L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Indice articoli

Appendice

Historia Augusta

Tyranni Triginta

  1. Omnis iam consumptus est pudor, si quidem fatigata re p. eo usque perventum est, ut Gallieno nequissime agente optime etiam mulieres imperarent, et quidem peregrinae. peregrina enim, nomine Zenobia, de qua multa iam dicta sunt, quae se de Cleopatrarum Ptolemaeorumque gente iactaret, post Odenatum maritum imperiali sagulo perfuso per umeros, habitu Didonis ornata, diademate etiam accepto, nomine filiorum Herenniani et Timolai diutius, quam femineus sexus patiebatur, imperavit. Si quidem Gallieno adhuc regente rem p. regale mulier superba munus obtinuit et Claudio bellis Gothicis occupato vix denique ab Aureliano victa et triumphata concessit in iura Romana. Extat epistola Aureliani, quae captivae mulieri testimonium fert. Nam cum a quibusdam reprehenderetur, quod mulierem veluti ducem aliquem vir fortissimus triumphasset, missis ad senatum populumque Romanum litteris hac se adtestatione defendit: "Audio, p. c., mihi obici, quod non virile munus impleverim Zenobiam triumphando. Ne illi, qui me reprehendunt, satis laudarent, si scirent, quae illa sit mulier, quam prudens in consiliis, quam constans in dispositionibus, quam erga milites gravis, quam larga, cum necessitas postulet, quam tristis, cum severitas poscat. Possum dicere illius esse, quiod Odenatus Persas vicit ac fugato Sapore Ctesifonta usque pervenit. Possum adserere tanto apud orientales et Aegyptiorum populos timori mulierem fuisse ut se non Arabes, non Saraceni, non Armenii commoverent. Nec ego illi vitam conservassem, nisi eam scissem multum Romanae rei publicae profuisse, cum sibi vel liberis suis orientis servaret imperium. Sibi ergo habeant propriarum venena linguarum hi, quibus nihil placet. Nam si vicisse ac triumphasse feminam non est decorum, quid de Gallieno loquuntur, in cuius contemptu haec bene rexit imperium? Quid de divo Claudio, sancto ac venerabili duce, qui eam, quod ipse Gothicis esset expeditionibus occupatus, passus esse dicitur imperare? Idque consulte ac prudenter, ut illa servante orientalis finis imperii ipse securius, quae instituerat, perpetraret." Haec oratio indicat, quid iudicii Aurelianus habuerit de Zenobia. Cuius ea castitas fuisse dicitur, ut ne virum suum quidem scierit nisi temptandis conceptionibus. Nam cum semel concubuisset, exspectatis menstruis continebat se, si praegnans esset, sin minus, iterum potestatem quaerendis liberis dabat. Vixit regali pompa. More magis Persico adorata est. Regum more Persarum convicata est. Imperatorum more Romanorum ad contiones galeata processit cum limbo purpureo gemmis dependentibus per ultimam fimbriam, media etiam coclide veluti fibula muliebri adstricta, brachio saepe nudo. Fuit vultu subaquilo, fusci coloris, oculis supra modum vigentibus nigris, spiritus divini, venustatis incredibilis. Tantus candor in dentibus, ut margaritas eam plerique putarent habere, nmon dentes. Vox clara et virilis. Severitas, ubi necessitas postulabat, tyrannorum, bonorum principum clementia, ubi pietas requirebat. Larga prudenter, conservatrix thensaurorum ultra femineum modum, usa vehiculo carpentario, raro pilento, aequo saepius. Fertur autem vel tria vel quattuor milia frequenter cum peditibus ambulasse. Venata est Hispanorum cupiditate. Bibit saepe cum ducibus, cum esset alias sobria; bibit et cum Persis atque Armeniis, ut eos vinceret. Usa est vasis aureis gemmatis ad convivia, usa Cleopatranis. In ministerio eunuchos gravioris aetatis habuit, puellas nimis raras. Filios Latine loqui iusserat, ita ut Graece vel difficile vel raro loquerentur. Ipsa Latini sermonis non usque quaque gnara, sed ut loqueretur pudore cohibita; loquebatur et Aegyptiace ad perfectum modum. Historiae Alexandrinae atque orientalis ita perita, ut eam epitomasse dicatur; Latinam autem Graece legerat. Cum illam Aurelianus cepisset atque in conspectum suum adductam sic appellasset: "Quid est, Zenobia? Ausa es insultare Romanis imperatoribus?" Illa dixisse fertur: "Imperatorem te esse cognosco, qui vincis, Gallienum et Aureolum et ceteros principes non putavi. Victoriam mei similem credens in consortium regni venire, si facultas locorum pateretur, optavi." Ducta est igitur per triumphum ea species, ut nihil pompabilius p. R. videretur iam primum ornata gemmis ingentibus, ita ut ornamentorum onere laboraret. Fertur enim mulier fortissima saepissime restitisse, cum diceret se gemmarum onera ferre non posse. Vincti erant praetera pedes auro, manus etiam catenis aureis, nec collo aureum vinculum deerat, quod scurra Persicus praeferebat. Huic ab Aureliano concessa est, ferturque vixisse cum liberis matronae iam more Romanae data sibi possessione in Tiburti, quae hodieque Zenobia dicitur, non longe ab Hadriani palatioatque ab eo loco, cui nomen est Concae.

