L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Gloria all’Egitto

di Stefano Ceccarelli

La stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma, al Circo Massimo, si apre con l’Aida di Giuseppe Verdi nell’allestimento di Davide Livermore, che ha già avuto il suo battesimo al Costanzi nel 2023. Sul podio Daniele Callegari che dirige un cast tutto sommato diseguale per doti e resa: Elena Stikhina (Aida), Angela Meade (al suo debutto in Amneris), Ivan Magrì (Radamès), Ernesto Petti (Amonasro) e Alex Esposito (Ramfis). Il pubblico sembra complessivamente contento di questa prima.  

ROMA, 12 luglio 2026 – Immaginate un’afosa, un’insostenibilmente afosa serata romana di metà luglio. Il pubblico si avvicina lentamente al Circo Massimo, percorrendo la sua imponente arena fino agli spalti allestiti per ospitare le migliaia di spettatori pronti a questa nuova prima nella stagione del Teatro dell’Opera di Roma, la prima del calendario estivo, Aida di Giuseppe Verdi, titolo quanto mai popolare. Immaginate, anche, un continuo andirivieni di macchine, strombazzare di clacson, rombi di moto e penetranti sirene di ambulanze: questo è il paesaggio sonoro in cui questa Aida è andata in scena. Un’Aida che, in realtà, molti spettatori avranno ricordato bene, perché è una ripresa di un allestimento del 2023 pensato per il palcoscenico del Costanzi (leggi la recensione). Devo dire, francamente, che quest’allestimento di Davide Livermore, il quale cura regia e movimenti coreografici, mentre scene e costumi sono a firma, rispettivamente, dello studio Giò Forma e di Gianluca Falaschi, non è invecchiata bene. Rileggendo quanto da me scritto in quell’occasione, il giudizio sull’allestimento era abbastanza positivo, mentre l’ho trovato meno entusiasmante in questa ripresa en plein air, vuoi per la dimensione e natura del palco allestito al Circo Massimo, vuoi per le scelte di Livermore che paiono, appunto, invecchiate male.

