L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Vatel appartiene al genere del melologo, ampiamente frequentato da illustri autori del passato e del presente. Mi sono sempre trovato a mio agio nel pensare la musica come paesaggio per un testo; dove però il paesaggio non svolga la semplice funzione di sfondo, e nemmeno rappresenti un commento didascalico, per quanto pertinente, a una narrazione altra. La musica e il testo stringono un patto indissolubile nel concorrere alla drammaturgia, che qualsiasi storia narrata sottende. E la supremazia dell’una sull’altro è esclusa: entrambe le lingue narrano, su piani e con regole diverse, la stessa vicenda. Come direbbe Vatel, il cuoco francese protagonista del racconto, che di amalgami e alchimie se ne intendeva, dall’unione di diversi elementi si può ottenere una terza cosa che ha però un unico sapore, non la semplice somma algebrica delle sue componenti, ma la fusione inestricabile di sostanze precedentemente divise. Ho rinunciato da subito a stabilire una qualsiasi relazione tra il tempo evocato dalla vicenda - il Settecento - e lo stile della musica; la presenza di memorie settecentesche riferite al testo avrebbe limitato la possibilità straordinaria che il linguaggio musicale detiene quasi in esclusiva, quella di rendere presente ogni passato, di riannodare ogni distanza temporale in un attimo e, in definitiva, di annullare il tempo cronologico per evocare un tempo interiore che è per sua natura immanente. Vatel è dunque il racconto di una esperienza, ma anche l’esperienza del racconto; si divide in porzioni distinte, possiede temi ben riconoscibili e ricorrenti, impiega una logica armonica assai unitaria, e si dota di una struttura ritmica molto omogenea. Ma questi sono ingredienti che tutti possono procurarsi, quanto alle quantità e al modo di metterli assieme, la ricetta è segreta.

M° Marco Tutino


 

 

 
 
 

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