L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Classici e barbari

 di Luigi Raso

Luci e ombre per Norma al Teatro di San Carlo, con un allestimento collaudato, una concertazione alterna, una protagonista valida ma poco affine al ruolo e alla vocalità belliniana.  

Contrariamente a quanto tramandato da una consolidata iconografia scenografica, si è portati a vedere in Norma un’opera squisitamente “classicista”, una celebrazione della romanità che si assume conquistatrice e civilizzatrice di un preteso mondo barbarico. Niente di più falso. E per almeno due motivi.

Il primo: sono proprio i romani, e Pollione in particolare, a non fare bella figura nell’opera di Bellini. L’esaltazione del neoclassicismo, nel 1831, quando l’opera va in scena per la prima volta alla Scala, sembra già un lontano ricordo; anzi, in una suggestiva palingenesi dei valori, ai “barbari” Galli e Druidi viene conferita quella dignità e quel coraggio che manca ai “civili” romani.

Il secondo: Norma, è, quanto a sublimazione di sentimenti, un’opera “romantica”. Se poi si aggiungono l’invocazione alla luna che inargenta il querceto immerso nella notte oscura, il culto in onore di Irminsul, l’anelito alla liberazione dall’oppressore romano e il cuore della protagonista dilaniato tra amore e ragion di stato, il romanticismo, seppur rischiarato dal sole subalpino, è servito.

Insomma, al di là della purezza delle linee belliniane che pure si aprono all’ardita esacerbazione melodica pre-wagneriana del finale dell’opera, argomenti per sostenere che, al di sotto della solennità delle forme musicali, crèpitino inquietudini e topoi letterari romantici non mancano.

Da questo humus l’allestimento firmato per la regia da Lorenzo Amato e, per le scene e costumi, dalla collaudata e superlativa coppia Ezio Frigerio e Franca Squarciapino prende ispirazione e suggestione.

Norma, nella visione della triade Amato-Frigerio-Squarciapino, è ambientata in una dimensione atemporale, nella quale si impone prepotentemente l’elemento naturalistico, la genuina anima barbara del popolo gallico, la presenza del fuoco, gli effetti distruttivi della guerra: sullo sfondo, grazie al ricorso a bellissime e appropriatissime videoproriezioni, una sorta di tela dipinta 2.0, si ammirano foreste che alludono alle grandi cattedrali gotiche, costruzioni in rovina, la natura che si appropria degli spazi, il fuoco, prima distruttivo poi purificatore.

Parlare della bellezza dei costumi firmati da Franca Squarciapino rischia di far cadere nel banale: il premio Oscar disegna costumi che, pur nel rispetto della cifra atemporale dell’allestimento, rimandano al mondo nordico e romano: pellicce, pepli, mantelli, resti di armature si impongono, pur nella loro essenzialità, per la loro intrinseca bellezza. A tenere le scenografie in una costante penombra ci pensano le luci di Vincenzo Raponi.

Prodotto dal San Carlo nel 2016 e tenuto a battesimo musicale dal compianto Nello Santi, al quale è dedicata la produzione, è questo uno spettacolo che, in ossequio alle discutibili classificazioni registiche, potrebbe classificarsi come “tradizionale” per il sostanziale rispetto del libretto. In effetti, la regia di Lorenzo Amato si limita a muovere - non molto, in verità - le masse corali all’interno di uno scrigno scenografico, suggerendo maggiore mobilità e partecipazione scenica ai protagonisti: indicazioni, purtroppo, raramente raccolte.

Nessuna scena dal forte impatto teatrale, sebbene risulti interessante l’idea di mostrare all’inizio dell’opera il ritrovamento da parte dei figli di Norma del cadavere di un soldato romano: Norma è il racconto anche di una guerra, e quindi anche dei suoi aspetti più cupi e meno eroici.

Sul piano musicale la concertazione di Francesco Ivan Ciampa al capolavoro di Bellini mostra luci e ombre: l’attacco della Sinfonia appare eccessivamente pesante quanto a distribuzione dei volumi sonori, con le percussioni in eccessivo risalto. E’ un’ottica interpretativa poco adeguata al sempre elegante Bellini, benché la lettura di Ciampa non manchi di una tendenziale intensità drammatica.

