davanti a Dio!” è perentorio, una colonna di suono imponente, un fendente timbratissimo lanciato verso la piazza.

Meritatissimo lo scrosciare di calorosi applausi al termine. La Diva è lei.

Yusif Eyvazov è un Mario Cavaradossi dalla pregiata musicalità, sempre attento al fraseggio, a sfumare, ad alleggerire un’emissione corretta e sicura; sfoggia un registro acuto squillante, possente e sicuro; Valčuha gli concede di tenere qualche corona in “E lucevan le stesse” che Eyvazov sfrutta per creare suggestivi effetti timbrici.

Quello di Eyvazov è un Cavaradossi stilisticamente ineccepibile, dalla linea di canto pulita, con legato elegante, perfettamente in sintonia con la propria partner musicale, tuttavia il suo “Recondita armonia”, pur ben cantato, non possiede ancora la giusta temperatura emotiva che si riscontrerà nel prosieguo dell’opera, mentre è eroico il suo squillante “Vittoria Vittoria!” del secondo atto, così come il precedente scontro/confronto con il barone Scarpia.

È nel terzo atto che la musicalità di Eyvazov e il proprio bagaglio tecnico emergono maggiormente: il suo “E lucevan alle stelle”, complice, ancora una volta, il manto orchestrale di Valčuha, è una sensuale rievocazione, ricca di sfumature, di un tempo perduto.

Si potrà legittimamente nutrire qualche riserva sul timbro non immediatamente seducente del tenore azero, soprattutto se paragonato a quello baciato da Dio della Netrebko, ma gli si dovrà riconoscere il dominio della tecnica vocale, una spiccata musicalità e una linea di canto raffinata, ricca di spunti interpretativi che indubbiamente rendono Eyvazov uno dei tenori più interessanti della sua generazione, un artista scrupoloso che in pochi anni ha affinato notevolmente la sua vocalità.

Questa Tosca ha, inoltre, il merito di far conoscere a Napoli (ancora una volta: finalmente!) il baritono francese Ludovic Tézier: il suo Scarpia è un monumento vocale e interpretativo.

Tézier è la confutazione canora dei più irriducibili laudatores temporis actiche si aggirano (poco) nei teatri e (molto) sui social network, secondo i quali “non ci sono più le voci di una volta”, “la musica ai miei tempi era altra cosa…”, “quando c’era Tizio o Caio avrebbe fatto il comprimario” e così discorrendo.

Per qualità timbrica, spessore e ampiezza vocale quella del baritono franceser è una di quelle voci che fanno saltare dalla sedia dopo le prime note: autorevolezza vocale, omogeneità, ricchezza di armonici, acume interpretativo, tecnica al servizio di una debordante personalità musicale fanno di Tézier uno dei più acclamati baritoni contemporanei.

Il suo è uno Scarpia sottilmente demoniaco, che si insinua lentamente, strisciante come un rettile: Tézier dà il giusto peso ad ogni parola, cerca per ogni frase, grazie a una raffinatissima emissione che gli consente di governare una colonna sonora possente, il colore giusto, senza mai cadere in effetti biechi. È perfido e laido, un nobile divorato da una sessualità debordante: con inflessioni vocali, parola scenica, gestualità e sguardi il baritono francese fa sentire ed emergere tutto ciò che il personaggio postula.

Il finale atto I “Tre sbirri, una carrozza..” con il successivo Te Deum e “Se la giurata fede debbo tradire” sono i punti più alti e incisivi di un’interpretazione pregevolissima: momenti di una carnalità allucinata, deliri erotici che trasudano libidine.

La naturale autorevolezza vocale di Tézier conferisce a Scarpia il ruolo di motore immobile dell’intera trama, “duellando” quanto a carisma scenico e vocale con quello istintivo e passionale della Floria Tosca di Anna Netrebko.

In definitiva, uno Scarpia che è un monumento di perfidia e mellifluità scolpito da un timbro di rara bellezza, compattezza e suggestione.

Un così ben assortito terzetto vocale rischia di oscurare le prove dei personaggi minori: sarebbe grave torto non dar conto delle ottime prove del Cesare Angelotti di Riccardo Fassi, dalla voce compatta e di notevole spessore, molto bravo ad aprire la parata di stelle della lirica. Dotato di innata simpatia comunicativa è il Sagrestano di lusso di Sergio Vitale, baritono dalla voce rotonda, timbrata e piena, perfetto nel disegnare un uomo tremulo e schiacciato dall’ingombrante presenza di Scarpia. Ottimo lo Spoletta di Francesco Pittari, dalla vocalità pulita, estremamente preciso ed efficace nel delineare il meschino e sottomesso agente della polizia pontificia. Completavano degnamente il cast lo Sciarrone di Domenico Colaianni, il Carceriere di Rosario Natale e il bravissimo Pastore di Lorenzo Narcisi, per nulla intimorito dal condividere il palcoscenico con astri della lirica.

La direzione di Juraj Valčuha merita un encomio già solo per aver approfondito il lavoro di analitica dell’opera intrapreso, con esiti lusinghieri, nel luglio del 2018 (leggi la recensione).

Oggi il direttore musicale del San Carlo prosegue su quella strada e, pur scavando nelle bellezze armoniche e strumentali della partitura, appare ancor più incline ad assecondare il canto, producendosi in accompagnamenti di smagliante bellezza, in grado di sostenere ed esaltare il canto, limando al punto giusto l’empito sinfonico che come un fiume carsico attraversa le pieghe della partitura. Grazie al perfetto controllo dell’orchestra sancarliana in grande spolvero in tutte le sezioni, Valčuha estrae intense nuance strumentali (in particolare, il finale dell’atto II, l’alba romana che apre il terzo atto), mesce e dosa timbri con il giusto peso sonoro, malgrado i limiti oggettivi e le insidie della amplificazione.

Il felice esito della serata è da attribuire al lavoro certosino di Valčuha, all’ottima qualità e compattezza sonora della compagine orchestrale e, infine, a una direzione estremamente mobile, dinamica e teatrale: un mix di ingredienti che si sono fusi con le caratteristiche e esigenze vocali del terzetto protagonista.

Ottima la prova anche del Coro diretto da Gea Garatti Ansini, i cui coristi, pur distanziati tra loro sul vasto palcoscenico, si sono distinti per unitarietà e possanza vocale in un Te Deum potente ed emozionante. Fanno molto bene anche le Voci bianche affidate alle cure di Stefania Rinaldi.

L’opera, come accennato, è andata in scena in forma semi scenica: i cantanti hanno supplito - Netrebko e Tézier in primis - con gestualità istintiva e credibile alla mancanza delle istruzioni registiche, aggiungendo quell’appropriato pizzico di teatralità alla magnetica interpretazione squisitamente musicale.

Naturale epilogo di queste premesse è stato il lungo applauso, fragoroso, caloroso e liberatorio che ha accolto al termine dello spettacolo tutti protagonisti, con ovazioni per la protagonista indiscussa della serata, Anna Netrebko.

Il San Carlo è ripartito, e come meglio non poteva! Avanti il prossimo teatro!


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