L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il dissoluto… punito?

 di Stefano Ceccarelli

Dopo diversi anni di assenza, Don Giovanni, probabilmente il capolavoro di Wolfgang Amadeus Mozart, su libretto del geniale e estroverso Lorenzo Da Ponte, torna al Teatro dell’Opera di Roma. La regia è affidata a Graham Vick, che conclude così la trilogia dapontiana per il massimo teatro romano. Una regia, quella di Vick, anticonvenzionale e enigmatica, a tratti estrema, e per questo osteggiata da una parte del pubblico.

ROMA, 3 ottobre 2019 – Graham Vick mette un punto sulla sua trilogia dapontiana a Roma con la regia più estrema ed enigmatica delle tre: dopo il Così fan tutte (leggi la recensione) e Le nozze di Figaro (leggi la recensione), l’inglese chiude il cerchio con la mise en scène del Don Giovanni, opera che al contrario della sua fama (e dire sfortunatamente) non gode di una costante presenza nel cartellone del Costanzi, dove mancava dal 2006.

La sua ricomparsa, dunque, e l’autorevole firma di Vick hanno messo tutti in notevole fibrillazione per la possibilità di gustare a Roma uno dei capolavori dell’arte lirica. Il molto pubblico accorso, però, ha trovato un Don Giovanni certamente diverso dalle sue aspettative. Quasi ogni sera, infatti, una buona fetta di pubblico ha ‘buato’ rumorosamente l’allestimento, almeno fin dal finale I, che come vedremo è un po’ il casus belli. Vick, rompendo in senso astratto e surrealista la trama così sanguignamente realistica dell’opera, ha effettivamente presentato una messinscena veramente singolare, non certo illogica né gratuita (come lo sono molte della ‘nuova scuola’), ma cerebrale e di aperta lettura, come testimonia il fatto che non ha lasciato note a supporto delle impressioni dello spettatore. Un’operazione del genere non può che disorientare: e, difatti, l’orgia alla fine dell’atto I ha scatenato le ire dei benpensanti. Ora proverò – se ci riesco – a dare una lettura del suo allestimento a partire da quell’orgia. Vick ha impiantato la trama del Don Giovanni su una scenografia del tutto surrealistica, che occhieggia a Magritte, se non erro: elementi come lo smoking di Don Giovanni e Leporello, come pure l’onnipresente nuvola, sono tipici dei quadri del belga. Un albero, poi, è al centro della scena e funge in vari modi nell’intreccio della trama: l’albero feticcio di Mondrian? Sempre speculando, si può pensare che Vick abbia fatto ruotare in questo mondo surrealista e simbolico una trama così carnale, creando una discrasia notevole fra il testo del libretto e la sua idea registica. Per esempio, nella scena d’apertura Don Giovanni e Donna Anna arrivano all’albero seminudi, evidentemente dopo un rapporto compiacente – Donna Anna, insomma, canta non seguendo l’atteggiamento del corpo, giacché dovrebbe essere stata quasi stuprata. Don Giovanni e Leporello, nel II atto, dovrebbero scambiarsi i vestiti, ma sono in realtà perfettamente riconoscibili perché sono abbigliati alla stessa maniera; solamente un ombrello nero ‘scherma’ Don Giovanni dall’essere riconosciuto nella scena con Masetto (un’altra reminiscenza maigrittiana?). Insomma, Vick pone un rompicapo di non facile soluzione allo spettatore, che ha a mio avviso due momenti essenziali, ovvero i due finali d’atto. Nel finale I, quando Don Giovanni accusa falsamente Leporello di aver attentato alla virtù di Zerlina, precisamente nella stretta finale, il palco si oscura, tutti si gettano a terra agitandosi, poi si rialzano e cominciano a mimare un’orgia, con una certa varietà e fantasia di pratiche. Naturalmente, il tema dell’abuso sessuale e del maschilismo dongiovanniano sono la causa prima dell’origine della scena, una sorta di fantasia del protagonista. Vick ha voluto ridurre lo spettro percettivo dello spettatore alla linea d’azione, morale e fisica, di Don Giovanni: un perenne stato d’eccitazione e un abuso continuo del gentil sesso. Non mi sono unito, quindi, ai cori di condanna dell’operato di Vick, né mi è parso abbia fatto male: si tratta, pasolinianamente, del diritto di scandalizzare e di essere scandalizzati. La chiave di lettura dell’intera regia risiede, però, nel finale II, dove Don Giovanni fronteggia il convitato di pietra (che in questo caso fuoriesce dal terreno, scavandosi da solo l’uscita). Un enorme braccio, una citazione di quello di Dio nella “Creazione di Adamo” della Sistina di Michelangelo, scende dalla torre scenica a puntare il dito contro Don Giovanni, ma lui, semplicemente, lo stacca. Con questa azione, comica in sé e semplice, Vick annulla totalmente l’effetto ‘didattico’ del finale: Don Giovanni non si redimerà mai, neanche se trascinato agli inferi dal fantasma del Commendatore. Dal surrealismo si passa a un realismo che oblia qualunque idealità. I ‘comprimari’ attorno alla vita di Don Giovanni commentano il suo trapasso divino, ma non si accorgono che lui è lì e lì rimarrà sempre. L’idea di Vick è originale e il finale è certamente un coup de théâtre, ma la resa registica del tutto a lungo andare stanca; la totale assenza di cambi di scena, la disorientate sovra-interpretazione della storia mettono in condizione di fruire poco alcuni elementi dell’opera originale. A questo giudizio si sottraggono, comunque, alcuni momenti e scelte singole esilaranti, come Donna Elvira abbigliata da suora (che stacca la pagina col suo nome dal famigerato catalogo…), il matrimonio di Zerlina e Masetto con tanto di foto al cellulare e così via.

