L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Classici ma non troppo

di Alberto Ponti

La Sinfonia n. 5 di Schubert e la Serenata n. 2 di Brahms mostrano, nell’intelligente lettura dell’Orchestra Filarmonica di Torino, il loro volto autentico e lontano da facili stereotipi e soluzioni scontate

Torino, 24 settembre 2021 - Le composizioni per piccoli organici orchestrali, o comunque ridotti rispetto alla formazione standard ottocentesca, rappresentano ardue scalate. Nella trama sottile delle voci un’entrata in ritardo, un accordo poco amalgamato, una sfumatura dinamica troppo brusca provocano nella platea la percezione immediata dell’incoerenza rispetto all’esecuzione ideale, soprattutto quando le pagine sono molto note.

Nulla di tutto questo per fortuna accade quando è di scena l’Orchestra Filarmonica di Torino, abituata da sempre, sotto l’abile guida del suo storico direttore Giampaolo Pretto, ad affrontare questo repertorio. Gli strumentisti si conoscono a memoria e danno l’impressione di divertirsi suonando, creando una naturale empatia col pubblico.

Il concerto in Conservatorio per la rassegna MiTo Settembre Musica si è aperto in realtà con un’incursione nel contemporaneo. Il breve pezzo per archi Farewell to Stromness di Peter Maxwell Davies (1934-2016) è una versione dall’originale pianistico incluso nella raccolta The Yellow Cake Revue del 1980. Lo scopo impegnato di questa musica, nata come protesta contro il progetto di aprire una miniera di uranio nelle Isole Orcadi, all’epoca dimora dell’autore nella cittadina appunto di Stromness, pare dimenticato nel breve interludio, sognante e delicata lullaby priva di qualsivoglia vis polemica o sarcastica. L’ovattata melodia infinita è resa con maestria attenta ai differenti piani sonori che in modo impercettibile si intersecano nella raffinata scrittura di Maxwell Davies.

La Sinfonia n. 5 in si bemolle maggiore D 485 (1816) di Franz Schubert (1797-1828) è, nel catalogo del grande compositore, quella certo più rivolta al Settecento, non solo nel ristretto numero di esecutori (legni a 2 senza clarinetti, una coppia di corni e archi) ma anche nell’incedere leggiadro che tuttavia non esclude momentanee, gustose increspature. La concertazione di Pretto è brillante, concitata il giusto senza perdere mai di vista l’equilibrio fondamentale tra le varie sezioni. E’ possibile accorgersene già alla terza battuta: l’ingresso dei violini con la loro rapida scala discendente è perfettamente calibrato, non sovrasta l’accordo tenuto di flauti, oboi e fagotti e non ne è a sua volta fagocitato. E’ ciò che deve essere: il fiorire spontaneo di un discorso in un’atmosfera di miracolosa sospensione. Molti altri sono i dettagli cesellati dalla bacchetta di Pretto: le veloci quartine di crome all’unisono che introducono la breve stretta ancora del primo movimento, il respiro disteso dei legni sulle rapide figurazioni di violini secondi e viole nella parte centrale dell’Andante con moto, la cura del fraseggio nel Minuetto in sol minore dove la drammaticità dell’archetipo mozartiano della sinfonia K 550 abbraccia la sorridente bonarietà del Trio, il vortice luminoso dell’Allegro vivace conclusivo dal dialogo concitato tra le parti capace di inverarsi nel supremo cesello di un virtuosismo senza affanni.

Altrettanto si può dire dell’altro pezzo forte in programma. Gli oltre quarant’anni che separano la sinfonia schubertiana dal 1859, anno in cui viene alla luce la Serenata n. 2 in la maggiore op. 16 di Johannes Brahms (1833-1897), si avvertono tutti nel passaggio da un romanticismo ancora alle porte al fuoco di un’epoca che aveva già sperimentato i bagliori wagneriani.

Eppure mai come in quest’opera, così diversa pure dalla muscolosa Serenata n. 1, Brahms sembra rivolgersi al passato, a una mitica età aurea avulsa dai tormenti del coevo Concerto in re minore per pianoforte, creando un’aura di leggenda nel segno della ‘Tenerezza’ impressa a sottotitolo della serata, introdotta dalle pregnanti parole di Enrico Correggia. L’assenza dei violini contribuisce a rendere l’impasto sonoro quasi brumoso, una cifra nordica e nostalgica allo stesso tempo. La maggiore densità del tessuto orchestrale brahmsiano richiede un notevole impegno in particolare nei fiati, avvertibile in talune ruvidezze timbriche nei passi più complessi dei movimenti rapidi. Sono peccati veniali, in grado semmai di far emergere con sincerità la vena popolaresca, pur mediata da un altissimo magistero strumentale, che percorre da cima a fondo la serenata chiusa tra applausi calorosissimi dal trascinante Rondò rinforzato dagli acuti dell’ottavino.


 

 

 
 
 

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