L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Caro… carissimo pubblico!

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia riapre, finalmente, le porte al pubblico. Lo fa, peraltro, con un gesto assai nobile: un concerto per i volontari della Croce Rossa Italiana, che si sono battuti in prima linea nella lotta al Covid-19. Sir Antonio Pappano dirige due pezzi sinfonici: la Sinfonia in re maggiore Wq 183 n. 1 di Carl Philipp Emanuel Bach e la Sinfonia n. 6 in si minore op. 74 “Patetica” di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Il concerto è calorosamente accolto ed applaudito.

ROMA, 26 aprile 2021 – Dopo diversi mesi di chiusura al pubblico e di concerti eseguiti a porte chiuse, l’Auditorium Parco della Musica riapre la sala Santa Cecilia al pubblico. In questo caso, si tratta dei volontari della Croce Rossa Italiana; la soirée vuole dunque essere un omaggio a donne e uomini che si sono battuti in prima linea nella guerra al Covid-19. Dopo i saluti istituzionali del Presidente Sovrintendente dall’Ongaro, il maestro Pappano saluta il pubblico con un trasporto certo inusuale, ben giustificato dalla circostanza: «caro…carissimo pubblico». Il suo usuale motto di saluto si carica di un superlativo (“carissimo”) che fa capire tutta la gioia di riavere un pubblico in sala, giacché la musica è sempre pensata per un pubblico.

L’orchestra suona divinamente sotto la direzione di Pappano. Il concerto si apre con una sinfonia del figlio di Bach, Carl Philipp Emanuel, la Sinfonia in re maggiore Wq 183 n. 1, un pezzo breve ma che colpisce l’ascoltatore per i germi di romanticismo ben udibili in diverse ardite soluzioni ritmiche, volte a frammentare il tessuto musicale, e in soluzioni che rendono il pezzo del tutto apprezzabile. Il piatto forte della serata risiede, naturalmente, nella gigantesca Sesta sinfonia di Čajkovskij. La “Patetica” è il canto del cigno del compositore russo e evoca musicalmente tutta la sua sofferenza ma, fra le maglie di una scrittura emotivamente sofferta, anche tutto il suo mondo. Pappano e l’orchestra riescono a leggere delicatamente tanto i colori più cupi della partitura, quanto le zone apparentemente eroiche di molti passaggi. Il I movimento (Adagio – Allegro non troppo) vede Pappano attentissimo nel trapasso dalle nebbie dell’Adagio al tema dell’Allegro; la direzione è cadenzata, apparentemente monoritmica: l’idea di Pappano è quella di far sentire il palpitare dei ritmi, tenendo i singulti momentanei acquetati, per far emergere a pieno volume solo i momenti di più acuta energia. Il successivo Allegro con grazia scorre piacevole nell’esposizione del tema; Pappano è assai delicato nel variare gradualmente colori e ritmi, che nella “Patetica” è, poi, il centro del problema che pone la sua lettura ad un direttore. Pappano esalta la tessitura ritmica, a tratti allucinata, dell’Allegro molto vivace, che cresce in intensità e volume fino a sfociare in un’energica coda che, a tutta prima, potrebbe trarre in inganno e sembrare il trionfalistico finale di una sinfonia tardo-ottocentesca. Il pubblico in sala, infatti, applaude, ma è sùbito frenato dal gesto della bacchetta di Pappano, che attacca il mesto Adagio lamentoso, che chiude in Ringkomposition la sinfonia nell’indistinto petrolio sonoro con cui si era aperta. Anzi, nell’Adagio lamentoso il dolore appare più problematizzato, altalenante in stati differenti dell’animo, tradotti in colori chiaroscurali, spezzati dai lamenti degli archi e dagli echi di ottoni e legni. Come spesso accade in Čajkovskij, pur toccando vette gioiose, l’uomo sembra condannato a non poter sfuggire al nero che ha dentro. Il pubblico, ora, applaude calorosamente Pappano e gli interpreti.


 

 

 
 
 

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