Giovanni Boccaccio

De claris mulieribus CAPITOLO LXXXXVII

Zenobia, Reina de’ Palmireni.

Zenobia, reina de’ Palmireni, per testimonianza degli antichi scrittori fu di sì eccellente virtù, che per nominanza ella dee essere preposta innanzi alle altre genti. Questa fu primieramente nobile per nazione, perché dicono gli antichi, che ella ebbe origine famosa dai Tolomei, re di Egitto, benché non si ha ricordanza chi fusse suo padre e sua madre. E dicono che questa della prima puerizia dispregiò gli esercizj di donna; e già alquanto cresciuta e fatta forte, per la maggior parte si dice che ella abitò per boschi e luoghi salvatichi, e con l’arco e saette perseguiva i cervi, correndo, e i cavriuoli; e poi fatta più forte veniva alla presa con gli orsi, perseguiva e aspettava e pigliava e uccideva i leopardi e i lioni; e senza paura discorreva per rivi e per altri passi di montagna; cercava le tane delle fiere, e di notte dormiva all’aria; con maravigliosa potenzia comportava la piova, il caldo, il freddo; con somma diligenzia era usata spregiare l’amore e la conversazione degli uomini, e a pregiare la verginità. Per le quali cose avendo cacciato la morbidezza delle femmine, dicono che ella era fattasi robusta, che ella vantaggiava per forza i giovani di sua età in battaglia di balestra e in giuochi. E finalmente essendo venuta a età di matrimonio, per consiglio degli amici, dicono che ella si maritò a Odenato, giovane indurato a simili esercizj, lo quale era molto nobile principe de’ Palmireni. E era questa bella del corpo, benché alquanto bruna di colore, come per lo caldo del sole sono tutti gli abitatori di quel paese: ancora ella avea bellezza di neri occhi, e bianchi denti. La quale vedendo Odenato, intento ad occupare i regni d’Oriente, essendo preso e dannato a brutto servizio Valeriano da Sapore re di Persia; e Galieno suo figliuolo come effemminato stare in ozio; e non avendo dimenticato la prima durezza; deliberò di nascondere la sua bellezza sotto le armi, e usare la milizia sotto suo marito, e con lui prese il nome reale e l’ornamento. E con Erode figliastro avendo raccolto suo sforzo, andò contro Sapore animosamente, il quale già ampiamente occupava Mesopotamia: e non isparmiandosi alcuna fatica, alcuna volta facendo l’ufficio di soldato, alcuna volta di capitano, uccise non solamente quello aspro uomo e esperto, in virtù della battaglia e delle armi; ma fu creduto che, per opera di quella, Mesopotamia venisse sotto sua signoria: e preso il campo di Sapore con le sue femmine, cacciò e persegui quello infino a Ctesifonte. E non molto dappoi ella curò con sollecito studio di soperchiare Quieto, figliuolo di Matriano, il quale sotto il nome di suo padre era entrato nell’imperio di Oriente. E già tenendo insieme col marito quieto tutto l’Oriente, il quale aspettava ai Romani; il marito Odenato, secondo che alcuni dicono, fu morto con Erode suo figliuolo da Meonio suo cugino per invidia. Alcuni altri dicono, che Zenobia consentisse la morte d’Erode, perché molto spesso dannava la sua delicatezza; perchè la successione del regno pervenisse a Eremiano e Timolao, i quali ella avea generati di Odenato. E signoreggiando Meonio, alquanto ella stette quieta; ma dopo brieve tempo essendo morto Meonio dai suoi cavalieri, quasi essendo lasciata la possessione vacua, quella donna di nobile animo subito entrò nella desiderata signoria; e essendo ancora piccoli i suoi figliuoli, ella si presentò vestita a modo di re, e in nome dei figliuoli governò la signoria molto meglio che non si conveniva a femmina, e non vilmente. Perché Galieno e dopo lui Claudio imperadore non ardirono contrastare contro a lei alcuna cosa, né ancora similmente gli Orientali, gli Assirj, nè gli Arabi, nè i Sarracini de’ popoli di Armenia; anzi temendo quegli tutta la sua potenzia, erano contenti poter difendere i suoi confini; perché quella ebbe tanto magisterio di battaglie, e sì aspra disciplina di milizia, che ugualmente i suoi osti la pregiavano e temevano molto. Appresso de’ quali ella non parlamentava mai se non con l’elmo in testa e con armi; molte rade volte usava carretta, e andava spesso a cavallo, e alcuna volta a piè innanzi alle insegne cogli cavalieri tre e quattro miglia; e mai aveva in fastidio alcuna volta bere coi suoi capitani, benché ella fusse sobria, e beveva cogli principi di Persia e d’Armenia che vinceva di piacevolezza e di costumi. Ella fu sì aspra conservatrice d’onestà, che, non che ella s’astenesse al postutto dagli altri uomini, ma