La difficoltà principale di Livermore con la mise en scène di questa Aida è certamente la quantità di maestranze e comparse a disposizione: tranne il coro del Teatro dell’Opera di Roma, peraltro poco sfruttato e non certo in maniera dinamica, Livermore si avvale di un corpo di ballo femminile che, per quanto talentuoso, è esiguo e dell’aggiunta di poche altre comparse, cioè i soldati reali. Il problema principale, dunque, è quello di ‘riempire’ il palcoscenico, soprattutto nei primi due atti, quelli certamente più monumentali. Le scene dello studio Giò Forma, che presentano come elemento catalizzatore di attenzione un imponente cubo a schermo LED, grazie al quale viene caratterizzata di volta in volta la scena, mi sembravano molto più d’effetto nel palcoscenico del Costanzi. L’idea di un solido geometrico che troneggia al centro del palco non è una novità: si richiami alla memoria almeno il Macbeth di Vick alla Scala. Lo studio Forma ripropone le animazioni progettate nel 2023, certamente invecchiate, le quali, però, piacciono ancora per quanto riguarda le fantasie dorate sui geroglifici ed i bassorilievi, di cui abbondano le vestigia egizie, ma risultano terribilmente naïf quando vi sono le animazioni con le spire di serpente o le figure umane, che svaniscono nella sabbia: si tenga sempre in considerazione che i grafici hanno avuto a disposizione un’intera cultura figurale come quella egizia. Ora, in questa ripresa al Circo Massimo, si aggiunge anche l’espediente dei due maxischermi laterali, i quali, oltre a fornire al pubblico i sottotitoli, rileggono l’intera regia come un omaggio al cinema muto, non mancando, però, di inquadrare tutti quegli elementi strutturali a vista che rendono l’esperienza straniante. Insomma, le scene risultano spoglie: l’attenzione è catalizzata dal monumentale, cubico LED, circondato da qualche duna, dietro il quale si apre un fondale illuminato, a seconda della scena, che può essere più o meno ‘ridotta’ da due blocchi laterali e dall’uso di un velatino. Una scenografia così neutra si giova, fortunatamente, dell’unico elemento ‘invecchiato’ bene di questa produzione: gli splendidi e ricchi costumi di Gianluca Falaschi, opulenti e vari, di gusto forse più ‘assireggiante’ (come nel caso del Faraone e di Ramfis), basati sul contrasto fra nero ed oro. Dai costumi si comprende quale sia l’idea ‘visiva’ generale di Livermore: non tanto un’Aida che riproduca il solito Egitto dell’immaginario occidentale, ma un Egitto che alluda più alle sue rappresentazioni, che alla realtà archeologica delle sue rovine. Insomma, Livermore immagina un’Aida con personaggi da cinema muto (dacché si giustifica, come ho già ricordato, l’espediente dei maxischermi), non esente da un’estetica kitsch, riprendendo la medesima idea da lui stesso impiegata nella regia del rossiniano Ciro in Babilonia per il Rossini Opera Festival (2012); questo immaginario visivo non mi pare nemmeno esente da un certo ammiccamento ad un Egitto da casinò, da varietà (come il costume di Amneris): si pensi al Luxor di Las Vegas, che tanto ha segnato l’immaginario della contemporaneità. Devo ammettere che, nel complesso, la regia di Livermore mi pare ora molto meno efficace che in passato, anche considerando che si sarebbe potuto lavorare su quelle che già all’epoca non potevano che apparire come patenti assurdità, come la danza maori del coro femminile nel I atto, o il momento in cui Amneris dovrebbe consegnare il «vessillo glorioso» o il «serto trionfale» a Radames e, sul palco, non gli dà in mano nulla. Ma il vulnus più scoperto di questa regia continua ad essere l’assenza della marcia trionfale. Livermore, infatti, non prevede azione scenica durante la marcia, ma solamente i suonatori di trombe ‘egizie’ che eseguono la loro parte sul palco. Un’occasione mancata a tutti gli effetti, senza se e senza ma. Soluzioni alternative si sarebbero potute trovare tranquillamente. Si potrebbe anche solo citare l’Aida messa in scena da Zeffirelli a Busseto nel 2001. Il teatro era piccolo, ma Zeffirelli escogitò qualcosa di geniale: fece proiettare le ombre dei soldati in trionfo nel fondo della scena, con Aida affacciata, come se stesse guardando dall’alto gli egizi sfilare. Insomma: una soluzione c’è sempre. In questo caso – solo per fare un esempio – ci si sarebbe potuti servire del LED, proiettandovi qualcosa di meglio che le immagini naïf di cui sopra. Comunque, momenti piacevoli di questa regia emergono nettamente ancora: basti citare scene come l’investitura di Radames nel tempio di Vulcano, o il giudizio dello stesso, mentre Amneris si dispera; ma, pure, l’uso di una struttura (che occhieggia ad un Egitto alla Stargate) che fa troneggiare in scena il Faraone in tutta la sua regalità. Ma la scena più bella è quella finale. Livermore, con un vero coup de théâtre, immagina Radames, sepolto vivo, che non incontra fisicamente Aida: ciò che gli appare è un fantasma, una visione. Tutto il duetto è cantato fra Radames steso a terra e Aida indietro, con una candela in mano. Che sia un fantasma, peraltro, lo si comprende quando, una volta morto, Radames si rialza, trasfigurato anche lui in spirito, con il LED che illumina gli interpreti lasciandone visibili solo le sagome.

La direzione di Daniele Callegari si distingue, complessivamente, per ordine e una certa pulizia, ma è spesso sbilanciata nell’agogica. Ha, infatti, la tendenza a tirar via alcuni momenti di effusione lirica (il caso più eclatante è stato, proprio all’inizio, la romanza del tenore, «Celeste Aida»), accelerando senza conferire adeguato spazio al sentimento ed al colore; di rimando, è molto efficace ad infondere energia e movimento ai momenti che necessitano di polso, come le imponenti scene corali (basterebbe citare «Su! Del Nilo al sacro lido» e «Gloria all’Egitto, ad Iside»). Più in generale, non si andrebbe lontano dal vero nell’affermare che Callegari ha un gusto d’antan, che esprime coerentemente nel corso della serata. Non è semplicissimo giudicare, in questo caso, il lavoro dell’orchestra, giacché l’impianto di amplificazione è sempre problematico in questi casi: complessivamente la serata è parsa buona, anche se il preludio I è stato particolarmente sfortunato per vistosi problemi di intonazione della compagine degli archi – oltre che per il caos sonoro (rombi di moto, clacson, sirene e chi più ne ha più ne metta…) che ha gentilmente fornito l’utenza stradale romana. Benché poco valorizzato dal sistema di microfoni (non era perfettamente udibile nelle file più alte), il coro dà l’ennesima prova dell’ottimo lavoro che sta facendo in questi anni sotto la guida di Ciro Visco: il pubblico avrà certamente apprezzato i celebri cori, che fanno gran parte del colore in Aida.

