Un’epoca in staccato, non in legato
Cristian Măcelaru fa il suo esordio a capo dell’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con un concerto che ci catapulta nel glamour musicale degli anni Venti/Trenta del secolo scorso: la Sinfonia n. 1 in un movimento op. 9 di Samuel Barber, la Rhapsody in Blue e An American in Paris di George Gershwin e, per concludere, il Boléro di Maurice Ravel. Al pianoforte, per la Rhapsody in Blue, siede un ispirato Kirill Gerstein.
ROMA, 6 giugno 2026 – «Nella vita moderna non si parla con frasi lisce: viviamo in un’epoca in staccato, non in legato, bisogna accettarlo». Parlando del jazz e del suo uso nella Rhapsody, così George Gershwin si esprimeva a proposito dell’«energia nervosa della moderna vita americana» (parole di G. Gavezzeni, dal programma di sala). Mi sembra che questo giudizio valga fulgidamente anche per la nostra contemporaneità, che è figlia della cultura di quegli anni, del glamour degli anni Venti/Trenta del secolo scorso. Cristian Măcelaru, per il suo esordio con l’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, sceglie un florilegio di composizioni iconiche di questo momento storico, di compositori americani o che con l’America hanno avuto un rapporto decisamente stretto.
Si inizia con la Prima sinfonia di Samuel Barber. Si pensi che Barber la tenne a battesimo proprio nei cartelloni dell’Accademia ceciliana, grazie all’interessamento di Bernardino Molinari, nel 1936. Da quel dì non fu mai ripresa, fino ad ora, il che fa di questo ciclo di concerti un evento a suo modo storico. Barber, del resto, era molto legato al Bel Paese, visto che l’amore e compagno della sua vita, anch’egli compositore, Gian Carlo Menotti, era italiano ed è il dedicatario della partitura. La Prima presenta certamente un carattere vagamente americano nello sviluppo poliritmico e nella massiccia presenza degli ottoni, oggi in grande spolvero, peraltro, ma l’impianto sonoro è decisamente ‘nordico’. Măcelaru fa un buon lavoro schiarendo e funzionalizzando le scelte agogiche: l’orchestra risponde con un suono denso, spesso, che ben si adatta alla scrittura di gusto sibeliusiano (di un Sibelius, però, catapultato in una girandola di ritmi). Fra i momenti migliori c’è la sezione in Adagio, con l’evocativo tema dell’oboe. Fin dalla Prima emerge palmare una caratteristica della direzione di Măcelaru: il direttore, infatti, ama lo squillo, la potenza e lo si vede nella climax che conduce al finale, diretto con un certo piglio. Il pubblico applaude. È una sinfonia che piace, evidentemente, pur non presentandosi con i caratteri di un pezzo facile, accattivante, tipicamente americano, gershwiniano, per intenderci, quanto piuttosto dalle sonorità nordiche, dense, complesse. Si prosegue col primo dei pezzi ‘forti’ della serata, la Rhapsody in Blue di Gershwin. Măcelaru, l’orchestra e Kirill Gerstein, solista d’eccezione, ne danno un’esecuzione memorabile. Măcelaru imprime un ritmo brillante, travolgente e cerca un suono orchestrale pieno, persino sfrenato. Che ami il volume, lo si è già detto. L’assolo iniziale del clarinetto, eseguito dall’eccellente Alessandro Carbonare, esce perfetto, glissato con fantasia, ironia, praticamente una risata beffarda. È innegabile che Gerstein sia la vera star di questo pezzo: il pianista, infatti, trascina il pubblico spaginando la parte con la fresca naturalezza di chi la sa lunga di jazz, di chi ha una famigliarità con l’improvvisazione, così idiomatica in questo stile. Quanto appare frutto d’estro è invece attentamente calibrato, dal peso sonoro delle singole note, alla loro vibrazione, ai ritmi travolgenti, vitali, volgari, in senso gershwiniano ovviamente («c’è una volgarità che è nuova, essenziale»). La cadenza è, letteralmente, indimenticabile. Gerstein dev’essere veramente un amante del jazz, giacché nel bis, subissato dagli applausi, esegue un arrangiamento jazzistico della mitica Somewhere over the rainbow di Arlen.
Nel secondo tempo si prosegue, ancora, con Gershwin: An American in Paris. La caratteristica che continua a risaltare più evidente è la direzione espressionistica di Măcelaru, dal volume sempre pieno, una conduzione che mira ad esaltare al massimo (letteralmente!) tutte le componenti strumentali. E ci riesce. Le varie parti brillano tutte nel linguaggio così iconico del compositore: c’è un melting pot di sonorità, dal blues, al jazz, alla parodia, quello stile canzonatorio così tronfiamente ‘fanfaristico’ che è una delle cifre di Gershwin e uno dei suoi lasciti più fecondi alla storia della musica americana (e mondiale). Ancora, è d’obbligo complimentarsi con la tenuta dei legni e degli ottoni, che in Gershwin hanno sempre una parte di non poco rilievo. Il tutto, sebbene certamente troppo voluminoso a livello sonoro, è elettrizzante e trascinante. Nel medesimo anno di An American in Paris, il 1928,veniva anche tenuta a battesimo un’altra partitura iconica del Novecento: il Boléro di Maurice Ravel, che conosceva personalmente Gershwin e ne ammirava le doti. Măcelaru palesa, almeno all’inizio, una certa sensibilità sonora, rispettando la progressione in crescendo ostinato che tanto è celebre in questo pezzo (pare che Ravel, concependo l’idea del Boléro, abbia detto ad un critico: «vorrei cercare di ripetere [un tema] senza fine, senza sviluppo, facendo crescere gradualmente l’orchestra il meglio possibile»). Del pari, il direttore è rigorosissimo nella ripetizione della cellula ritmica, agogicamente abbastanza sostenuta (si ascolti, a confronto, l’edizione di riferimento, diretta dallo stesso compositore nel 1930, ed incisa per la Polydor Grammophon con l’Orchestre Lamoureaux) e, probabilmente, un tantino troppo marcata. Le singole parti escono, comunque, assai bene e i singoli strumentisti si divertono in piccole ma significative variazioni. Al culmine dell’accumulazione ritmica, quando il pezzo si chiude, il pubblico applaude, soddisfatto. Il concerto è sicuramente un successo.
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