eziandio non si congiugneva mai con Odenato suo marito, secondo che ho letto, se non per generar figliuoli, sempre avendo questa diligenzia, che quando era congiunta che ella s’accorgeva se ella era gravida, e poiché questo avveniva, non comportava poi essere tocca dal marito infino alla purgazione del parto; e quando ella s’accorgeva non essere gravida, consentivasi al marito a sua posta. Oh, quanto questa era laudabile opinione di donna! assai appare che ella giudicava che la lussuria per niuna altra cagione è data agli uomini che, rinnovandosi i figliuoli, si conservino quegli che deono venire, e da quello in suso sia un avanzo vizioso. Ma troverai molte rade volte donne di siffatti costumi. Nondimeno acciocché non dimenticasse l’opportune cose della casa, mai non lasciava, o rade volte, entrare dentro alcuni, se non eunuchi, ed uomini gravi d’età e di costumi. Ancora ella visse a modo di reina con magnifica spesa, con quella pompa che usano i re di Persia, e secondo l’usanza di Persia volle essere adornata, e faceva conviti a simiglianza degl’imperadori romani usando quegli vasi d’oro che ella avea uditi usare a Cleopatra. Benché ella fusse grandissima conservatrice di tesoro, niuno fu più magnifico e più largo, dove le pareva che fusse il bisogno. E benché per la maggior parte ella soprastasse in caccie e arme, non mancò che non imparasse le lettere d’Egitto, e ancora in parte le lettere greche sotto Longino filosofo, suo maestro. Per aiutorio delle quali ella vide tutte le storie latine, greche e barbare, con sommo studio, e con mandarle alla memoria, e non solamente questo, ma fu ancora creduto ch’ella riducesse quelle sotto brieve forma. E oltre al suo linguaggio ella seppe quello d’Egitto, quello di Soria; e volle che i figliuoli parlassino latino. Ma, poche più parole al certo: questa donna fu di tanto valore, che essendo vinti Galiano, Aurelio e Claudio imperadore, ella trasse contro a sé Aureliano, uomo di perfetta virtù, essendo egli fatto imperadore, per purgare la vergogna della nominanza de’ Romani, e per acquistare gran gloria. Essendo compiuta la guerra di Marco Mannico, essendo quietato ancora Aureliano con ogni sollecitudine pigliò l’andata contra Zenobia: e andando contro le nazioni barbare, avendo sconfitte nobilmente molte legioni, finalmente arrivò con molte legioni poco lungi da Emessa, città presso alla quale Zenobia non impaurita insieme con Zeba (il quale ella avea preso per compagno della guerra) ella s’era posta col suo oste, e in quel luogo fu combattuta aspramente e per lungo spazio della somma del fatto tra Aureliano e Zenobia; messa in rotta cogli suoi, cioè Zenobia, da Aureliano per la virtù de’ Romani, ridussesi a Palmiro, dove subito ella fu assediata dal vincitore. E non volendo udire alcuna condizione d’arrendersi, difendevasi con maravigliosa diligenzia e sollecitudine, venuta già a necessità delle cose opportune. Poi non pensando i Palmireni contrastare alla possanza d’Aureliano, essendo eziandio sottratti dall’ajutorio di Zenobia quegli di Persia e d’Armenia e i Stracani, i quali venivano in suo aiuto; fu presa per forza quella città da’ Romani. Dalla quale città partita Zenobia colli figliuoli fuggì in Persia sopra i camelli, dove perseguita fa presa co’ figliuoli dalla gente d’Aureliano, e a lui presentata viva: per la qual cosa Aureliano fu glorioso non altrimenti che se egli avesse vinto uno grandissimo capitano, asprissimo nimico della repubblica; e salvando quella al trionfo, menolla a Roma co’ figliuoli. Poi fu apparecchiato il trionfo ad Aureliano maraviglioso per la presenza di Zenobia; nello quale, tra, le altre cose nobili e degnissime di ricordanza, egli menò lo carro, lo quale Zenobia avea fatto fare di grandissimo pregio d’oro e di perle, sperando venire a Roma non prigione, ma donna imperadrice e trionfante, e possedere lo ’mperio di Roma. Dinanzi a quello carro ella, andava co’ figliuoli ed era legata il collo, le mani e i piedi con catene d’oro, con corona e vestimenti reali carichi di perle e di pietre preziose, intanto che, essendo ella fortissima, spesse volte per lo peso stava ferma. E finito il trionfo maraviglioso per lo tesoro, e per la virtù di Aureliano, dicesi che ella invecchiò co’ figliuoli in privato abito fra le donne romane; e fulle conceduto una possessione dal senato presso Tivoli, la quale dappoi per lungo spazio fu denominata da lei Zenobia, non molto lungi dal palazzo del divino Adriano, in quel luogo, che era chiamato dagli abitatori Conche.

