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Chiamato da Toscanini, escluso dal fascismo

Ritratto di Vittore Veneziani, compositore e direttore del Coro della Scala dal 1921 al 1938, anno in cui è costretto a lasciare il posto a causa delle leggi razziali

Spesso non ci si fa caso, ma sulle copertine di numerose incisioni storiche del Teatro alla Scala, edite dalla Columbia, accanto ai nomi di leggendari interpreti e direttori d’orchestra, compare puntualmente quello di Vittore Veneziani in qualità di direttore del Coro.

Se il suo nome si identifica, inevitabilmente ormai, con il Coro scaligero, in realtà poco si sa della sua parabola artistica e delle vicende che l’hanno coinvolto involontariamente durante gli anni del secondo conflitto mondiale.

Facciamo un passo indietro.

Nato a Ferrara il 25 maggio del 1878, Veneziani viene presto avviato agli studi musicali grazie al padre Felice, commerciante e corista dilettante di religione ebraica, che lo iscrive al Conservatorio “G. Frescobaldi” della sua città. Più tardi si trasferisce a Bologna per studiare composizione nella classe di Giuseppe Martucci, in seno alla quale approfondisce importanti pagine cameristiche e sinfoniche, maturando una certa predisposizione per il repertorio vocale e corale.

La sua vena creativa lo porta a scrivere numerose pagine corali, tra cui Adelchi su testo manzoniano, con cui vinse nel 1901 il primo premio a un concorso indetto dal Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli.

Risalgono a questi anni quattro importanti lavori che ebbero una certa risonanza in tutta Italia: Badia di Pomposa, Emigranti, La Parisina e La morte di Baiardo, melologhi per voce recitante e orchestra su testi del concittadino Domenico Tumiati recitati dal fratello Gualtiero.

Nel 1907 assume la cattedra di canto corale presso il conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia su invito dell’allora direttore Ermanno Wolf-Ferrari. In questo periodo compone una interessante silloge di liriche da camera edite nel 1910 da Bongiovanni e La leggenda del lago, opera lirica su libretto di Guido Pusinich andata in scena nel febbraio del 1911 alla Fenice.

Nel 1913 risulta maestro di coro del Teatro Regio di Torino.

Lasciata Torino si trasferisce a Bologna, dove alla fine degli anni Dieci fonda i “Cantori bolognesi”, un ensemble vocale di pochi elementi con i quali affronta autori del Rinascimento italiano di cui cura anche alcune edizioni. Una realtà alquanto insolita per quegli anni in cui la musica antica era pressoché dimenticata.

Pochi indizi sulla sua vita, un breve carteggio con l’amico Fidelio Finzi, qualche articolo o recensione che tratteggiano la sua personalità essenziale e profondamente umana ma soprattutto emerge la sua totale dedizione alla musica.

Queste qualità vengono notate da Arturo Toscanini in una felice collaborazione avvenuta nell’autunno del 1915 al Teatro Dal Verme di Milano, tanto che nel 1921 Veneziani riceve l’invito a ricoprire l’incarico di direttore del Coro del Teatro alla Scala. Non fu facile la decisione in quanto questa inaspettata richiesta gli avrebbe comportato la rinuncia all’attività compositiva e l’abbandono dei suoi amati “Cantori bolognesi”, tuttavia la Scala prevalse.

Prende così inizio un nuovo e importante capitolo nella vita del Maestro ferrarese. Le stagioni milanesi in quegli anni erano piuttosto nutrite: il cartellone comprendeva autori come Mozart, Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi, Wagner, Puccini, Musorgskij e i contemporanei Wolf-Ferrari, Pizzetti, Rabaud, Giordano, Boito, Alfano, Mascagni, Riccitelli e molti altri. Indimenticate negli annali del teatro meneghino le recite di Boris Godunov e Debora e Jaele, in cui fu particolarmente elogiata la preparazione del coro.

Sotto la guida del maestro Veneziani la compagine corale della Scala inizia ad avere un’identità artistica e vocale ben definita, affiancando alle produzioni operistiche concerti con pagine di compositori antichi e contemporanei. Dalle incisioni di quegli anni le voci dei coristi appaiono corpose, levigate, rarefatte e nobilitate da un alone di aurea bellezza.

Ma l’idillio si infrange bruscamente nel 1938, quando il regime fascista promulga le inconcepibili leggi razziali che imponevano l’esclusione immediata da enti pubblici, aziende statali e parastatali di tutti i dipendenti di religione ebraica. Per Veneziani fu un duro colpo e all’indomani del suo licenziamento trovò il suo appartamento invaso di fiori da parte di chi, consapevole del suo valore artistico e umano, volle dimostrargli solidarietà e affetto.

Estromesso dalla Scala Veneziani prosegue coraggiosamente la sua professione di musicista istruendo i cori del Tempio ebraico (per il quale scrisse gli splendidi Canti spirituali di Israele) e della Scuola Israelitica di Milano.

L’aggravarsi dei drammatici eventi del secondo conflitto mondiale lo costringe ad abbandonare l’Italia e a rifugiarsi nel 1943 a Roveredo, nei pressi di Bellinzona, nello svizzero cantone Grigioni. Seppur in esilio Veneziani non si arrende ma presta la sua sapienza musicale ai cori locali, scrivendo per loro nuove pagine e tenendo concerti a beneficio dei rifugiati.

Non potremo mai immaginare realmente gli stati d’animo provati in quegli anni, in seguito ai drammatici bombardamenti, che hanno danneggiato rovinosamente il Teatro alla Scala e neppure la sensazione vissuta il 25 aprile del 1945 all’annuncio della liberazione.

Veneziani si precipita a Milano contribuendo alla rinascita culturale della città con una serie di concerti corali al Teatro Lirico comprendenti pagine di Palestrina, Charles d’Orléans, Debussy, Pizzetti e una serie di canti regionali da lui rielaborati.

Il ritorno ufficiale avviene l’11 maggio del 1946 col memorabile concerto per la Scala ricostruita per volontà dell’allora sindaco Greppi al fianco di Arturo Toscanini.

Quanta emozione ancora oggi nel riascoltare i coristi che scolpiscono con vibrante e voluta intensità i versi “O, mia patria, sì bella e perduta” del coro dei leviti dal Nabucco di Giuseppe Verdi.

Da quel giorno la vita ha ripreso il suo corso. Veneziani ricoprirà il suo incarico fino all’ottobre del 1954 collaborando con Victor De Sabata all’intramontabile incisione di Tosca con Maria Callas, Giuseppe Di Stefano e Tito Gobbi, pietra miliare dei documenti discografici del Teatro alla Scala.

Ritiratosi nella sua città natale, fonda una nuova compagine corale – tuttora attiva e a lui dedicata –, con la quale ha tenuto numerosi concerti.

Vittore Veneziani si spegne a Ferrara il 14 gennaio 1958, ma la sua memoria per l’alto operato artistico e i suoi ideali sono vivo esempio di un uomo che non si è mai arreso.

Gian Francesco Amoroso


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