Contrasti d'ingredienti
Nonostante la presenza di validi artisti e l'ottima prova dei complessi della Fondazione Arena, la serata dedicata a opera, canzone napoletana e gastronomia lascia perplessi, fra scelte discutibili e dubbio gusto.
VERONA, 5 giugno 2026 - Una settimana prima dell’inaugurazione del celebre festival lirico veronese col titolo tra i più amati del mondo, La Traviata di Giuseppe Verdi, l’Arena di Verona chiama il grande pubblico per assistere ad un evento speciale del Ministero della Cultura, “Campioni del mondo – Italia loves Unesco”, realizzato in collaborazione anche con il Ministero dell’Agricoltura, il Ministero del Turismo, il Ministero degli Affari Esteri e il Ministero della Sport. La ricchezza dell’Italia è sconfinata, detiene il primato mondiale del più alto numero dei siti Patrimonio dell’Umanità, senza contare i beni immateriali come la pratica del canto lirico e tradizioni enogastronomiche. Per celebrarli e festeggiare l’Opera e la Cucina italiane, ma anche lanciare la candidatura Unesco della Canzone napoletana classica, a Verona si uniscono ben cinquecento artisti, l’Orchestra e il Coro areniani, con alcuni celebri rappresentanti della musica classica e leggera. Lo show viene trasmesso su RAI 1 condotto da Milly Carlucci e Paolo Belli. Faremmo due domande: è probabile che lo spettacolo del genere provochi in una larga fetta dei melomani fedeli all’anfiteatro veronese un certo disagio? È probabile che lo show del genere non sarà mai ripetuto?
La serata coinvolge una rosa di cantanti lirici quali Maria Agresta, Eleonora Buratto, Martina Russomanno (soprani), Yusif Eyvazov, Vittorio Grigolo, Francesco Meli (tenori), Alessio Arduini, Mihai Damian, Placido Domingo, Mattia Olivieri (baritoni), con la partecipazione delle stelle della musica leggera Serena Autieri, Gigi D’Alessio, Sal Da Vinci, Gianni Morandi, Massimo Ranieri, Serena Rossi, Patti Smith. Sul podio, a dirigere orchestra e coro della Fondazione Arena salgono tre direttori, Francesco Ivan Ciampa, Diego Basso, Adriano Pennino.
Il pezzo d’apertura, la marcia trionfale dell’Aida assume il compito preciso, conferire alla serata un tono festoso; è seguita da tre brani firmati da compositori italiani, Rossini, Verdi e Donizetti, e affidati ad alcuni dei tenori più acclamati del momento. La voce di Francesco Meli conserva ancora qualcosa della bellezza di una volta e dona a La danza rossiniana una ricercatezza di fraseggio e di colori che fanno ricordare il Meli di una volta; Yusif Eyvazov, come ci si aspettava, restituisce in “Nessun dorma”da Turandot il ritratto del principe Calaf dall’animo nobile che crede fortemente nell’amore attraverso fraseggio raffinato e acuto riuscito che, però, non compensano del tutto il suono disomogeneo e ruvido della voce; Vittorio Grigolo conferisce a “Una furtiva lagrima” dall’Elisir d’amore la solita esuberanza a cui si aggiungono gli acuti troppo aperti e forzati.
L’opera cede il posto a una celebre canzone napoletana: Massimo Ranieri intona in maniera struggente Te voglie bene assaje di Sacco e Campanella (registrazione effettuata al Teatro Filarmonico di Verona) e subito dopo la Signora Opera, come la amava definire Franz Werfel, chiama sul palco il soprano Eleonora Buratto, che si conferma una delle cantanti più importanti del momento grazie sia alla bellezza della voce sia alla musicalità ammirevole e al fraseggio raffinato. In “Vissi d’arte”, visibilmente ispirata, l’artista mantovana restituisce il ritratto della diva romana dalle mille sfaccettature, sfoggia bella linea di canto e un buon acuto finale; le mancherebbe, in quest'occasione, solo un po’ di carisma. Da Roma il pubblico viene riportato di nuovo a Napoli: Gianni Morandi si cimenta con passione e nostalgia in Caruso di Lucio Dalla, sostenuto da un bel gioco di luci blu, verde, bianco e viola; il canto espressivo, commosso, riesce a evitare felicemente esagerazioni nei momenti più intensi della canzone.
