L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Vento in poppa, e viaggio felice

di Roberta Pedrotti

Là dove non era arrivato il grandioso Rossini francese della maturità, arriva l'agile e surreale Rossini veneziano della gioventù. Dopo un Moïse et Pharaon che non convince, Il signor Bruschino si impone nel cartellone pesarese.

Pesaro, Moïse et Pharaon, 06/08/2021

PESARO 7 agosto 2021 - Coincidenze e ritorni. La prima e finora ultima volta in cui Moïse et Pharaon era andato in scena al Rossini Opera Festival, nel 1997, in cartellone c'era anche Il signor Bruschino e si prendeva congedo dal fortunato allestimento di Roberto De Simone ed Enrico Job con un cast giovane di tutto rispetto: Spagnoli, De Candia, Mei, Florez. Oggi al Moïse d'apertura segue ancora Il signor Bruschino (la terza opera allora fu Il barbiere di Siviglia, adesso sarà Elisabetta regina d'Inghilterra, che ne condivide la sinfonia) e Pietro Spagnoli che era stato un eccellente Gaudenzio veste i panni di Bruschino padre. Con il baritono romano, al suo undicesimo Rof, c'è chi sorprendentemente al festival debutta solo nel 2021 pur essendo stato giovanissimo allievo dell'Accademia Rossiniana, Giorgio Caoduro, quale Gaudenzio.

A Pesaro o altrove, entrambi hanno guadagnato sul campo i gradi di rossiniani provetti e anche stasera, all'anteprima per stampa e addetti ai lavori, Spagnoli e Caoduro costituiscono una chiave del successo della produzione. Il primo non sembra voler attribuire al protagonista eponimo una qualche posticcia patente di simpatia, anzi: ce lo restituisce scorbutico qual è, dispettoso , insofferente, ma dopotutto coinvolto in una macchinazione nella quale non possiamo non solidarizzare almeno un po' con lui. D'altro canto, nemmeno il Gaudenzio di Caoduro è un bonaccione zuccheroso, bensì un uomo di mondo che vuole il bene della pupilla, ma anche badare ai propri interessi. La contrapposizione classica fra un buffo parlante e uno cantante si sfuma, articolando la caratterizzazione anche musicale al di là dei tipi codificati: ecco che Bruschino/Spagnoli appare di primo acchito più ruvido, ma è la scorza del misantropo diffidente, del padre severo che poi si sgretola e rivela con legati, colori, accenti, dinamiche – ma anche, ove occorra, con acuti sicurissimi – altre complessità e fragilità. Caoduro/Gaudenzio sciorina una coloratura di primissimo ordine, fitta, nitida, sgranata e sostenuta, ma anche qui, è tutto armamentario per il personaggio, per dar forza e colore alla parola, per ostentare sicumera in una situazione che, in realtà, vedrà in lui il vero gabbato, ma con disinvoltura, fino alla fine.

L'altro punto di forza della produzione aveva quattro anni quando a Pesaro Spagnoli cantava Gaudenzio, sette quando Caoduro frequentava l'Accademia Rossiniana. Michele Spotti è una dimostrazione di come quando c'è il valore non esistono divari generazionali, ma solo idee ed energie in comunicazione. La sua è una concertazione energica, vitale, incalzante, ma non frenetica, ché se l'azione è giustamente serrata, ciò avviene proprio grazie al lavoro di cesello. La grande arcata di un crescendo, un passo svelto comprendono al loro interno il senso del testo, il moto degli affetti e delle situazioni, minute gradazioni dipanate con fluida consequenzialità soprattutto nei numeri d'assieme e in quell'aria di Bruschino che, per estensione e importanza dei pertichini, sembra a tratti un vero e proprio sestetto. La sinfonia è un'esplosione di vitalità ben disciplinata e gioiosa, l'accompagnamento è complice non supino del canto e se dobbiamo sollevare una lamentela, resta quella dei recitativi realizzati con il solo fortepiano (l'efficace Giorgio d'Alonzo), mentre la presenza anche del violoncello avrebbe creato maggiore continuità con un'orchestra Filarmonica Rossini che viene messa in evidenza dalla posizione in platea predisposta in pandemia.

Con il riferimento di una coppia buffa di una bacchetta di qualità, il resto del cast realizza un ottimo gioco di squadra. Marina Monzò, Sofia, si presenta come timida ed educatissima brava ragazza, ma le basta sfruttare qualche acuto più aggressivo, qualche coloratura tagliente e qualche gesto ben calibrato per dimostrare un carattere più indomito. Jack Swanson la affianca quale sicuro Florville. Gianluca Margheri si trova a suo agio nei panni del locandiere Filiberto, Chiara Tirotta è un'ottima Marianna, così come Enrico Iviglia e Manuel Amati caratterizzano assai bene il Commissario e Bruschino figlio, in accordo con la regia di Barbe & Doucet. Il duo confeziona uno spettacolo di qualità che conferisce spessore e dinamismo alla scena con i livelli di un molo e della barca con scialuppa di Gaudenzio ivi attraccata. In questo contesto portuale d'un secolo fa circa, tutti i personaggi sono ben delineati per ruolo, rapporti, personalità, l'azione è chiara, lieve e minuziosa. Insomma, garantisce il fluire della farsa in perfetta armonia con la musica e contribuisce a regalare una bella serata, dalla quale uscire con un sorriso sulle labbra (ben protetto dalla mascherina, ovvio, finché non si arriva all'aperto a debita distanza.).


 

 

 
 
 

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