L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Bellini, la buona predicazione

 di Francesco Lora

Nell’ottantaduesimo Maggio Musicale Fiorentino figura anche La straniera, sorella cadetta del Pirata lì difesa dall’elegante ed energica direzione di Fabio Luisi, e da una compagnia di canto non lussuosa ma animata dalla dedizione: a dominarla è Salome Jicia, a completarla sono Dario Schmunck, Serban Vasile e Laura Verrecchia.

FIRENZE, 19 maggio 2019 – Dopo i lustri nei quali vi si è andati per assistere soprattutto a un Don Giovanni, a un Falstaff o a una Tosca – opere in tutto e per tutto nel repertorio corrente – il Maggio Musicale Fiorentino si è riappropriato, da qualche edizione in qua, della sua missione storica: riabilitare titoli rari, battezzarne di nuovi e alla luce di ciò, in seconda battuta, arricchire la consapevolezza intorno ai titoli già ben noti. Accanto alla sfavillante serie di appuntamenti concertistici a ventiquattro carati, esemplare è la proposta operistica della corrente edizione numero ottantadue: il contemporaneo Lear di Reimann (Teatro del MMF, tre recite dal 2 al 9 maggio), la romantica Straniera di Bellini (ivi, idem dal 14 al 19) e le neonate Leggi fondamentali della stupidità umana di Montalti (Teatro Goldoni, idem dal 25 al 31) fanno ombra alle canoniche Nozze di Figaro mozartiane (Teatro del MMF, quattro recite dal 15 al 21 giugno); a queste ultime mostrano più da vicino i denti anche i sei intermedi per la commedia La pellegrina, un prodromo-chiave del teatro d’opera che reca la data del 1589 e parla della Firenze medicea (Grotta del Buontalenti, tre recite dal 16 al 22 giugno).

Nelle locandine si legge tra le righe non solo l’intraprendenza della strategia artistica ma anche l’austerità ratificata dall’istituzione. Sciolto il rebus, sull’esempio della produzione belliniana: sarebbe facile mettersi in tasca il pubblico facendo man bassa sul mercato belcantistico di prima fascia, e scritturando cioè una Marina Rebeka, un Michael Spyres, un Luca Salsi e una Sonia Ganassi; a Firenze si punta invece su un circuito meno pretenzioso e più economico, venendone poi ripagati con una dedizione per nulla inferiore. Garante dell’operazione è beninteso il direttore musicale e concertatore Fabio Luisi, voracissimo e instancabile lettore di partiture da un capo all’altro in fatto di epoca e stile, e pronto ad alzare di nuovo sulla Straniera la bacchetta appena distolta dal Lear. Il suo approccio è quello già dimostrato di recente nella Medea in Corinto di Mayr, nella Margherita d’Anjou di Meyerbeer, nella Francesca da Rimini di Mercadante e nella Favorite di Donizetti: un incedere svelto e pragmatico, spedito ma elegante, dove le sezioni cinetiche preludono a stasi liriche cantabili sì, ma non differenti per nerbo e tensione.

Lo spettacolo si regge sulla sua idea anche perché non potrebbe contare su quella – esile – del regista Mateo Zoni, degli scenografi Tonino Zera e Renzo Bellanca, del costumista Stefano Ciammitti e del light designer Daniele Ciprì: la loro è una drammaturgia ove la misteriosa protagonista vorrebbe passare inosservata con un vistoso travestimento da upupa, aggirandosi in uno spazio astratto che non ne evoca alcuno e in una greve penombra che induce al sonno la platea. La protagonista Alaide, nondimeno, spetta a una Salome Jicia ammirevole per lamentoso temperamento, personalità di colore, freschezza di smalto e agiata escursione dagli scatti di forza agli abbandoni elegiaci: senza pretendere l’epigonismo rispetto a Edita Gruberova o Mariella Devia, ella conferma viepiù l’idiomatico possesso del giusto stile, e dà filo da torcere alle meno forbite dive d’agenzia che inquinano cartelloni facoltosi. Il suo apporto è ancor più decisivo al considerare che la corrispondente parte tenorile di Arturo – sia nell’originale baritenorile del 1829, qui adottato, sia nella revisione contraltina del 1830 – conta poco rispetto all’inesorabile precedente e modello del Pirata.

A farsene carico per sei “numeri” musicali su undici, tra i quali non figura tuttavia alcuna aria propria, e a rilevarne le discese al Si bemolle grave anziché le puntature seriori per Giovanni Battista Rubini, è il consueto Dario Schmunck, un tantino monotono nel porgere e fibroso nell’emissione, ma saldo nella tenuta complessiva e in linea con i sottintesi testuali. Non lussuosa eppure azzeccata è l’assegnazione della parte di Valdeburgo a Serban Vasile, baritono di materiale genuino e schietta comunicativa, qui ancor più a fuoco che come Valentin nel memorabile Faust fiorentino di due anni fa: un successo doppio, dunque, giacché la fortuna odierna di un Bellini negletto passa ancora, come allora, attraverso la buona predicazione dei suoi interpreti. Per la stessa ragione, diviene invece un rischio sottovalutare la parte di Isoletta – tagliata su misura per la celebre Caroline Unger nonché comprensiva della corposa aria negata al tenore – e affidarla al canto di Laura Verrecchia, timbrato e generoso, ma anche connotato da qualche vetrosa asprezza che mal si concilia con l’accorato profilo melodico della nobile vergine abbandonata presso l’altare.


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