Il baritono rumeno Mihai Damian, dalle buone doti canore, intona la celebre cavatina di Figaro “Largo al factotum” con sicurezza, ma desta i parecchi dubbi; l’interpretazione è grossolana e l’acuto impreciso. Sopperisce a questi difetti con un gran temperamento e ottiene una buona accoglienza dal pubblico. La canzone napoletana ha anche il volto di Gigi D’Alessio che in “’O surdato ‘nnamorato” di Califano e Cannio preferisce mostrare più lirismo che grinta, in linea con la natura malinconica del testo. “Va’ pensiero” da Nabucco verdiano da sempre è un momento speciale in Arena e uno dei suoi simboli. Il magnifico coro della Fondazione preparato da Roberto Gabbiani non può certo deludere, e, infatti, l’esecuzione segna il momento più alto della serata. La musicalità e l’omogeneità del suono sono perfetti, anche se l’interpretazione è segnata dalla raffinatezza minore a quella cui siamo abituati. Con l’Entr’acte da Carmen l’orchestra areniana da sempre ha una grande confidenza e il brano risulta una delle perle del gala, i gruppi di strumenti sono affiatati e le sonorità trasparenti ed equilibrate.
Si sono spesi fiumi d’inchiostro per descrivere le ultime esibizioni areniane di Placido Domingo, decisamente poco felici. Per la serata Campioni del mondo – Italia loves Unesco la scelta del brano è cauta ed efficace; niente opera, ma la zarzuela dalla quale partì la sua carriera. E, alla fine, non va male, in “No puede ser” da La Tabernera del Puerto di Sorozabal, la voce del tenore spagnolo decisamente infievolita mantiene la capacità di trasmettere la passione che sa dello spirito di gioventù e abbandono.
“La sacerdotessa del rock” Patti Smith, nota per il suo amore dell’opera italiana, si inserisce nel programma areniano con la canzone Because the night scritta a quattro mani con Bruce Springsteen e conferma spirito febbrile che la cantante americana sa trasmettere al pubblico. In “Un bel dì vedremo” da Madama Butterfly Maria Agresta sfoggia le doti canore che le permettono di esibirsi nei più repertori, e offre un’interpretazione toccante del leggendario brano pucciniano. Cantando Tu ca nun chiagne Sal Da Vinci fa tremare le corde più intime degli appassionati delle canzoni napoletane. Anche la musica di Mozart ottiene il proprio spazio nella scaletta del gala; i due baritoni, Mattia Olivieri e Alessio Arduini, rispettivamente Don Giovanni e Leporello, si calano con grinta e umorismo nei loro ruoli; il primo frammento del Finale dellìopera, da “Già la mensa è preparata” fermandosi prima dell'ingresso di Elvira, è segnato da un gran senso di collaborazione e dalla voglia di divertimento.
Serena Rossi intona con una grande sensibilità il mitico brano Era di maggio di Salvatore Di Giacomo e Mario Pasquale Costa, segue il Dies irae da Messa da Requiem di Verdi che irrompe nel modo quasi scioccante nello spazio areniano. La scelta del brano ha davvero poco a che fare con l'idea festosa che si voleva dare a questo eterogeneo pot-pourri, tuttavia anche senza voler ripetere gli elogi al coro areniano, per compattezza del suono e impeto drammatico l’esecuzione è memorabile.
Una coppia davvero inedita, Placido Domingo e Serena Autieri, offre la sua interpretazione del celeberrimo brano Dicintecello vuje, e in molti si saranno chiesti se fosse una buona idea. Tuttavia il pubblico applaude calorosamente: per il contesto come questo è più che naturale. Si poteva indovinare che “E lucevan le stelle” sarebbe affidato a Vittorio Grigolo e si poteva essere sicuri che il tenore sarebbe stato fedele a sé stesso; coinvolgente nel proprio modo di cantare, ma incapace di evitare una certa esagerazione. Il brano Per sempre si firmato da Alessandro La Cava, Federica Abbate, Francesco Da Vinci, Federico Mercuri e Giordano Cremona segna il momento speciale di Sal Da Vinci.
Un pezzo infallibile, “Libiamo ne lieti calici”da La Traviata, conosciuto e amato sia dai melomani autentici sia dai frequentatori casuali dei teatri d’opera, protagonisti Yusif Eyvazov e Martina Russomanno, conclude la serata.
Raccontando l’evento speciale musicale areniano, la domanda “che dire?” ci sembra inevitabile. Troppo discutibile nella decisione di alternare brani d'opera avulsi dal contesto e canzoni, come un giro turistico più che come una serata d'arte: per molti spettatori inaccettabile. Una parte del pubblico lascia l’anfiteatro contento, un’altra dubbiosa e qualcuno è decisamente scontento. Alla domanda “È da ripetere?”, si risponde più “no” che “si”.
Già scorrendo la locandina prima che uno dei direttori alzi la bacchetta, sorgono dubbi dovuti al trattamento poco ortodosso e al dubbio gusto riservato ai brani che simboleggiano l'opera italiana nel mondo. Il risultato non li dissipa, anzi.