Sul podio siede Jérémie Rhorer, noto per il suo approccio filologico nell’attenzione alla ricostruzione delle sonorità dell’epoca delle opere che dirige. Una direzione buona, la sua, che manca forse di un po’ di mordente in alcune scene e che potrebbe seguire meglio alcuni sviluppi del canto, ma comunque apprezzabile. L’orchestra, pure, dà una buona performance. Il cast dei cantanti è abbastanza buono a livello omogeneo, con delle punte di spessore. Il Leporello di Vito Priante è probabilmente il migliore della serata. Priante riesce a emettere una voce solida, squillante, ma malleabile, che gli consente di sfumare la linea di canto del servo, creando momenti indimenticabili, come la celebre ‘aria del catalogo’ («Madamina, il catalogo è questo»): il suo Leporello è il carattere meglio scontornato in scena. La Donna Elvira di Salome Jicia è vocalmente centrata e rotonda, ma pure lirica, quando deve; incarna, insomma, gli stati d’animo di una donna profondamente innamorata e instabile. La sua cavatina, «Ah! Chi mi dice mai», è cantata con piglio energico, come pure il resto della sua parte: il fatto che Vick l’abbia trasformata in una suora, poi, non fa che stuzzicare la fantasia dello spettatore, considerando che Elvira è totalmente schiava del fascino di Don Giovanni (un po’ come – nella versione di Vick e in qualche lettura psicanalista – lo è pure Donna Anna). Voce potente e ben assestata mostra il Masetto di Emanuele Cordaro, che ci restituisce un nerboruto villico dal cuore tenero. A proposito di voci potenti, certamente il Commendatore di Antonio Di Matteo fa una bella figura: il colpo di genio di Vick è rappresentarlo, al suo apparire in scena, handicappato, così da aumentare il disgusto del gesto di Don Giovanni. Il ruolo del titolo è cantato da Alessio Arduini. Attore notevole, dotato del perfetto physique du rôle, Arduini, pur avendo tocco vocale e gusto nel fraseggio, sfoggia una voce poco potente, ancorché diafana in alcuni passaggi; pur cantando bene, insomma, talvolta manca un po’ di mordente. Peccato, però, che non sia scattato l’applauso dopo l’esecuzione della virtuosistica «Fin ch’han dal vino», perché Arduini l’avrebbe meritato; le sue doti naturali emergono più, dunque, in pagine come la serenata del II atto, «Deh, vieni alla finestra, o mio tesoro!». Il Don Ottavio di Juan Francisco Gatell si avvale di un cantante certamente d’esperienza nel ruolo. Gatell, negli anni, ha rafforzato l’emissione, risultando più pieno, ma ancora ha momenti di flessione del volume: come che sia, la performance è buona e piacevole – potrei ricordare la sua esecuzione di «Il mio tesoro intanto». Maria Grazia Schiavo canta una Donna Anna slanciata negli acuti, di voce non particolarmente potente, ma penetrante: per esempio, si è lasciata apprezzare certamente nell’energica «Or sai chi l’onore». Infine, la Zerlina di Marianne Croux, che è in parte un carattere poco riuscito, soprattutto perché la Croux non dà abbastanza colore nella sua lettura del ruolo della piccante contadina.

Un Don Giovanni, insomma, osteggiato da buona parte del pubblico, che ha comunque in una lettura singolare della storia il suo maggior punto di interesse.

foto Yasuko Kageyama