L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Omnia in… mundo

 di Stefano Ceccarelli

Daniel Harding porta un programma straussiano all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che si apre con una prima esecuzione assoluta di Il tutto in tutti di Fabio Vacchi; di Richard Strauss vengono eseguiti Tod und Verklärung op. 24 e due pezzi dalla Salome, la Danza dei sette veli e la scena finale, interpretata da Corinne Winters.

ROMA, 16 maggio 2026 – È singolare constatare, una volta usciti dalla sala Santa Cecilia, mentre il pubblico applaude meritatamente un bel concerto, come questo si sia aperto con un omaggio a San Francesco e chiuso nella necrofila libidine di Salome per la testa del Battista: si può, a ben ragione, rinverdire un’espressione tratta dalla Vita di Francesco di Tommaso da Celano e affermare che, appunto, se omnia in omnibus, a maggior ragione anche in mundo, ovvero: nel mondo c’è un po’ tutto.

Nell’anno che celebra gli ottocento anni dalla morte di San Francesco, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia commissiona a Fabio Vacchi un’opera che celebri questo evento e il compositore presenta Il tutto in tutti, per coro e orchestra, su un testo della poetessa Aimara Garlaschelli. La composizione è notevole per la freschezza inventiva della musica e per taluni passaggi del testo poetico. Harding riesce a cogliere le sfumature della partitura, tramata su differenti piani: si passa da vapori delicatamente dissonanti a una scrittura drammatica, piena, fino a una delicata anti-climax, che porta alla dissolvenza sonora che chiude il brano. I colori usati da Vacchi, comunque, tranne alcuni passaggi (che guardano ad una scrittura raveliana, cromatica, come quelli che evocano i versi degli uccelli), sono colori cupi, carichi di vibrante tensione, di un misticismo negativo, eppure estetizzante per gli echi che rimandano alla musica decadente, fin de siècle. L’ottimo coro ceciliano è protagonista, ancora una volta, eccellente, di presenza statuaria, capace di esprimere la più delicata sfumatura, come la più intensa frase musicale («un canto melismatico, nel solco del carattere decorativo della scrittura neumatica, che si mescola all’impercettibile ricordo dell’inno gregoriano», scrive O. Bossini, nel programma di sala). L’opera, comunque, ha più il sapore della terra che del cielo, vagamente misticheggiante, sì, ma maggiormente drammatica, una musica che non si apre a una grammatica sonora della speranza. L’elemento dello sforzo e, in ultimo, del dolore traspare chiaramente dalla scrittura, come se per realizzare l’utopia francescana (posto che si possa, pare suggerire Vacchi) si debba passare attraverso un immane sforzo.

Il concerto, poi, prosegue con un programma monografico su Richard Strauss, certamente uno dei compositori con cui Harding ha un notevole feeling. Il poema sinfonico Tod und Verklärung, infatti, riceve una sublime esecuzione, grazie al lavoro del direttore sulla qualità del suono orchestrale, con magistrale sensibilità. Sia che la sezione sia drammatica, sia che sia placida – una visione di ciò che attende dopo la morte – la qualità del suono è a dir poco perfetta. Stupendo il filato orchestrale che precede la parte della Verklärung; più avanti, quando la scrittura si fa più drammatica e l’orchestra si sfoga in volume, le varie compagini strumentali sono chiarissime nell’esecuzione, grazie ad una direzione ordinatissima, chiara ed equilibrata di Harding. Si rimane sicuramente stupiti dalla morbidezza con cui Harding esegue i passaggi più celestiali della scrittura di Strauss. Si procede con la Salome, della cui Danza dei sette veli Harding dona un’esecuzione che definirei memorabile. Harding può essere definito, a buon diritto, uno straussiano di vaglia e, più in generale, un direttore che trova nel tardoromantico il suo repertorio musicale d’elezione. Si potrebbe lodare la tersa bellezza sonora di ogni sfumatura del pezzo, ma si dovrebbe piuttosto notare come Harding è in grado di far emergere, a livello sonoro, quel perturbante di cui andava studiando, in quel medesimo momento storico, Freud. L’equilibrio fra spinta torbida, erotica e pura bellezza sonora ancora colpisce l’ascoltatore. Il medesimo sentimento di turbamento e attraente sensualità pervade il finale della Salome («Ah, du wolltest mich nicht deinen Mund küssen lassen»), interpretato qui da Corinne Winters. La direzione di Harding è, al solito, magistrale, soprattutto nelle sfumature screziate della partitura; la performance della Winters è buona, certamente, ma forse non memorabile. La voce non riesce ad elevarsi sempre, soprattutto nella tessitura mediana, sopra il volume orchestrale, ma, soprattutto, gli acuti, pur limpidi, sembrano mancare di una punta nella loro proiezione. Ciò che invece la Winters dona alla sua interpretazione è certamente una soffusa sensualità, un fraseggio ricco di colori. Gli spettatori applaudono calorosamente.

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