L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Alla foce del fiume

di Antonino Trotta

La Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Chailly chiude l’edizione 2021 di MITO SettembreMusica con un’ottima esecuzione delle sinfonie n.4 di Mendelssohn e Schumann. 

Torino, 26 settembre 2021 – Guardando all’evoluzione del genere sinfonico come a un corso d’acqua che dalla prima metà del Settecento in poi si fa pieno di rapide è quasi spontaneo individuare in Beethoven, e in particolare nella mitica Nona, la foce a delta di questo fiume dalla così ampia portata. Se infatti Haydn, Mozart e Beethoven, pur nella smisurata importanza dei loro contributi, avevano impresso alla sinfonia una spinta che la instradava lungo una traiettoria abbastanza lineare, dopo l’avvento del genio di Bonn i romantici si mossero spesso in direzioni diverse l’una dall’altra. Si prendano a esempio la Quarta Sinfonia in la maggiore op. 90 “Italiana” di Mendelssohn e la Quarta Sinfonia in re minore op. 120 di Schumann, in programma nel concerto affidato alla Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Chailly che chiude l’edizione 2021 di MITO SettembreMusica: le separano una manciata di anni e un abisso. 

Perfetta nella struttura matematicamente esatta la prima, ancora animata da uno spirito popolar-danzereccio a cui la franchezza di scrittura dona immediata godibilità; più insofferente alla forma la seconda, tesa com’è nella ricerca ostinate di un discorso unitario di cui la sutura fra i movimenti e l’utilizzo di un immutato impianto tonale – i movimenti sono tutti in re, maggiore o minore – sono solo la punta dell’iceberg, le Quarte di Mendelssohn e Schumann rappresentano due modi nettamente differenti di intendere e sviluppare la sinfonia nell’Ottocento. L’unico punto di tangenza fra le due, in pieno spirito romantico, è forse solo l’insoddisfazione che attanagliava le menti genitrici: né Mendelssohn né Schumann si dimostrarono pienamente soddisfatti del proprio lavoro, tant’è che entrambe subirono diversi e mai definitivi rimaneggiamenti – nel caso di Schumann, anche a opera di altri colleghi – e i compositori ne procrastinarono la pubblicazione fino alla morte. Dell’Italiana di Mendelssohn, ad esempio, esistono due versioni: a quella canonica e normalmente eseguita, ossia la versione originale che debuttò a Londra nel 1833, Chailly preferisce la revisione del 1834, caratterizzata da alcune novità negli ultimi tre movimenti, novità che inizialmente entusiasmarono ma alla fine mai convinsero del tutto l’autore, anche a seguito di feedback negativi ricevuti da collaboratori e amici fidati. 

Sul palco dell’Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto la Filarmonica della Scala si presenta in forma straordinaria: l’infallibilità della tecnica, la preziosità dello smalto, la qualità eccelsa del suono prodotto potrebbero tranquillamente scomodare paragoni con Wiener o Berliner. L’affiatamento col podio di Riccardo Chailly è poi tale da permettere una lettura della Quarta di Mendelssohn assolutamente gagliarda, brillantissima sotto il profilo strettamente ritmico – anche l’Andante con moto e il Con moto moderato centrali procedono piuttosto spediti, senza poi parlare del Presto finale che è letteralmente travolgente –, ricca a dismisura sul piano di colori e dinamiche. Ciò che più colpisce della concertazione di Chailly, ammessi anche i dubbi che la scelta della versione potrebbe destare – soprattutto ascoltando il Saltarello finale, venato da filigrane più inquiete, si ha come l’impressione che sotto la “vecchia” impalcatura della sinfonia sobbolla qualcosa che però non riesce a venir fuori –, è l’idea, visibile in ciascuno dei quattro movimenti, di fare degli archi e dei loro vorticosi cromatismi il traino della sinfonia, il binario lungo cui pattinare sbalzando all’occorrenza ora gli ottoni, ora i fiati, ora i timpani: è l’esaltazione pura del ritmo come motore della musica, è Mendelssohn che fa propria la lezione beethoveniana. 

La Quarta di Schumann – nella revisione di Mahler – impone un netto cambio di registro: se da un lato la Filarmonica conserva inalterati la pulizia e lo sfolgorio delle sezioni, dall’altro gli strumenti sembrano ora legarsi in un amalgama più omogenea e compatta, in un fiotto sonoro più caldo e avvolgente. Chailly dirige Schumann con un respiro ampio, fraseggio ispirato, alternando a momenti di slancio drammatico e passionale privi di retorica – l’impetuoso Scherzo, ad esempio – a passaggi di leggerezza quasi cameristica – la sezione del Trio nello Scherzo o la Romanza – che mettono in luce la maestria dei professori d’orchestra – eccellente l’arabesco di terzine che impegna la spalla nel secondo movimento –. Animato da profondi contrasti, diviso tra zone d’ombra cupissime e squarci di luce abbaglianti che si riflettono anche sul tessuto agogico della concertazione, l’ultimo movimento (Langsam-Lebhaft) vede nel complesso l’affermazione di toni trionfalistici, talvolta marziali, che a tratti ricordano l’eroico finale della Quinta di Beethoven.

Gli applausi incessanti del Lingotto festeggiano l’emozionante chiusura di MITO SettembreMusica 2021.   


 

 

 
 
 

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