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Il doge traditore

Quella dei Falier (detti anche Faliero, Faleiro, Faledro o Faletro) è una delle più antiche casate veneziane: citata già in documenti del X secolo, prima di Marino diede alla Repubblica altri due dogi, Vitale Falier Dodoni, sul finire dell'XI secolo, e Ordelaffo Falier Dodoni, nei primi anni del XII.

Marino, nato intorno al 1285, fa dunque parte della più alta aristocrazia cittadina (una delle cosiddette dodici “famiglie apostoliche”) e conta su un patrimonio ragguardevole, con vasti possedimenti nell'entroterra. La sua prima notizia in una carica pubblica risulta nel 1315, quando, fra i capi del Consiglio dei Dieci, deliberò di premiare tale Rossetto di Camponogara per aver ucciso Nicolò Querini, affiliato alla congiura di Baiamonte Tiepolo. Una coincidenza curiosa, perché proprio la congiura di Baiamonte Tiepolo è alla base del meccanismo di Bianca e Falliero di Rossini, in cui però non abbiamo nessuna corrispondenza storica e il nome (nella fonte francese Montcassin) è scelto dal librettista Felice Romani solo come generica patente di nobiltà veneziana.

La fermezza del giovane Marino Falier nei confronti dei congiurati che ambivano a instaurare una signoria conferma la sua immagine di rilievo nel panorama politico e fedelissima alla Repubblica e alle sue istituzioni. Fu più volte eletto e nominato nei consigli e nelle magistrature cittadine, ma ottenne anche importanti incarichi diplomatici (“capitano e bailo” in Negroponte, ambasciatore a Bologna e Avignone, podestà a Treviso e in Dalmazia...) e militari (sia sul fronte orientale contro i Turchi, sia in Italia contro gli Scaligeri).

Quando nel 1345 Zara, già insofferente e non nuova a scontri con la Serenissima, si ribella al dominio veneziano sobillata da Luigi I il Grande d'Ungheria, Faliero riceve si distingue sia per mare sia per terra nell'assedio e nella riconquista della città, nel 1346. Nel 1358, tuttavia, Zara tornerà agli ungheresi per mezzo secolo, prima di essere nuovamente e permanentemente annessa ai dominii dell'Alato Leon.

Nel 1349, Marino Falier viene investito feudatario di Valmareno, castello ceduto a un cittadino veneziano a saldo di un prestito ottenuto dalla Repubblica da Rizzardo IV da Camino, con la garanzia che il feudo sarebbe stato inglobato nei territori della stessa Repubblica nel caso di morte senza eredi – fatta salva per Falier la possibilità di nominare tali altri nobili veneziani – o di grave mancanza nei confronti dello Stato.

Con il volgere della metà del secolo la posizione di Marino Falier si fa sempre più importante nella politica interna ed estera di Venezia, con numerosi incarichi amministrativi, operazioni militari e diplomatiche nei confronti di Genova e del papato avignonese come dell'Ungheria e della Bulgaria.

Dopo la morte del doge Andrea Dardolo, Falier viene quasi inevitabilmente eletto suo successore l'11 settembre 1354. Quel giorno si trovava come ambasciatore ad Avignone ed entrerà aVenezia il 5 ottobre seguente: il tempo è ostile, una fitta nebbia rende impossibile utilizzare il tradizionale Bucintoro o, riferiscono altre fonti, forse l'imbarcazione si incaglia e si deve ripiegare su un'alternativa, che non approda alla riva della Paglia, come di consueto, bensì in San Marco. Il corteo dogale è costretto a passare fra le colonne di San Marco e San Teodoro, luogo dove venivano eseguite le condanne a morte.

Benché ormai il ruolo del Doge fosse eminentemente rappresentativo e simbolico, l'elezione di Falier, all'incirca settantenne ma ancora vigoroso, fu accolta con grande favore per la stima che aveva saputo guadagnare al servizio dello Stato.

