L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Prisma filologico

 di Roberta Pedrotti

Handel/ Leo

Rinaldo

Iervolino, Remigio, Castellano, Ascioti

ensemble strumentale La Scintilla

direttore Fabio Luisi

regia Giorgio Sangati

costumi Gianluca Sbicca

scene Antonio Nonnato

Martina Franca, Palazzo Ducale, Festival della valle d'Itria 2018

2 DVD Dynamic, 37831, 2019

Leggi la recensione delle recite a Martina Franca: Rinaldo, 29/07-02-04/08/2018

Il rispetto del testo consiste nello studio, nella consapevolezza alla base di un'interpretazione, oltre che nella chiarezza e coerenza nell'esporla perché ogni scelta sia e appaia libera ma non arbitraria. La filologia non è solo ricostruzione archeologica, ma è metodo nella restituzione, nell'approccio, nella rievocazione dello spirito dell'opera, come traspare in tutta evidenza nel lavoro certosino di ricerca di Giovanni Andrea Sechi e nella realizzazione itriana della versione del Rinaldo di Handel promossa a Napoli nel 1718 dal contralto Nicola Grimani, già protagonista della prima londinese del 1711. Una rielaborazione a immagine e somiglianza del divo, ma anche una celebrazione del compleanno di Carlo VI d'Asburgo: era usuale, all'epoca, che le riprese di titoli non inediti venissero riadattate per le caratteristiche di cast e piazze diverse. La trama si muta leggermente per l'occasione encomiastica, Almirena si fa più pepata, si limita la dimensione magica e sovrannaturale, nessun lieto fine è concesso agli "infedeli", ma si inseriscono anche, in ossequio all'uso partenopeo, intermezzi buffi affidati ai servitori Lesbina e Nesso, assenti in Handel. Cambia, per il nuovo cast, anche la distribuzione dei ruoli vocali: Almirena da soprano si fa contralto e contralto è pure Argante, basso a Londra. Cambia di conseguenza pure la musica: Leo interviene con otto numeri propri oltre agli intermezzi, cui si aggiungono altri di Orlandini, Sarro, Gasparini, Bononcini, Porta, fra gli altri. Rinaldo sette arie tre duetti e un quartetto, contro le quattro arie, due duetti e quartetto di Almirena e le cinque, tre duetti e quartettodi Armida; disinvolto come solo un divo castrato può essere, Grimani sopprime "Venti, fulmini prestate", forse non più comoda in questa fase di carriera, ma si appropria di "Lascia ch'io pianga" (con le parole "Lascia ch'io resti") di Almirena, evidentemente fin da subito riconosciuta come una delle melodie di maggior impatto di tutta la partitura. 

Sechi ha potuto ricostruire buona parte della musica eseguita a Napoli nel 1718, dove non possibile è intervenuto sempre nello spirito del pasticcio settecentesco selezionando arie simili e plausibili, mentre per gli intermezzi di Leo, interamente perduti, si è compiuta una scelta radicale: preservarne l'apporto drammaturgico evidenziando la scomparsa delle musiche con la recitazione in prosa affidata a due attori (Valentina Cardinali e Simone Tangolo, cui si aggiunge per il Prologo la piccola Eliana Cantore). Abbiamo allora lo studio minuzioso, la consapevolezza stilistica, la restituzione precisa di ciò che è possibile restituire con precisione, la ricostruzione dello spirito dell'opera seria del primo Settecento nella sua variabilità all'interno di codici drammaturgici ben definiti. Abbiamo la chiara definizione delle proporzioni e del carattere del testo con diversi gradi di restauro: l'integrazione di arie perdute con alternative, la nuda recitazione per gli intermezzi. Abbiamo, nella messa in scena firmata da Giorgio Sangati un'intelligente rievocazione del divismo dell'epoca che stuzzica nel pubblico affinità con quello moderno. Giocando sul neobarocco, sull'eccesso sfavillante, su costumi sgargianti che spesso ammiccavano anche alla moda dei secoli passati, con alamari, pizzi e jabot, ecco che i nostri divi del XVIII secolo, Grimani in testa (ma in ottima compagnia: Armida a Napoli era Armida Benti Bulgarelli, musa metastasiana per eccellenza), scoprono affinità elettive con icone pop degli anni '80: Rinaldo è Freddie Mercury, Almirena Madonna, Goffredo Elton John e via così, fino ad Argante dark ricalcato su Gene Simmons dei Kiss. Allusioni visive e gestuali che divertono senza essere invadenti, in una chiarissima visione registica, ben animata da un cast di prim'ordine.

In primo luogo, Teresa Iervolino si sobbarca con soggiogante disinvoltura l'autentico tour de force del Rinaldo a immagine e somiglianza di Grimani. Padrona dello stile, canta con mordente virile, incisività d'affetto, raffinata espressione; il timbro è di bel velluto contraltile, musicalmente sempre a fuoco nel virtuosismo e nel canto patetico. In più si diverte nel gioco scenico mantenendo sempre la dignità dell'eroe, la sicumera del divo. Loriana Castellano è un'Almirena piacevolmente volitiva, così come convince l'energia espressiva dell'amoroso, tenebroso Argante di Francesca Ascioti. Educato più che autoritario, ma puntuale, il Goffredo di Francisco Fernández-Rueda e soddisfacente tutta la locandina nel complesso. Un discorso a parte, però, si impone con l'Armida di Carmela Remigio, splendido esempio di versatilità costruita su tecnica, interrpetazione e rigore musicale, non su un onnivoro eclettismo da collezionista. La forza drammatica di questa oscura e sfaccettata antagonista non eccede un solo istante dalla misura dello stile, ma gli presta i frutti di un'esperienza forgiata attraverso oltre tre secoli di musica teatrale. E un discorso simile si può fare per Fabio Luisi, che specialista consacrato al barocco certo non è, ma dimostra ancora una volta tutte le carte in regola - innanzitutto nella chiarezza di lettura e di gesto - per condurre un ensemble storicamente informato come La Scintilla e tutta una compagnia perfettamente coesa in un'operazione di autentica filologia applicata ai massimi livelli in tutte le sue implicazioni e possibilità.

Tutte da leggere, ovviamente, anche le note di copertina di Giovanni Andrea Sechi.


 

 

 
 
 

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