L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Verdi, ironia con grazia

di Francesco Lora

Mugugni per l'Ernani al Teatro alla Scala. Ma la regìa di Bechtolf rivela sapida ironia, la concertazione di Fischer denota vigile studio e la compagnia di canto vanta, tra le altre, le prove magistrali di Meli e Pertusi.

MILANO, 22 ottobre 2018  Tutti a prendersela col nuovo allestimento dell'Ernani di Verdi al Teatro alla Scala. Un allestimento che però, terminate le otto recite dal 29 settembre al 25 ottobre, paga una colpa su tutte: quella di non corrispondere appieno, nel tempio dei templi verdiani, all'idea che il pubblico ha dell'opera, quandanche essa stia ormai ai margini del repertorio corrente, più mitizzata che davvero conosciuta. Mugugni sulla regìa di Sven-Eric Bechtolf, additata come provocazione alla tedesca mentre rischia di essere lesatto contrario: chi bazzichi Zurigo, Vienna e Salisburgo, sue prime case teatrali, sa quanto Bechtolf sappia agire nel rispetto di parole e musica, cogliendo il sapido punto di reazione tra tradizione e critica del testo. Con scene di Julian Crouch e costumi di Kevin Pollard, qui si ricorre all'espediente del teatro nel teatro; trito, se non fosse che funziona poi a pennello: per esempio, nel mostrare al pubblico dei nostri giorni una tragedia di ambientazione rinascimentale, filtrata però attraverso la vita di un palcoscenico di metà Ottocento - ballerine di galop comprese - ossia attraverso la cultura e l'iconografia all'origine dell'Ernani stesso; per esempio, nell'approfittare degli interludi strumentali - in particolare all'inizio dell'atto III - onde illustrare il gioco dei fondali dipinti su più piani prospettici, e rammentarne così lantica e meravigliosa arte oggi soppiantata da scene quasi sempre costruite e praticabili; per esempio, infine, nellironizzare con grazia sui movimenti teatrali che soggiaciono dalle convenzioni musicali, come quando lo stuolo di dame venuto a far corteggio alla cabaletta di Elvira va e viene ritmicamente dalle porte sul fondo, secondo mera necessità corale. Ecco un Ernani abbastanza maturo da saper fare anche sorridere di sé; ma ciò implica che, per capirlo, occorra conoscere già bene lopera: ed è lì che i Soloni cascano.

Mugugni pure sulla concertazione di Ádám Fischer. La Scala sbaglia strategia quando pretende che con questo Ernani egli stia proseguendo «un percorso verdiano che lo ha portato a dirigere tra l'altro Otello al Metropolitan e Aida a Zurigo»: si tratta infatti di impegni scoordinati in una carriera perlopiù dedita al contesto mitteleuropeo. Altro è il punto: a fronte di un Verdi giovanile spesso maltrattato da bacchette di seconda mano, Fischer si prodiga invece in uno studio umile, attento, indefesso, utile a rivelare preziosità melodiche e strumentali, senza ostacolare il canto né assecondarne le pigrizie, e senza dissacrare con un solo taglio la partitura. Se il suo difetto consiste nel non essere Riccardo Muti - facile evocare l’asso senza averlo in mano - il problema è in chi ha orecchi e non vuole ascoltare: Orchestra e Coro della Scala si impongono come sempre stupendi per trabocco timbrico e autorità gestuale. Quanto al fantasma di Muti, Francesco Meli aveva studiato con lui la parte eponima: lo si percepisce tuttora nella forbitezza del fraseggio e nellispirata selezione dei colori, mentre materia vocale e bontà tecnica rimangono quelle franche e radiose di sempre. Più esile è la prova di Ailyn Perez come Elvira: le note ci sono tutte o quasi; ma si colgono nel suo lavoro la mancanza di una guida erudita, l'ancora scarsa disinvoltura retorica in una lingua non madre, uno stile datato adatto forse a New York ma non alla Scala. Via procedendo nelle recite, Don Carlo passa da Luca Salsi a Simone Piazzola, le floride risorse del quale paiono oggi attraversare un periodo di affiochimento; e Silva passa da Ildar Abdrazakov a Michele Pertusi, che è il solito miracolo di omogeneità timbrica, di ritrovata risonanza e di universalità attoriale, dalla scolpita dignità d'accento dell'uomo d'onore alla bava alla bocca dell'assetato di vendetta, passando per la commovente illusione dell'amore senile.


 

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