Questo Doge anziano, glorioso, rispettato servitore dello stato, tuttavia, terminò la sua esistenza sul patibolo e la sua memoria fu cancellata, sopravvivendo nella leggenda nera di Venezia.

Lo scoccare della scintilla della congiura viene comunemente fatta risalire a un alterco con Michele Steno, futuro doge. La ruggine fra i Falier e gli Steno era, perlatro, ben motivata. Già oltre una decina d'anni prima, uno Steno, Paolo, era stato condannato per violenza sessuale ai danni della figlia di Pietro Falier. Del 10 novembre 1354 è, invece, la condanna di alcuni giovani, fra cui Micaletto Steno, per aver scritto frasi ingiuriose nei confronti del doge e di suo nipote Bertuccio. Tuttavia le pene furono piuttosto miti, simboliche per riguardo al rango patrizio dei colpevoli, e si può immaginare che ciò abbia indispettito il Falier, di carattere piuttosto collerico. L'aneddotica aggrava viepiù l'episodio coinvolgendo la seconda moglie del Doge, Aluica o Federica Gradenigo, che all'epoca dei fatti avrebbe avuto circa cinquant'anni e che tuttavia taluni hanno dipinto come una sorta di “Messalina lagunare”, oggetto di scritte ingiuriose di questo tenore: “Marin Falier de la bela moier, altri la galde e lui la mantien.” Sicuramente l'idea di sovvertire l'ordinamento dello Stato non nasce da questo episodio, ma indica una frattura fra il Doge e l'aristocrazia che sfocerà nella congiura. Parimenti, Falier trova come naturale alleata la classe popolare, che vede nell'oligarchia patrizia la causa della recente sconfitta contro Genova. Anche qui un episodio segna l'inasprirsi della situazione, quando Giovanni Dandolo, ufficiale addetto all'armamento marittimo, schiaffeggia l'influente popolano Bertuccio Iserello (o Israelo), che raduna una piccola folla di marinai a sostenere le sue ragioni. Fonti successive, e meno attendibili storicamente, collocano l'alterco nell'arsenale, con il patrizio Marco Barbaro che ferisce gravemente il capitano Stefano Giazza dopo aver avanzato pretese irrealizzabili.

Ad ogni modo, le rimostranze di eminenti popolani avrebbero incontrato i sentimenti del Doge già avverso alla tracotanza aristocratica e dal contatto fra Bertuccio, o chi per lui, e Falier sarebbe nato il progetto di una congiura che portasse a compimento l'idea fallita di Baiamonte Tiepolo. La notte del 15 aprile 1355, il Doge avrebbe fatto suonare le campane di San Marco con il falso allarme di un attacco genovese: i nobili membri dei Consigli sarebbero accorsi a palazzo Ducale per deliberare le misure d'emergenza, ma avrebbero trovato i congiurati in armi che li avrebbero trucidati. Quindi, la rivolta sarebbe dilagata nella città, con saccheggi e annientamento fisico della classe patrizia, istaurando un governo popolare guidato da Falier. Tuttavia, proprio il Doge non si mantenne fermo nel proposito, tergiversando e rallentando la messa in atto del piano e lasciando campo libero a ripensamenti: uno dei congiurati, Vendrame o Beltrame, temendo di venir scoperto si confidò con un anico aristocratico, Nicolò Lion, e insieme, ignari, denunciarono il piano sovversivo allo stesso Falier. Questi, com'è ovvio, cercò di minimizzare, ma così facendo alimentò la determinazione di Lion, che si appellò agli altri organi della Repubblica e il Doge non seppe affrontare la situazione, lasciando che i suoi consiglieri fossero informati e che partisse un'inchiesta. La giustizia della Serenissima fu rapida e inesorabile: Bertuccio Iserello e il sodale Filippo Calendario furono impiccati nella loggia del palazzo Ducale, esattamente là dove il Doge assisteva agli spettacoli del giovedì grasso, con una spranga in bocca che impedisse loro di parlare. Infine, si processò il doge stesso, le sue responsabilità risultarono evidenti e Marino Falier venne decapitato al tramonto del 17 aprile. Il boia mostrò al popolo la spada insanguinata esclamando, pare, “Vardè tutti. L'è sta fatto giustizia del traditor”.