La marcia che introduce l’ingresso di Norma nell’Atto I è eccessivamente ridondante nell’incedere militaresco; eccessi di corruschi clangori sono presenti anche nel coro "Guerra, guerra!" Una maggiore cura e tornitura musicale dei recitativi avrebbe contribuito, poi, a innestarli in una più compiuta unità drammaturgica, consentendo probabilmente ai cantanti di affinare il risultato espressivo. L’accompagnamento e il sostegno delle voci, nel sicilianissimo dipanarsi del tempo in 12/8 della Cavatina “Casta Diva”, è perfettamente calibrato, così come nella rievocativa gemma melodica del duetto "Sola, furtiva, al tempio" nel quale le voci di Maria Josè Siri e di Silvia Tro Santafè scivolano con disinvoltura sul morbido manto orchestrale.

Sembra invece mancare di quel crescendo di tensione il lungo dipanarsi melodico che sgorga da "Deh! non volerli vittime": la scintilla dell’olocausto di Norma scocca, ma l’incendio emotivo non deflagra.

Il neo più evidente della direzione musicale è da individuare negli anacronistici tagli (il da capo di "Me protegge, me difende", nel duetto Pollione e Adalgisa, e nel terzetto finale dell’Atto I "Fremi pure, e angoscia eterna pur m’imprechi il tuo furore!", giusto per citare quelli più evidenti) “di tradizione”, i quali, nell’epoca della filologia musicale e della ricerca dell’ Urtext, appaiono ingiustificabili.

Buona, nella complessiva affidabilità e nello spessore fonico, la prova del Coro diretto da Gea Garatti Ansini, malgrado alcuni suoni eccessivamente ruvidi e non perfettamente intonati provenienti dalla sezione femminile.

Sin dal recitativo "Sediziose voci" Maria Josè Siri dimostra di non avere le carte in regola per essere una Norma vocalmente credibile. Non è che canti male, anzi: la messa di voce è resa molto efficacemente. Però la natura di soprano lirico spinto, al quale il repertorio pucciniano è congeniale e frequentato con successo, si concilia poco con la scrittura vocale belliniana. Il suo "Casta Diva" è sicuramente cantato bene, molto lirico, il timbro è morbido, il volume adeguato, ma il legato è distante da quell’ideale di perfezione che Bellini pretende. Nel successivo "Ah! Bello a me ritorna" la Siri spiana con eccessiva superficialità le colorature.

Viceversa, buono per intensità drammatica e per abbandono lirico "Teneri, teneri figli", perfettamente accompagnato, sin dall’introduzione, dall’orchestra, dolente e accorata, guidata con molto garbo da Ciampa.

Sul versante interpretativo, quella della Siri, è una Norma poco temperamentosa, vocalmente e scenicamente, eccessivamente contenuta quando lancia invettive a Pollione, incline ad esaltare il lato lirico del personaggio, piuttosto che quello di donna ferita nel proprio onore.

Il sublime finale "Deh! non volerli vittime" è una lunga preghiera, una implorazione compassionevole, priva però dell’intensità e dell’eroicità che Norma deve possedere.

Silvia Tro Santafé, la quale per la première sostituisce Annalisa Stroppa, colpita da un’improvvisa indisposizione, subentrandole dal cast alternativo, è mezzosoprano dalla voce omogenea nell’intera tessitura, dal colore adeguatamente brunito, a suo agio nella scrittura vocale belliniana e in grado di sostenere con sicurezza il legato, di sfumare, conferendo così ad Adalgisa la giusta temperatura emotiva.

Una prova molto convincete, quella della Tro Santafé la quale dimostra di avere un’idea precisa di come si debba affrontare vocalmente questo repertorio, senza rinunciare a far emergere una tormentata visione interpretativa di Adalgisa, che le fa perdonare anche qualche acuto eccessivamente sforzato e tenuto.

Il Pollione di Fabio Sartori ha dalla sua una voce di grande volume, denota la consueta sicurezza nel registro medio-acuto, benché qualche suono in alto appaia eccessivamente spinto. La linea di canto è eccessivamente stentorea, robusta nel registro medio laddove si gioca gran parte della scrittura vocale (concepita da Bellini per il baritenore Domenico Donzelli). Sartori, però, appare poco incline ad approfondire interpretativamente un personaggio che già di suo non spicca per originalità: non traspaiono la spavalderia e la codardia del personaggio, né il suo tardivo rimorso.

L’Oroveso di Fabrizio Beggi ha voce possente e di bel timbro scuro, ma emessa con eccessiva ruvidezza.

Adeguati al cast vocale la Clotilde di Fulvia Mastrobuono e il Falvio di Antonello Ceron.

Al termine, il pubblico - in una serata particolarmente feconda di un rigoglioso e prolungato contrappunto di stizzosi e risonanti colpi di tosse che non hanno risparmiato neppure la meravigliosa introduzione orchestrale di "Casta diva" - tributa un tiepido successo, molto di cortesia, per tutti.


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