L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Splendori e sorprese del classicismo

di Alberto Ponti

Il direttore iraniano Hossein Pishkar, dopo il forfait di Ottavio Dantone, ritorna sul podio dell'OSN Rai affiancato da una triade di solisti dove, accanto a due prime parti dell'orchestra, spicca il talento del giovane pianista Arseni Moon

Torino, 27 febbraio 2026 - Dopo il suo debutto sul podio dell'auditorium Toscanini poco più di un mese fa nell'impervio Richard Strauss 'neoclassico' della Tanzsuite e di Der Bürger als Edelmann, Hossein Pishkar ritorna alla guida dell'Orchestra Sinfonica Nazionale in sostituzione del previsto Ottavio Dantone con un programma che invece più classico non si può, sotto l'ala protettrice di due capolavori di Beethoven e Haydn.

È stata senza dubbio una serata particolare, di quelle che fanno nascere riflessioni sul passato, sul presente e sul futuro, non tanto per quel che avviene sul palcoscenico, di cui diremo a breve, ma per quello che avviene in sala. Platea, balconata e galleria sono infatti piene con un pubblico costituito in massima parte da giovanissimi, dalle ultime classi delle elementari fino alle medie inferiori, con ogni probabilità invitati/precettati da qualche insegnante ad assistere al concerto. Come accade in simili casi, si tratta di una massa di ascoltatori eterogenea, in parte distratta, non sempre preparata, ad onta dell'indubbio sforzo compiuto dai docenti, e che, con un comportamento talvolta esuberante, può creare qualche fastidio nei frequentatori più anziani, abituati all'aura quasi sacrale delle esecuzioni sinfoniche. C'è da dire che, dal mio posto di osservazione privilegiato al fondo della sala, che mi consentiva di osservarne alla spalle una larga fetta, gran parte di questi bambini e ragazzi mi sono parsi non solo educati e rispettosi ma anche abbastanza attenti al fatto musicale, tenuto ovviamente conto dell'età e del fatto che molti di loro con ogni probabilità non avevano mai messo piede all'interno di un'istituzione concertistica. Lo si coglie da piccoli indizi, da movimenti involontari del corpo, dagli sguardi indirizzati a genitori e amici. Per alcuni rimarrà un fatto isolato, per altri sarà il primo contatto con un mondo e una passione il cui sviluppo sarà destinato col tempo a intensificarsi, ma sono elementi che fanno ben sperare per il ricambio generazionale di un pubblico abituale la cui età media è andata aumentando negli ultimi 10-15 anni. La scuola non può essere solo un luogo destinato a formare futuri produttori di 'valore aggiunto', come si è sentito di recente affermare a livello governativo, ed attività di questo tipo vanno senza dubbio incoraggiate. E pazienza se qualcuno sarà tentato di applaudire al termine di ogni movimento o, addirittura, nella Sinfonia La sorpresa, dopo una pausa di sospensione dell'Andante. Nulla di scandaloso. Era quello che poteva accadere ai tempi di Haydn (al quale da lassù sarà sfuggito un sorriso), che confidava per l'appunto in tali effetti inaspettati di fronte a un pubblico assai più disinvolto e 'semplice' nei propri atteggiamenti di quanto può accadere oggi dopo che l'opera d'arte è entrata da un secolo nel periodo della sua riproducibilità tecnica (per dirla con Walter Benjamin) ma allo stesso tempo è la riprova della potenza dell'arte musicale, destinata a rinnovarsi di generazione in generazione, sulle orecchie vergini di un bambino.

Pezzo forte era il Triplo concerto op. 56 di Ludwig van Beethoven che, accanto al violino di Alessandro Milani, storica 'spalla' dell'orchestra, e al suo collega Luca Magariello, nominato nel 2024 primo violoncello, vedeva la partecipazione al pianoforte di Arseni Moon, vincitore dell'edizione di tre anni fa del Concorso Busoni. L'ottima intesa fra i solisti (dimostrata anche nel bis, con l'evocazione del lontano mondo di Debussy e dell'Andante espressivo del suo giovanile Trio in sol maggiore) la conditio sine qua non in un brano dove, al di là di alcuni passaggi del violoncello, la scrittura, soprattutto nella parte pianistica, non è mai troppo complessa, essendo stato dichiaratamente composto nel 1803-1804 per l'adolescente Arciduca Rodolfo d'Asburgo Lorena, allievo del compositore. In opere simili tutto o quasi si gioca sul piano della resa espressiva, che invece non è così scontata come potrebbe apparire di primo acchito e che ha reso merce rarissima, a partire dall'Ottocento, il concerto per più strumenti soli nato sul modello della Sinfonia concertante. Il segreto, facile a enunciarsi, meno a mettersi in pratica, è conciliare le esigenze della forma con quelle della spettacolarità, ed entrambe non difettano nella generosa ed ampia partitura beethoveniana. Il trio di protagonisti sfodera un ottimo suono, mettendo a punto una timbrica accattivante in cui i registri acuto e grave di violino e violoncello si amalgamano con armonica pienezza. Moon dissemina qua e là zampate da virtuoso di razza che illuminano passaggi che sulla carta (e sotto altre mani...) rischiano di passare inosservati e che svelano, nella fisicità di un tocco pieno e cristallino, un dominio completo della gamma emozionale. Si passa così dalla robusta costruzione dell'ampio Allegro, dal fitto serrato con l'orchestra, alla rarefazione della materia sonora dell'Andante, con il violoncello di Magariello che si erge a protagonista restituendo tutto lo splendore dell'ispirata pagina, al vigoroso Rondò alla polacca, con la fusione delle voci che raggiunge esiti di alto rilievo. Ciò non sarebbe possibile senza la direzione di Pishkar, efficiente e puntuale nel ruolo di primus inter pares, sorta di manager della bacchetta, di quando in quando un po' trattenuto nel gesto e nella giusta enfasi che la scrittura richiede, ma in grado di tenere sott'occhio un grande numero di variabili, compreso lo spazio che l'orchestra rivendica per sé nei momenti di maggior concitazione del discorso.

Sono caratteristiche destinate a ritornare, in una lettura dove, a differenza di quanto accadeva in Beethoven, il direttore può ora concentrarsi solo sui musicisti davanti a sé, nella muscolosa esecuzione della Sinfonia n. 94 in sol maggiore La sorpresa (1791), seconda nel gruppo delle dodici scritte per Londra da Franz Joseph Haydn. Varietà di dinamiche e di accenti, cura del timbro e del fraseggio, stacco di tempi serrati ma conferendo sempre il corretto respiro alle frasi melodiche, senza correre troppo in un'opera sostanzialmente priva del tempo lento, con l'Andante costituito da un tema con variazioni dall'andamento concitato, dove interviene il colpo di timpano, sotto l'accordo fortissimo di tutti gli strumenti, in veste di 'sorpresa' al termine dell'esposizione: in tal modo può riassumersi l'approccio del maestro iraniano, più dionisiaco che apollineo, a una partitura che, grazie all'interpretazione di un OSN Rai a particolare agio in questo repertorio, non manca di farsi ammirare, ad oltre 230 anni dalla sua prima apparizione, per il suo combinato geniale di vigore e bellezza.

Lunghi applausi sanciscono il successo della serata.

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