L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Adina attraverso lo specchio

 di Roberta Pedrotti

L'ambiguità perturbante di Adina, farsa semiseria composta nel pieno degli anni napoletani di Rossini, è immaginata da Rosetta Cucchi come una rutilante fiaba nello stile di Alice nel paese delle meraviglie. La bacchetta di Diego Matheuz e un cast ben affiatato contribuiscono a conquistare i favori del pubblico.

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PESARO 12 agosto 2018 - Come Ricciardo e Zoraide, anche Adina festeggia i suoi duecento anni; e come Ricciardo e Zoraide, anche Adina non è stata fortunatissima nella fruizione e nella comprensione delle sue peculiarità.

Commissionata da un notabile portoghese, debuttò in teatro solo nel 1826 e risente della stratificazione dalla prima stesura – in cui la scrittura rossiniana convive con un duetto (“Se non m'odi, o mio tesoro”) e un'aria (“D'intorno il serraglio”) di mano di un collaboratore anonimo, ma comunque di fiducia del Pesarese – all'effettiva versione teatrale, comprendente pure un coro (“Il regio talamo”) posteriore e di qualità palesemente inferiore, per quanto la sua presenza possa avere pieno senso nel corpo di una rappresentazione. Così, possiamo comprendere che l'ultima farsa rossiniana, sorta di reinvenzione postuma del modello giovanile veneziano, risuoni come meno affascinante e strutturata delle sue sorelle. Eppure, Adina raccoglie anche i frutti della maturità del compositore e nello sviluppare un soggetto semiserio con tratti anche decisamente drammatici, non manca di finezze suggestive, non ultima l'ambiguità con cui è trattato il rapporto fra la protagonista e il Califfo, che da promesso sposo si muta in tiranno e poi in riscoperto padre benefattore (e dunque, il sentimento quasi amoroso iniziale si colora d'incesto, con il senno di poi, oscurando almeno in parte il lieto fine).

Alle prese con una materia evanescente e sfuggente come un sogno, o una fiaba, che rischia di mutarsi in un incubo, Rosetta Cucchi compie una scelta radicale e si ispira al mondo surreale della letteratura britannica per l'infanzia, da Lewis Carroll a Roald Dahl. L'esotismo orientale scompare o quasi: traspare attraverso un filtro dichiaratamente coloniale in alcune forme e arredi dell'appartamento di un Califfo assai british, in alcuni capi di vestiario indossati o, meglio, rinvenuti in un baule. Il mondo di Adina diventa una gigantesca torta nuziale abitabile (scena di Tiziano Santi) e popolata di ipercinetici, onnipresenti, coloratissimi folletti (costumi di Claudia Pernigotti). E l'incubo sta in sottofondo, emerge quando tutto si fa buio (luci di Daniele Naldi) nella stretta drammatica del quartetto centrale, ma quando Adina si dispera credendo morto l'amato Selimo, si scopre figlia del Califfo che stava per sposare, si unisce al padre grazie all'amato, tutto si consuma rapidissimo come gioco. Un gioco talmente fasullo, frenetico, sopra le righe da far pensare quasi che la sua tragicità consista proprio nella negazione della stessa, nell'ostinazione della protagonista a recitare come se nulla fosse da prender sul serio, ragazzina un po' viziata catapultata in un mondo di variopinto nonsense in cui il dramma non è che una nuvola passeggera.

Il pubblico dimostra di gradire assai tale visione e immaginiamo che, nondimeno, il pubblico irlandese del Festival di Wexford, con cui l'allestimento è coprodotto, non faticherà a immedesimarsi in questa iconografia.

Dopo un'introduzione non proprio a fuoco, la bacchetta di Diego Matheuz trova una cifra interessante che ben si sposa con l'ipercromia scenica, esibendo per contrasto un fraseggio asciutto asciutto – e l'Orchestra Sinfonica Rossini l'asseconda con suoni quasi aguzzi - che culmina in un intenso, drammatico quartetto e in un finale ben calibrato. Per contro il fortepiano (senza violoncello, peccato!) di Gianni Fabbrini accompagna i recitativi con bel gusto, morbidezza, colori suadenti.

Il cast vocale si presta compatto a una visione un po' stralunata, ad affetti di carta che si susseguono disinvolti, a partire dall'Adina fra lo svampito e l'infantile di Lisette Oropesa, ancora di limitate esperienze operistiche in Italia e già in possesso di un'ammirevole familiarità con la nostra lingua. Voce leggera, caratterizzata da un sottile vibrato, canta con eleganza e intenzione sempre coerente alla scena. Elegantissimo è, poi, il Califfo di Vito Priante, simpaticamente signorile sulla scena, distinto e distaccato quanto basta, affabile nel timbro, sciolto e nobile nel porgere. Levy Segkapane offre a Selimo acuti spavaldi e cresce nel corso della recita, per quanto resti consigliabile la ricerca di una maggior padronanza della lingua. Da parte loro Davide Giangregorio, Mustafà, e soprattutto Matteo Macchioni – una sorta di esotico Passepartout palesemente innamorato del suo Phileas Fogg – quale Alì si confermano ottimi caratteristi e solidi musicisti. Il coro del teatro della Fortuna M. Agostini è preparato con cura da Mirca Rosciani.

Alla fine, abbiamo detto, grandi applausi per tutti: Adina, la farsa ambigua della schiava che sfiora l'incesto, sembra destinata a vincere in una fuga perpetua attraverso lo specchio.


 

 

 
 
 

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