L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Guizzi di luce

di Antonino Trotta

Arsenii Moon inaugura la stagione 2026/2027 dell’Unione Musicale di Torino con un recital che alterna pagine di Debussy, Skrjabin, Satie e Chopin, rivelando una personalità interpretativa di grande fascino, capace di coniugare libertà espressiva, raffinatezza timbrica e temperamento.

Torino, 21 ottobre 2026 – Il Novecento pianistico non nasce da una frattura improvvisa con il passato, ma da una lenta, affascinante trasformazione del linguaggio romantico. C'è chi ne dissolve i contorni, chi ne esaspera le tensioni, chi cerca nel suono colori fino ad allora inesplorati. Debussy e Skrjabin, quasi coetanei, percorrono strade apparentemente lontane, eppure animate da una medesima inquietudine: quella di liberare la musica dalle convenzioni armoniche ed espressive dell'Ottocento. Il francese lascia che le armonie si sfaldino in riflessi, trasparenze, suggestioni timbriche, quasi sottraendo alla musica il bisogno di procedere verso una meta; il russo, al contrario, esaspera il cromatismo romantico, ne accende le tensioni fino a proiettarle verso un universo sonoro visionario, estatico, destinato a sfiorare il misticismo. Due modi diversi di superare il Romanticismo, dunque: per dissoluzione l'uno, per esasperazione l'altro. Eppure, alle spalle di entrambi, si intravede l'ombra luminosa di Chopin. Se per Skrjabin, specialmente nelle opere giovanili, il compositore polacco rappresenta un modello imprescindibile, riconoscibilissimo nella scrittura pianistica, nelle inflessioni melodiche e in un'adesione stilistica talmente profonda da rasentare, a tratti, l'imitazione, il rapporto con Debussy è più sottile, meno immediato, ma non meno significativo. È soprattutto nell'attenzione al colore, nella libertà del fraseggio e nella capacità di trasformare la tastiera in uno strumento dalle infinite possibilità che l'eredità chopiniana continua a farsi sentire. Non è un caso che proprio a Chopin Debussy dedichi i suoi dodici Études, quasi a riconoscere nel grande romantico uno dei padri della modernità pianistica.

È lungo questo itinerario, fatto di affinità sotterranee, di eco che riverberano da una pagina all’altra, che si snoda il programma scelto da Arsenii Moon per inaugurare la stagione 2026/2027 dell'Unione Musicale di Torino. Un percorso che muove dalle suggestioni acquatiche e dalle iridescenze delle Images di Debussy, incontra la sospesa essenzialità della prima Gymnopédie di Satie e attraversa il romanticismo ancora ardente dei Preludi op. 11 di Skrjabin, prima di approdare a Chopin, con tre mazurche e la monumentale Sonata in si minore op. 58. Un viaggio che sembra voler procedere a ritroso nel tempo, ma che finisce per sovvertirne le coordinate, lasciando affiorare la curiosa impressione che sia Chopin a raccogliere le suggestioni dei suoi successori, quasi che il tempo musicale potesse scorrere in entrambe le direzioni e le influenze, anziché discendere ordinatamente da un maestro ai suoi eredi, potessero risalire la corrente della storia.

Per la splendida qualità del tocco, per quel virtuosismo agguerrito eppure sempre soggiogato alle ragioni dell’espressione, per una musicalità che si rivela in un fraseggio libero e arioso, capace di abbandonarsi alle più intime suggestioni della musica senza mai smarrire il senso della misura, Debussy sembra essere il terreno d’elezione del pianista russo. Una libertà, quella di Moon – in parte anche confermata dall’impaginato di sala, un’antologia di pezzi che accosta liberamente pagine di raccolte differenti, sottraendosi a ogni pretesa di completezza –, che non si tramuta in arbitrio, ma nasce da un’intelligenza musicale finissima, capace di assecondare il respiro della frase senza mai smarrirne l’architettura, di ricercare il colore senza mai cedere alla tentazione dell’effetto, di lasciare che il suono si espanda e si dissolva con una spontaneità affascinante. In Cloches à travers les feuilles le sonorità si fanno rarefatte, quasi sospese, con i rintocchi che sembrano affiorare da lontananze indistinte; in Poissons d’or la tastiera si anima di guizzi, riflessi e improvvise accensioni luminose, che Moon restituisce con una leggerezza e una nitidezza ammirevoli. È poi in Reflets dans l’eau che il suono sembra farsi davvero liquido, increspandosi in mille sfumature, mentre nello studio n.11 Pour les arpèges composés la scrittura virtuosistica si trasforma in un gioco di trasparenze, nel quale la difficoltà tecnica scompare dietro la naturalezza del gesto. Tra queste pagine si insinua pure la prima Gymnopédie di Satie, parentesi di disarmante semplicità, che Moon accarezza con un lirismo discreto, lasciando alla nudità della scrittura e alla malinconia della melodia il compito di parlare da sé.

