L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

Ahinoa Arteta

Il volto di Manon

 di Luigi Raso

Il primo capolavoro pucciniano torna a Napoli in una lettura scenica intelligente e toccante di Davide Livermore. Struggente, intensa e passionale l'ottima concertazione di Daniel Oren, alla guida di un cast di livello e di complessi sancarliani in stato di grazia.

NAPOLI, 20 giugno 2017 - “Massenet lo sente da francese, con la cipria e i minuetti; io lo sento da italiano, con passione disperata”. Questa la risposta data da Giacomo Puccini quando gli si fece presente il rischio di confrontarsi con il soggetto di Manon dell’abate Prévost, già messo in musica nel 1884, e con grande successo, da Jules Massenet. “Passione disperata”, questa la cifra identificativa dell’opera pucciniana, prima autentica affermazione del compositore lucchese.

Manon Lescaut torna al San Carlo di Napoli dopo ben ventitré anni d’assenza, con un allestimento coprodotto tra il Massimo partenopeo, il Teatro Liceu di Barcellona e il Palau de las Arts de Valencia, firmato da Davide Livermore per la regia, che è connotata da un’impronta cinematografica e traspone l'opera dal XVIII secolo al 1892. In questo stesso anno, infatti, Puccini componeva la sua opera e a New York veniva aperta Ellis Island, l’isolotto sul quale venivano accolti, identificati e visitati i migranti che provenivano dall’Europa (in un tempo non troppo lontano eravamo noi europei a emigrare).

La narrazione inizia, però, con una scena inserita dal regista, ambientata nel 1954, anno della chiusura definitiva di Ellis Island: in un breve dialogo in inglese l’ottantenne Des Grieux, tornato a New York, chiede a un poliziotto di poter rimanere in silenzio nella sala della Registry Room per poter rievocare la sfortunata storia d’amore e di migrazione vissuta tanti anni prima. L’opera incomincia, e con un’analessi l'amante di Manon viene catapultato nel 1892.

L’anziano cavaliere, interpretato dall’attore Lello Serao, non uscirà di scena, ma vi resterà presente costituendo una sorta di “doppio” del coprotagonista maschile, guidandolo e rivivendo sul proprio volto il dramma vissuto in gioventù; una presenza comunque sempre discreta, che silenziosamente ben si fonde con la rappresentazione.

I ricordi di Des Grieux si muovono su un impianto scenico fisso, imperniato sulla architettura della Registry Room di Ellis Island, la quale, attraverso suggestive proiezioni di volti di migranti, di un nudo femminile e della Statua della Liberà, fa da sfondo dell’incontro e della successiva fuga dei due amanti, al lussuoso boudoir di Manon, messo in scena come una casa di piacere d’alto bordo di fine ‘800, al carcere avvolto dalle nebbie di Le Havre del terzo atto e, infine, a una squallida corsia di un’infermeria, perfettamente evocativa dell’abisso di solitudine dell’anima nel quale Manon è caduta.

Una regia che assolve al compito al quale ogni rilettura operistica dovrebbe tendere: far pensare, interrogarsi e interrogarci.

La storia di Manon è, infatti, quella di un’emarginata, di una inerme migrante, di una che non ce l’ha fatta e non ha raggiunto il suo sogno; l'immagine finale di Des Grieux ottantenne che attacca la foto della sua amata perduta su una scarna e consunta parete e il successivo riaffiorare sulla stessa di visi di migranti è di quelle che si imprimono nella memoria dello spettatore.

Il merito della regia “innovativa”, ma sempre rispettosa dello spirito dell’opera è da condividere con i variopinti, colorati ed eleganti costumi di Giusi Giustino, le scene, mutevoli pur nella fissità nell’impianto architettonico, di Giò Forma e dello stessa regista, le luci e le suggestive proiezioni di D - WOK.

Alla buona riuscita della realizzazione scenica si abbina un’ottima resa musicale che vede nel direttore Daniel Oren, beniamino del pubblico sancarliano, il suo mattatore assoluto: la sua è una lettura figlia di quella “passione disperata” che innerva ogni battuta dell’opera pucciniana, una direzione a tratti travolgente, languida, dolente, seducente come Manon, perennemente appassionata. Alla rievocazione del madrigale e del minuetto del secondo atto segue un duetto d’amore carnale, travolgente come raramente s’ascolta in teatro, per poi giungere a un intermezzo intenso, meditato, dal colore orchestrale cupo, precursore del dramma finale. L’attacco, dolce e sommesso come una carezza consolatoria, del secondo tema introdotto dagli archi è di grande intensità, di quelli che non si dimenticano facilmente; attraverso una narrazione a tratti spasmodica, lacerata, si perviene all’esplosione amorosa, al viscerale attaccamento alla vita.

Al termine dell’esecuzione dell’intermezzo il pubblico chiede insistentemente il bis, generosamente concesso dal direttore israeliano e dall’orchestra del San Carlo, compagine in serata di grazia: pronta a rispondere a tutte le sollecitazioni (immediatamente udibili e visibili dal pubblico in sala) del direttore, prodiga di nuances, di suoni sempre puliti e rotondi, con archi intensi e ottoni dal suono robusto e ben amalgamato, percussioni sempre precise. Senza dubbio una delle miglior prove del complesso, la quale abitualmente si attesta a livelli di duttilità e professionalità tra i più alti in Italia.

Ottima la prova del coro guidato da Marco Faelli: perfetta la coesione con l’orchestra e con le intenzioni del direttore.

Il ruolo della protagonista è sostenuto da Ainhoa Arteta, la quale, sfoggia voce corposa, robusta, dal bel colore brunito, omogenea, generosa ma priva di eccessi. Il soprano spagnolo, aiutata da una presenza scenica raffinata e avvenente, disegna una Manon timida, civettuola, seducente e disperatamente innamorata. Di grande intensità la struggente “In quelle trine morbide”, così come la lugubre “Sola... perduta... abbandonata”: il pubblico le riserva calorosissimi e meritatissimi applausi.

Murat Karahan è un baldanzoso e giovane Des Grieux: voce dall’ampio volume, squillante, acuti ben tenuti, colore da tenore lirico drammatico di grande suggestione; l’aria “Pazzo son, guardate!” gli consente di mettere in mostra i notevoli mezzi, specie ai vertici del pentagramma, e al termine il pubblico gli tributa un convinto successo.

Alessandro Luongo, grazie a un canto timbrato, dal bel colore e alle notevoli doti d’attore, riesce a rendere simpatico anche un personaggio meschino qual è Lescaut.

Convince l’Edmondo di Francesco Marsiglia, dalla vocalità elegante e dal timbro gradevole; degni di lode i ruoli del Musico, interpretato da Clarissa Leonardi e del Geronte, vestito da Gianvito Ribba, del Maestro di ballo dalla presenza scenica particolarmente curata di Cristiano Olivieri.

Al termine il pubblico riserva applausi per tutti, in particolare per la coppia dei protagonisti, Arteta e Karahan, e un’ovazione per Daniel Oren, direttore da sempre amato all’ombra del Vesuvio e salutato con grande calore e sincere manifestazioni d’affetto a ogni apparire sul podio del San Carlo.

foto Laura Ferrari di entrambe le compagnie alternatesi al San Carlo (Ainhoa Arteta/ Murat Karahan o Maria José Siri/ Roerto Aronica come protagonisti)