Geoffrey Chaucer

Canterbury Tales

The monk's Tale

Zenobia.

Zenobia, regina di Palmira, declamata tanto dai Persiani per la sua nobiltà, era così prode e valorosa nelle armi, che nessuno la sorpassava sia per coraggio che per stirpe o per altra distinzione. Discendeva dal sangue dei re di Persia. Non dico che fosse una bellezza suprema, ma d'aspetto non poteva essere migliore.

Si trova scritto che sin dall'infanzia fuggiva le occupazioni femminili per scorrazzare nei boschi, colpendo a sangue numerosi cervi contro cui scagliava enormi frecce. Era così veloce che in un attimo li raggiungeva. E crescendo imparò ad uccidere leoni e leopardi, ad affrontare gli orsi stritolandoli come voleva fra le sue braccia. Osava perfino esplorare i covi di belve feroci, correva tutta la notte fra le montagne, dormiva sotto un cespuglio, ed era capace di gareggiare in pura forza ed energia con qualunque giovanotto che ne avesse mai avuto il coraggio. Non c'era nulla che resistesse alle sue braccia.

Protesse sempre la sua verginità contro tutti senza mai legarsi ad alcun uomo. Ma alla fine, pur fra molti indugi, i suoi amici la convinsero a sposare Odenato, un principe di quel paese, e si capisce ch'egli avesse le stesse inclinazioni che aveva lei.

