L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Fra Brahms e Šostakovič

 di Stefano Ceccarelli

All’Accademia Nazionale di Santa Cecilia si presenta un concerto che, fin dal cartellone, si presenta accattivante e che non delude le aspettative del pubblico. Il direttore Alpesh Chauhan, al suo debutto con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, dirige il Concerto n. 1 in re minore per pianoforte e orchestra op. 15 di Johannes Brahms, accompagnando l’impeccabile esecuzione di Beatrice Rana; nel secondo tempo, la Sinfonia n. 6 in si minore op 54 di Dmitrij Šostakovič.

ROMA, 14 maggio 2021 – La ripresa dei concerti dal vivo nella sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica riprende a gonfie vele con un concerto di indubbio valore. Sul podio è il maestro Alpesh Chauhan, il quale, oltre a essere direttore stabile della Birmingham Opera Company, ha uno speciale rapporto con l’Italia giacché è direttore principale dell’Orchestra Toscanini di Parma; al pianoforte, Beatrice Rana, pianista ben nota al pubblico romano e apprezzata un po’ in tutto il mondo.

La serata si apre con il Primo concerto di Brahms. Chauhan appare subito elegantemente disinvolto nel gesto; l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia suona magnificamente. Il I movimento (Maestoso) ha proporzioni notevoli e vi si percepisce chiaramente il retaggio sinfonico: in origine, infatti, il concerto era stato pensato come una sinfonia. Chauhan si stabilizza su un’agogica che gli permette di sottolineare le magniloquenze romantiche di Brahms; la Rana disegna benissimo le grandi arcate delle linee melodiche del pianoforte, alternate a momenti di virtuosismo pacato, che concedono all’interprete la possibilità di porre particolare attenzione al colore e al volume dello strumento. Nella seconda parte del movimento, la Rana si slancia verso zone eteree della tastiera (con un gusto quasi organistico), assecondando il puro spirito romantico del compositore. Nel II movimento, l’Adagio, Chauhan è bravo a dirigere un’orchestra che deve evocare i giusti vapori attorno alle volute aeree del pianoforte, che la Rana legge con raffinata finezza. Il concerto si chiude con l’Allegro non troppo (III movimento), che presenta una scrittura frizzante, sia nei passaggi pianistici che nei giochi orchestrali: ambedue gli artisti concorrono a una lettura accesa e vivace, che esalta tutte le cromature del pezzo. Gli applausi giungono calorosi. Per evidenti esigenze di tempistiche, la Rana non può concedere il desiderato bis e si allontana fra il calore dell’apprezzamento del pubblico.

Nella seconda parte, Chauhan dirige la Sesta di Šostakovič. L’inglese coglie assai bene l’essenza del compositore russo. La direzione è tutta improntata a far risaltare i chiaroscuri e le venature ritmiche che sovente si annidano nelle maglie di una scrittura solo in apparenza semplice. L’insolito Largo che apre l’opera è una lunga, melmosa stasi da cui fuoriescono cromature che quasi sembrano perdersi in lontananza; una nube orchestrale da cui emergono le incisive, nette venature degli archi, che disegnano melodie malinconicamente disperate. L’Allegro (II movimento) ricalca molto di più il classico modello šostakovičano: Chauhan, qui, può divertirsi con ritmi imprevisti, ardite, ironiche cromature di strumenti, che si intorbidiscono in zone più scure, solo a tratti, riemergendo poi in altre di più luminosa luce. Chauhan mostra buon polso a calibrare questi cangianti colori, giocando con i volumi orchestrali. Splendido, rutilante, ‘strappapplausi’ il finale Presto, che fagocita parodicamente citazioni dai più vari compositori (da Rossini a Gershwin) in un’inarrestabile cavalcata. Chahuan lascia a briglia sciolta l’orchestra: il risultato è magnifico, come suggellato dagli applausi finali.


 

 

 
 
 

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