L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Quattro volte venti

 di Roberta Pedrotti

Musica Insieme, per il festival Bologna Modern, rende omaggio ad Azio Corghi con una tavola rotonda e un concerto raffinato ed emozionante.

BOLOGNA, 31 ottobre 201 - Per chiudere la seconda edizione di Bologna Modern era difficile immaginare una giornata più azzeccata di quella dedicata ad Azio Corghi, tappa felsinea delle celebrazioni per gli ottant'anni del compositore piemontese di nascita, mantovano di residenza, emiliano di radici, di casa sotto le Due Torri come accademico filarmonico attivo in corsi e seminari.

Quattro volte venti, alla francese, ben definisce un'età che par moltiplicare l'entusiasmo e l'energia della prima gioventù, e moltiplicarla per saggezza, esperienza e lungimiranza. Così la tavola rotonda che lo vede protagonista con Sandro Cappelletto, Nicola Sani e Cristina Zavalloni nel pomeriggio (guarda il VIDEO) è una ventata d'aria fresca che ci immerge nello spirito più sano e vitale della musica oggi, quello spinto da autentica passione - artistica ma anche civile e politica - che non cerca uno strappo con il passato, bensì ne coltiva con affetto la lezione per proseguire il suo cammino. Questo stesso spirito lo ritroviamo nel concerto serale, quando Maurizio Baglini e l'Ensemble Zipangu diretto da Fabio Sperandio affrontano le Filigrane bachiane (2009). Frammenti del sommo Johann Sebastian sembrano poggiarsi su un velo neutro e mobile intessuto su glissandi degli archi, traslucide sonorità al ponticello, scambi continui che, in uno studiato pulsare di tensione e distensione, lasciano emergere l'ombra del contrappunto, e di Bach stesso, sottesa anche fra la trama e l'ordito degli archi, che arrivano a scambiarsi citazioni o a rivelare, comunque, un ordine impensato, a tutta prima, in quell'atmosfera diafana su cui si poggiavano, abilissime, le dita di Baglini.

Ma c'è anche canto, il canto sulla parola che è uno dei grandi (forse il più grande?) amori di Corghi, che ricorda sempre il primo colpo di fulmine per un "Va' pensiero" intonato in piazza dopo la Liberazione. "Ite bellu, rondeau per soprano e archi" (2003), fa pensare dall'incipit a una qualche formula latina, ma si tratta di lingua sarda e non ha a che fare con l'andare (eo, is, ii o ivi, itum, ire) o con la guerra (bellum, belli), trattandosi di una gioiosa esclamazione ("Ite bello giuvànu", che apre la prima strofa, significa "Che bel giovane!") ricorrente nella ballata popolare raccolta da Pier Paolo Pasolini. Attraverso Pasolini, Corghi accoglie il gusto puramente fonico, quasi materico, della lingua e della sua espressione popolare, accarezza la sensualità spensierata della voce narrante e l'allungarsi progressivo delle ombre della morte quando nella narrazione si affaccia la guerra. Ne è protagonista e dedicataria Laura Catrani, impegnatissima in un canto ora spigoloso, frammentato, onomatopeico, ora dolcemente familiare e popolareggiante. Sarà invece drammatica e dolcissima, liricamente levigata quando farà specchiare il dolore sacro e profano dell'amante e della madre: in "...fero dolore. cantata drammatica dal Pianto della Madonna sopra il Lamento di Arianna di Claudio Monteverdi, per voce femminile, oboe d'amore, percussioni, archi" (1993) i versi italiani e quelli latini si alternano, lasciando procedere in parallelo il canto della figlia di Minosse e la sua trasformazione in quello della madre di Gesù. La giustapposizone, guidata da un abile discorso strumentale in cui spicca la sensibilità intensamente espressiva dell'oboe d'amore di Paolo Grazia, s'accende fino a trasformarsi in dialogo fra frasi apparentemente identiche ma che, nel rifrangersi l'una nell'altra, svelano riflessi cangianti e inaspettati, accendendosi e confortandosi a vicenda. Corghi plasma il materiale monteverdiano con gli strumenti  che furono già della polifonia medievale e giungono al XX secolo con la manipolazione della serie dodecafonica. Così, per moti inversi o retrogradi si giunge a far apparire, naturale e folgorante, perfino una citazione della Traviata che già stava in nuce in Monteverdi. L'omaggio a Corghi si coniuga all'omaggio al padre del melodramma nel quattrocentocinquantesimo dalla nascita e sfocia in un tributo al Verdi, al suo "inventare il vero" nell'arte e al suo studio dei modelli antichi fondamentale per un reale progresso, per puntare a una meta con la consapevolezza delle origini. Tutto si fonde nel lacerante dolore femminile di una fanciulla che tutto ha lasciato per un uomo che l'ha abbandonata, di una madre cui un volere superiore ha strappato l'unico figlio, di una giovane donna cui la società rende impossibile la realizzazione accanto all'uomo che ama. Impossibile non commuoversi di fronte a tale vertigine di dolore e amore rifratto infinite volte dall'intonazione monteverdiana.

E, difatti, il concerto è un successo, coronato da prolungati, calorosi applausi. Il pathos, l'empatia di questa musica, il suo essere profonda e toccante per l'esser colta e non nonostante l'esser colta, conquistano il pubblico. A quando un'opera di Corghi al Comunale, sempre così attento alla produzione dei tempi più recenti? Divara o Blimunda, per ricordare anche José Saramago, sarebbero graditissime.