Una volta uniti, vissero insieme felici e contenti, perché ciascuno sentiva per l'altro affetto e amore. Ma c'era un fatto: lei non voleva mai acconsentire, a nessun costo, che lui le si accoppiasse insieme per più d'una volta, perché a lei interessava solo avere un figlio, per moltiplicare il mondo. Appena poi poteva accorgersi che non era incinta dopo quell'atto, allora gli permetteva di prendersi quel gusto in fretta, e per non più d'una volta, sicuramente. E se a quella botta rimaneva incinta, lui non doveva più giocare a quel gioco per quaranta settimane intere, passate le quali, sempre per una volta, gli permetteva di fare lo stesso.

Fosse tenero o furente, più di tanto Odenato non otteneva, perché lei sosteneva ch'era solo per lussuria e a vergogna delle donne che in altre occasioni gli uomini si divertivano con loro. Da questo Odenato ebbe due figli che allevò nella virtù e nella sapienza... Ma passiamo ora al nostro racconto. Dico dunque che non c'era al mondo, pur cercando dappertutto, creatura più ammirevole e saggia e misuratamente generosa, più corretta e leale nella lotta e che più sopportasse le fatiche di una guerra. Non si potrebbe mai descrivere la

ricchezza dei suoi arredi, della sua argenteria e delle sue stoffe. Andava completamente vestita di gemme e d'oro e, pur amando la caccia, non tralasciava di studiare a fondo diverse lingue e, appena aveva un po' di tempo, tutto il suo piacere era di apprendere dai libri come spendere in virtù la propria vita. Insomma, per farla breve, sia lei che suo marito furono talmente valorosi, da conquistare in oriente diversi grandi regni, con città bellissime, appartenenti alla maestà di Roma; e riuscirono a tenerli così saldamente in mano che, finché visse Odenato, nessun nemico poté mai scacciarli. Chi avesse voglia di leggere la storia delle loro battaglie contro re Sapore e molti altri, come in realtà si susseguirono gli eventi, perché ella vinse sempre e quali titoli conquistò, e poi la storia delle sue disavventure e della sua rovina, e in che modo alla fine venne assediata e presa, si rivolga a Petrarca, il mio maestro, che di ciò scrisse abbastanza, vi assicuro. Alla morte di Odenato, ella mantenne valorosamente i regni, combattendo a corpo a corpo contro i nemici così spietatamente, che non c'era principe né re da quelle parti che non fosse lieto di trovar grazia presso di lei, convincendola a non guerreggiare sulle sue terre. Tutti stabilivano con lei trattati di alleanza, col patto di rimanere in pace e di lasciarla cavalcare a suo piacere. Neppure l'imperatore romano Claudio, né il romano Galieno prima di lui, ebbero mai il coraggio di sfidarla; nessun armeno, egiziano siriano o arabo osò mai affrontarla in campo, temendo di finire sotto le sue mani o di esser messo in fuga dalle sue schiere. In abito regale, i suoi due figli si avviavano ormai ad ereditare i regni del loro padre: Eremiano e Timolao erano i loro nomi, e già i persiani li acclamavano. Ma, ahimè, la fortuna ha il veleno nel suo miele: per questa potente regina ormai era finita. E dal trono la fortuna la fece precipitare nella miseria e nella sventura. Appena ebbe in mano il governo di Roma, Aureliano infatti decise di vendicarsi di questa regina e si mise in marcia con le sue legioni contro Zenobia e, insomma, per dirla in breve, dopo averla messa in fuga, finalmente la prese e l'incatenò con i due figli e, avendo ormai conquistato tutto il paese, fece ritorno a Roma. Tra le altre cose vinte, c'era anche il cocchio lavorato in oro e pietre preziose che il grande imperatore Aureliano condusse con sé, perché tutti lo vedessero... Ed ecco lei che precede a piedi l'ingresso trionfale, con le catene d'oro appese al collo, la corona che ne indica il grado e le vesti cariche di pietre preziose. Ah, fortuna, colei che una volta faceva paura a re e imperatori ora deve sottostare allo sguardo di tutto il popolo! Ahimè, colei che con l'elmo aveva partecipato ad aspri assalti e con valore aveva conquistato forti città e torrioni, ora è costretta a portare la cuffia; colei che prima reggeva uno scettro di fiori dovrà reggere la conocchia e guadagnarsi la vita filando!


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