La selezione di preludi dall’op. 11 di Skrjabin – sei annunciati, ma cinque effettivamente eseguiti, con l’imperdonabile omissione del n. 14, peraltro il preferito di chi scrive – ci riporta a un universo ancora profondamente debitore della lezione chopiniana, che Moon attraversa con un’ammirevole ricchezza di sfumature dinamiche. Le pagine più raccolte e meditative si animano di un’urgenza espressiva che rifugge ogni languore, ogni indugio compiaciuto, mentre quelle più ardenti trovano uno slancio appassionato, ma sempre sorvegliato, nel quale anche gli accenti più impetuosi conservano una sorprendente delicatezza, lasciando già intuire quella che sarà la cifra del suo Chopin.

Delle tre Mazurche in scaletta, la celeberrima op. 17 n. 4 è forse quella che meglio lascia affiorare la personalità del pianista russo: drammatico e poetico, libero eppure ordinato, capace di abbandonarsi alle più intime suggestioni della pagina senza mai smarrire il filo del discorso musicale. Il fraseggio respira con una naturalezza incantevole, ora si dilata, indugia, quindi ruba e avanza; talvolta si arresta sulla soglia del silenzio, talaltra s’incendia in un’esplosione che non fa rumore, che scuote senza travolgere. Con la Sonata n. 3 in si minore op. 58, Moon sembra voler sottrarre a Chopin quella solennità che pure la scrittura parrebbe imporre: basti pensare alle battute iniziali, spogliate di ogni enfasi retorica, restituite invece con una luminosità quasi liquida, una trasparenza che sembra serbare ancora memoria delle iridescenze impressioniste. Non è uno Chopin accademico, né tantomeno uno da concorso di Varsavia; non è neppure un’esecuzione immacolata, ma è una lettura libera, personale, sentita, attraversata da un carisma che finisce per rendere secondaria qualche occasionale sbavatura. È come se la partitura fosse osservata sub luce Debussy – perdonate l’eresia –, attraverso una sensibilità timbrica che ne rinnova i contorni senza tradirne la sostanza. Lo si avverte soprattutto nel Largo, affrontato con un passo insolitamente sostenuto, senza che nulla vada perduto della sua tensione evocativa, della sua poesia, quasi che il canto, sottratto alla tentazione di riflettere su sé stesso, acquistasse una più intima necessità espressiva. E ancora nel Finale, che prende slancio da un crescendo accompagnato da un accelerando di perentoria assertività, per dispiegare poi un pathos ardente, mai roboante, nel quale persino le brillanti scale perdono ogni connotazione di esercizio virtuosistico: le note non cercano la perlacea perfezione del proprio nitore, ma sembrano fondersi le une nelle altre, intessendo un velluto sonoro di straordinaria morbidezza, dove il singolo suono rinuncia alla propria individualità per concorrere a un più ampio disegno coloristico. Sono pennellate di colore, guizzi di luce che sembrano riportare, ancora una volta, all’universo di Debussy.

La sala lo accoglie con calorose ovazioni, ripagate con due splendidi bis: la Sicilienne dal Concerto re minore BWV 596 di Vivaldi-Volodos e La campanella di Paganini-Liszt.  

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