La repressione e le indagini non si fermarono, colpendo anche i figli di Iserello e Calendario, mentre Bertuccio Falier, nipote del Doge, concluse in carcere i propri giorni. Nicolò Lion, viceversa, vide accrescere il suo prestigio e il suo peso politico. L'esecuzione di un doge, simbolo stesso della Repubblica, destò sconcerto non solo a Venezia. Anche Francesco Petrarca espresse sgomento per la gravità del provvedimento. Certo è che se tutte le fonti paiono concordare sulla volontà di Marin Falier di instaurare una signoria, la damnatio memoriae e le numerose censure e lacune nei verbali giudiziari lasciano aperti dei dubbi: per quanto si possa ammettere che l'anziano doge agisse negli interessi della famiglia, per lasciare il potere al nipote Fantino, sorprende comunque un piano tanto feroce ai danni della sua stessa classe sociale, così come non passano inosservati i tentennamenti e le fatali esitazioni. È probabile che la congiura fosse espressione di lotte interne all'aristicrazia e che altre famiglie nobili fossero coinvolte, ma che la scabrosa crisi in seno agli organi più alti dello stato sia stata prudentemente insabbiata. Meglio stigmatizzare l'ambizione del singolo e le agitazioni popolari, cementando la coesione della casta oligarchica.

Il ritratto di Falier nella galleria dei dogi nella sala del Consiglio venne coperto da un a scritta bianca su fondo azzurro “Hic fuit locus ser Marini Faletro decapitati pro crimine proditionis”. Dopo l'incendio del 1577 fu ridipinto un drappo nero con la didascalia “Hic fuit locus ser Marini Faletro decapitati pro criminibus”.

George Gordon Byron, fortemente impressionato dalla vicenda, pubblicò nel 1821 la tragedia Marin Faliero, nella quale si propose di evitare il rischio di fare del doge un geloso al pari di Otello, concentrandosi invece sull'orgoglio ferito dalla pena inadeguata comminata a Steno e quindi sulla mancanza di fiducia nelle istituzioni e sul desiderio di rivalsa. Il suo Faliero è rabbiosamente fedele al proprio onore e disgustato dalla decadenza della Repubblica, che infine maledice dal patibolo. Oltre a E.T.A Hoffmann, che al doge dedica un suo racconto, anche Casimir Delavigne riprenderà il soggetto in un dramma del 1829, fonte diretta del libretto: qui compare l'amore fra Elena e Fernando, moglie e nipote del Doge, che si trova dunque anche ferito negli affetti privati, ma più che feroce e vendicativo, si mostra ispirato a sincere istanze sociali e riflette sull'uguaglianza degli uomini, sulla storia di Venezia e sul ruolo del popolo, sull'essere tutti comunque discendenti degli stessi marinai e pescatori che fondarono la città e l'hanno resa grande. Sebbene piuttosto fedele al testo francese, il libretto donizettiano sfuma questa profondità sociale e, anzi, non manca di esprimere un pizzico di sconcerto nell'unirsi al popolo ( “O superbo Faliero, a chi t’inchini per ricercar vendetta?A chi? Alla plebe, e grandi cose aspetta.”) pur ammettendo che "i soli vili qui sono in Senato".

Anche le arti figurative sono state sedotte dalla fine del "Doge traditore". Francesco Hayez lo dipinse un istante prima di posare la testa sul ceppo del boia, mentre Eugène Delacroix scelse il momento successivo, con il corpo decollato in primo piano fra sguardi di curiosità , disprezzo e soddisfazione.


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