L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Aspettando la vera emozione

 di Luigi Raso

Alla prova generale aperta al pubblico, il capolavoro di Puccini fatica a emozionare in un allestimento ipertradizionale, con una concertazione professionale ma priva di trasporto e un cast (Mosuc, Pisapia, Rossi, Nizzardo) poco convincente in quest'occasione.  

Napoli, 10 gennaio 2018 - Lo scorso dicembre la stagione lirica 2017 - 2018 del San Carlo è stata inaugurata all’insegna di Puccini da un’interessante edizione della Fanciulla del West (leggi la recensione); l’attività operistica riprende, dopo la parentesi natalizia de Lo schiaccianoci, con La bohème proposta (dall’11 al 16 gennaio) in sei spettacoli, tutti fuori abbonamento, nell’allestimento firmato da Mario Pontiggia e proveniente dal Teatro Massimo di Palermo.

L’opera di Puccini, che per la bellezza della musica e il fascino esercitato dal tema di fondo, l’elegiaco addio alla giovinezza, è ormai entrata nel repertorio stabile del teatro partenopeo, essendo stata riproposta con cadenza quasi annuale negli ultimi anni, seppur con diversi allestimenti. Nello specifico, questo è uno spettacolo all’insegna della tradizione, benché la vicenda sia posposta all’epoca della composizione della Bohème (tra il 1893 e il 1895): ne sono testimonianza i riferimenti all’Art Noveau presenti nelle eleganti scene di Francesco Zito che cura anche i costumi. E così la squallida soffitta del Quadro primo appare più simile a una Gare parigina in ferro e vetro che a un abbaino con comignolo nelle adiacenze di un’immaginaria Rue Saint-Séverin nel Quartiere Latino della capitale francese. Il caffè Momus, al centro dell’affollato Quadro secondo, è raffigurato come una sorta di cassa armonica chiusa, con raffinate rifiniture floreali sulle vetrate, sormontata da pensilina a conchiglia e con tanto di carretto siciliano che si aggira nella fredde stradine di una Vigilia di Natale parigina. La scenografia del Quadro terzo riesce a trasmettere la sensazione di gelo, magistralmente evocato in musica dalle celebri quinte vuote che dipingono una gelida e innevata mattinata invernale alla Barriera d'Enfer; si ritornerà, nell’ultimo Quadro, nella soffitta che accoglierà Mimì ormai consumata dalla tisi.

La regia di Mario Pontiggia non propone idee innovative memorabili, a eccezione dell’ingresso (un ritorno - certamente non gradito - con la solita richiesta della pigione) di Benoît  nel bel mezzo delle grottesche danze improvvisate dai quattro amici, proprio negli ultimi istanti di ilarità dell’opera, in quell’ultimo sprazzo di  una spensierata giovinezza che di lì a poco sarà spazzata via definitivamente.

La direzione musicale è affidata a Stefano Ranzani il quale confeziona uno spettacolo dignitoso, privo di sbavature, ma alquanto anonimo. Si avverte la sensazione che la concertazione proceda correttamente, che palcoscenico e buca orchestrale siano coordinati; ma ciò che latita è il guizzo, e, cosa non secondaria in un’opera come La bohème, la capacità di emozionare, di trasportare lo spettatore sulla scena. L’orchestra è in buona forma, precisa, dal suono tondo e curato, ma non emergono le preziosità strumentali e armoniche della quali è disseminata la partitura; non si avverte, così, quel brivido che dovrebbero produrre alcune introduzioni orchestrali (ad esempio, quella che precede il "Sono andati? Fingevo di dormire..."), o la malinconia della coda strumentale di "O Mimì tu più non torni".  Degno di nota, comunque, il violino di spalla dell’orchestra, Gabriele Pieranunzi, per i suoi assoli.

Anche il coro appare uniformato al generale senso di professionismo; più spigliato invece il quello delle voci bianche.

Prima di soffermarci sull’aspetto vocale di questa rappresentazione, dovere di cronaca e onestà intellettuale impongono di precisare che la presente recensione si riferisce alla prova generale (aperta al pubblico) del secondo cast; la prestazione degli interpreti, pertanto, potrebbe aver risentito della natura pur sempre di “prova” della rappresentazione, nonché della volontà di “conservare la voce” nelle migliori condizioni in vista delle rappresentazioni vere e proprie.

Ciò premesso, il sestetto dei protagonisti non è di quelli che si imporranno nella memoria dell’ascoltatore.

La Mimì di Elena Mosuc ha una vocalità non più fresca: troppe note sfuocate nel registro basso, una linea di canto affaticata, eccessivamente frastagliata, priva di legati sostenuti correttamente. Si scorge a tratti la vocalità pastosa di qualche anno addietro e si apprezza lo sforzo interpretativo che tende a delineare una Mimì appassionata, anche se dal sapore d’antan (ad esempio, il portamento con acciaccatura nell’incipit di "Sì. Mi chiamano Mimì").

Discorso analogo per il Rodolfo di Massimiliano Pisapia, il quale dimostra eccessiva difficoltà nel legare i suoni e nell’appoggio sul fiato. Un Rodolfo stentoreo, poco lirico e sfumato, quello delineato dal tenore torinese; non manca lo squillo del registro acuto, però a latitare è il poeta innamorato della vita e di Mimì.

Gladys Rossi è una Musetta dalla voce priva di armonici, prosciugata e dall’esiguo volume, ma scenicamente appropriata nel suo meraviglioso valzer.

Il Marcello di Vincenzo Nizzardo  ha voce di bel colore ma di espansione limitata e in fase di maturazione; lo stile è asciutto e la linea di canto ben misurata; lo Schaunard di Alessio Verna ha timbro gradevole e baldanza scenica che gli consentono di delineare credibilmente il simpatico musicista squattrinato.

Laurence Meikle veste e i panni del filosofo Colline: la sua "Vecchia zimarra", purtroppo, emoziona davvero poco, priva com'è di sfumature e di partecipazione.

Professionali Matteo Ferrara e Stefano Pisani, rispettivamente nelle parti di Benoît/Alcindoro e Parpignol.

In conclusione un’edizione, apprezzata dal pubblico della prova generale, sicuramente non memorabile del capolavoro pucciniano, ma che può costituire per molti l’occasione per avvicinarsi al magico mondo dell’opera. Non è mai troppo tardi!