L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Scintille di umanità nell’orrore

di Antonino Trotta

Il Teatro Regio di Torino celebra il Giorno della Memoria con un docu-concerto impreziosito da dieci pagine corali del compositore Viktor Ullmann, vittima dell’Olocausto.

Streaming da Torino, 27 gennaio 2021 – Anticamera di Auschwitz, il campo di concentramento di Theresienstadt fu teatro di perversa finzione: lì dove il procrastinamento della morte doveva solo concedere ai prigionieri una lugubre illusione di vita, la depravata frenesia della propaganda nazista incoraggiò musicisti, pittori e intellettuali di ogni genere, ivi rinchiusi, nel dar seguito alle diverse attività artistiche perché si creasse, quantomeno all’esterno, un’istantanea vergognosamente artefatta dell’orrore che in realtà la fortezza di Terezin nascondeva al mondo. Grandi compositori sottratti con forza alla vita, uomini violentemente privati del proprio destino di autori, esseri umani che vivevano solo perché obbligati a vivere, si rifugiarono nella musica e in essa individuarono sì un inespugnabile rifugio ma anche, o forse soprattutto, uno strumento di inarrestabile ribellione e resistenza, un altare su cui consacrare la propria identità individuale e collettiva, un lampo di speranza in un’esistenza funestata dalla follia animalesca, una ragione insomma per non rannicchiarsi «sulle sponde dei fiumi di Babilonia a piangere».

Nel ghetto di Theresienstadt, in cui fu detenuto dal 1942 al 1944 – anno in cui poi venne deportato e ucciso, il 18 ottobre, nelle camere a gas di Auschwitz –, Viktor Ullmann scrisse molta musica, quasi tutta sopravvissuta, e tra queste composizione dieci meravigliose pagine corali a cappella, arrangiamenti di canti della tradizione ebraica, yiddish e cassidica, compongono il vibrante programma che il Teatro Regio di Torino confeziona per celebrare il sacrosanto Giorno della Memoria.

Riunito nel Foyer del Toro e diretto da Andrea Secchi, il Coro del Regio intona i dieci lavori di Ullmann – due canti cassidici per coro femminile, «Hal’a, Jarden» e «Ura, ura, Jissrael»; tre canti yiddish per coro maschile, «As der Rebe elimelech», «Scha schtil» e «Fregt di welt»; tre canti yiddish per coro femminile, «Du Mejdele», «Jome, Jome» e «Du solst nischt gejn»; due canti ebraici per coro misto, «Anu olim» e «Elijahu hanaawi» – con profonda intensità: voci omogenee e ben amalgamate, ricchezza di colori – il pianissimo finale dell’ultimo canto è magnifico – e varietà d’accenti, qualità ovunque riconosciute ai complessi del teatro torinese e ora a servizio di una musica che sa ancora brillare di animate scintille di umanità.

Tra un gruppo di brani e l’altro, il direttore artistico Sebastian Schwarz, sensibile a questi temi, racconta l’aggiaccante squallore di quei luoghi e il valore che l’arte in quei luoghi ha avuto. Affinché, oggi e sempre, si possa ricordare ciò che è giusto ricordare e si possa ascoltare quella musica, della memoria e per la memoria, così come va’ ascoltata: per non dimenticare, mai.


 

 

 
 
 

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