   Il cast vocale non può che essere giudicato, globalmente, diseguale negli esiti. Fra i meriti di Elena Stikhina, che affronta il ruolo del titolo, c’è quello di avere una voce tersa, uniforme, ricca di armonici. La chiarezza cristallina della voce di Stikhina, coniugata ad un volume non trascurabile, la rendono, almeno sulla carta, ottima per questo ruolo. Eppure, qualcosa non va: l’interpretazione è piatta, il fraseggio monocorde, scarse le variazioni (eppure Stikhina palesa, per esempio, filati ragguardevoli), eccetto, forse, qualche raro momento di afflato lirico (come il finale della romanza del I atto, «Ritorna vincitor!»), come pure gli slanci nei due duetti consecutivi, con Amonasro e Radames, nel III atto. Anche l’ultimo, celebre duetto nel IV poco aggiunge in tal senso. Radamès è interpretato da Ivan Magrì. Dotato di una voce che guarda timbricamente al passato, Magrì vanta certamente solidi acuti (benché non tutti rotondi) ma una tessitura medio-bassa meno incisiva. La sua performance, almeno all’inizio, avrebbe fatto presagire nulla più che una routine, peraltro nemmeno entusiasmante, vista una «Celeste Aida» inspiegabilmente tirata via, un’occasione mancata non solo sul piano della direzione ma anche su quello vocale e interpretativo (si pensi, solo, allo sforzato si bemolle finale, che in partitura è segnato pp e in morendo). Eppure, nel III e IV atto il cantante si riprende, inanellando tre duetti del tutto ragguardevoli, per energia e fraseggio – non tutto è di qualità, ma apprezzabilissimo è lo slancio con cui l’interprete affronta la sua parte. La vera protagonista della serata, come testimonia l’ovazione finale del pubblico, è Angela Meade, e questo per più ragioni: dopo aver interpretato il ruolo del titolo, infatti, la Meade debutta proprio in questa produzione come Amneris. Un debutto indimenticabile, peraltro, soprattutto perché la cantante, un soprano drammatico nota per la sua voce stentorea, monumentale, nerboruta, canta ora con perfetta impostazione da mezzo, scurendo dove deve, senza perdere smalto e squillo. La duttilità del mezzo vocale della Meade emerge in tutta la sua brillantezza nel duetto con Aida del II, ricchissimo in chiaroscuro, ma in maniera indelebile nella sequenza che al duetto con Radamès del IV fa seguire la scena del giudizio con i sacerdoti. Se nel duetto la Meade trova note centrate, penetranti, soprattutto nella tessitura bassa, è nella scena del giudizio di Radamès, con la celebre triplice maledizione ai sacerdoti, «tigri infami di sangue assetate», che l’Amneris della Meade si consacra come la migliore interpretazione della serata, strappando un sonoro applauso. Ernesto Petti presenta certamente un buon Amonasro, vocalmente centrato, come palesa nel duetto con Aida, il momento per lui migliore della serata; una voce, quella di Petti, che sì staziona nella tessitura baritonale, ma con una certa chiarezza timbrica, il che gli permetterebbe, senza molto sforzo, anche ruoli baritenorili. Dulcis in fundo il Ramfis di Alex Esposito. Cantante di rara intelligenza scenica, come pure di gusto non comune, Esposito fa praticamente sempre bene: il suo Ramfis si lascia apprezzare per la limpidezza morbidamente vibrata della sua voce, per il legato ed il fraseggio (si pensi alla scena d’apertura dell’atto III o a quella del giudizio nel IV), ma non siamo davanti ad una vocalità classica per questo ruolo – il che, comunque, non impedisce ad Esposito di risolvere, appunto, con gusto e competenza. I comprimari si difendono abbastanza bene. Adriano Gramigni è un faraone sonoro e centrato; Veronica Marini si lascia apprezzare nella preghiera a Fthà per la chiarezza della linea vocale; buono anche il Messaggero di Andrea Schifaudo. Il pubblico, alla fine, sembra abbastanza contento, applaudendo direttore e cast, ma la Meade ha sicuramente conquistato il cuore degli spettatori.

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